La vigna per l’uomo ha sempre significato la fine del pellegrinare e l’inizio della costruzione, proprio come una casa, proprio come una civiltà. Ci vogliono tre anni perché dia frutto e molti altri ancora perché le uve offrano il meglio di sé. La vigna era una certezza. (…)
Ogni vigna aveva una sua lettura, i suoi segreti e fa impressione, oggi, sentire parlare di ettari impiantati a cabernet o merlot, con un automatismo impensabile solo trent’anni fa.
(Paolo Massobrio, in Il tempo del Vino – Diario di vigna e di passioni)
A cena con l’amico Paolo parlavamo della vigna, che i padri o i nonni hanno piantato e i figli o i nipoti hanno espiantato.
Una volta non esistevano quelle pompe d'irrigazione potentissime che ora permettono d’irrigare con facilità grandi superfici coltivate. Una volta per le colture estensive si contava sulla pioggia, e per le colture da orto si utilizzava la c.d. irrigazione a scorrimento, o a zappa: una rete di piccoli canali d’irrigazione larghi tra i 15 e 30 cm e profondi al massimo un palmo o due, alimentati dai canali più grandi che scorrono ai bordi dei campi. Tanti piccoli canali (praticamente dei solchi) che seguono l’andamento del terreno per sfruttare al meglio le piccole pendenze: in questo modo l’acqua viene portata direttamente alla base delle piante, sulle radici e non sul fusto e sui frutti (che potrebbero essere rovinati dall’acqua), peraltro riducendo di molto la crescita delle erbe infestanti.
Questi piccoli canali vanno nella stessa direzione seguendo, cercando le pendenze del terreno, quindi non sono mai paralleli: ogni tanto s'incontrano, hanno punti di contatto, di scambio. E i punti di contatto servono anche per arricchire, per scambiare reciprocamente l'acqua che scorre nei solchi: infatti la portata di questi canali cambia in continuazione, perché a monte sono alimentati da fonti diverse - per esempio pozzi artesiani o sorgenti - situate in punti diversi del territorio, e la quantità d’acqua che viene immessa in un canale o in un altro varia a seconda delle necessità.
Però è un sistema molto faticoso da mantenere, perché i canali e i solchi vanno tenuti puliti dalle erbacce, vanno continuamente appianati i piccoli ostacoli che si formano, per fare in modo che l’acqua scorra il più facilmente possibile e non si disperda. Insomma ci vuole un gran lavoro di zappa.
Noi ragazzini di campagna capaci di inventarci i giochi con poco, eravamo affascinati da questi canali: ci mettevamo dentro dei tappi di sughero sormontati da una piccola bandierina sorretta da uno stecchino, e poi scommettevamo su dove il tappo andava a finire, e i punti di arrivo erano sempre diversi, perché le micro-correnti che si creavano nei solchi cambiavano in continuazione al variare dell’apporto iniziale, alla fonte.
Mi sono tornati in mente, questi canali, pochi giorni fa scrivendo ad un amico. Ho paragonato i punti di contatto, di scambio che notavo nelle nostre chiacchierate a quei piccoli canali, che appunto scorrono, si intersecano e si scambiano in un arricchimento continuo.
Eccessivo dire che l’amicizia funziona come l’irrigazione a scorrimento? Probabile. Però, forse anche per l’amicizia occorre lavorare di zappa.
Anno terribilis… ma non mi riferisco al solito “sessantotto” che peraltro, secondo me non è da definire terribile, anzi.
E’ l’anno in cui, nel giro di neanche 5 mesi, nella nostra "isola felice", sono morte quattro persone, e noi che allora eravamo bambini di 8-10 anni, cresciuti sereni e spensierati, quasi illusi che il massimo del dramma fosse un pallone che si bucava, abbiamo fatto l’esperienza della morte.
Non che non ci fossero state altre morti, prima, ma eravamo troppo piccoli per rendercene conto. E poi fu una tragica sequenza, le prime due morti a distanza di 10 giorni, e le altre due nei mesi subito successivi, abbracciando tutto l'arco dell'estate.
La prima della serie fu un vero shock: mio zio, un ragazzo di neanche 20 anni che si andò a schiantare con la moto a poche centinaia di metri da dove vivevamo tutti. E anche l’ultima – per me ancora più drammatica, perché per quanto da lontano io vidi l’incidente e fui io a dare l’allarme – non fu da meno: un uomo di neanche 30 anni, padre di due figli piccolissimi (2 anni il primo e pochi mesi la seconda), morto schiacciato per il ribaltamento del trattore che guidava. E di mezzo tra i due, mio nonno (il “patriarca”) e uno degli operai più anziani dell’azienda agricola dove sono cresciuta, uno che prima di me aveva visto nascere anche mio padre.
Gli adulti tendono sempre a proteggere i bambini, cercano di fare in modo che il dolore per la morte di persone care non lasci segni indelebili. Ma sulla nostra isola felice era calato un silenzio strano, che noi percepivamo chiaramente, nonostante la naturale spensieratezza dei bambini e gli sforzi degli adulti a che tutto sembrasse "normale".
E non solo perchè allora, in campagna, il lutto ed il dolore venivano quasi esibiti ("portare il lutto" era un obbligo) e non potevi far finta di non vederli. Per esempio le donne, vestite di nero: d'estate, specialmente in campagna, nessuno si vestiva di nero, perchè il nero attira il caldo e poi la polvere che in campagna regna sovrana sullo scuro si vede subito. Ma anche gli uomini, che portavano un bottone nero sul bavero anche quando andavano a lavorare.
Noi, il dolore e il lutto lo leggevamo negli occhi e nei volti di chi ci stava intorno, ma lo percepivamo soprattutto nello strano silenzio che regnava tra le case e nei campi: si era in lutto, nei campi non si sentivano più i canti che aiutavano ad alleviare la fatica, e sul piazzale, la sera, si continuava a stare seduti fuori la porta di casa, ma non si rideva, non si giocava a carte, non si beveva un bicchiere di vino insieme. Anche le voci erano scese di tono, trasformandosi in bisbigli, quasi a non voler disturbare il dolore di chi era stato più colpito dal lutto. E se gli adulti non cantavano, non ridevano fragorosamente nei momenti di riposo, se addirittura parlavano sottovoce, noi ci adeguavamo: nessuno ce lo aveva vietato, eppure anche noi evitavamo di gridare, le corse e i nostri giochi erano improvvisamente diventati silenziosi, come se ci rendessimo conto che il nostro chiasso da bambini sarebbe stato fuori luogo in quel silenzio irreale.
Quel silenzio non imposto, ma condiviso, tolse qualcosa alla nostra infanzia: quella tragica estate del 1968 ci costrinse a renderci conto che, ad un certo punto, e non necessariamente da vecchi, si muore. Ci costrinse a diventare grandi. E quando si diventa grandi, molte cose cambiano.
Cumpanis, colui con cui divido il pane, da cui deriva la parola “compagno”. Più che la parola dividere, o condividere, mi colpisce la parola pane. Si dividono o condividono tante cose (la strada, il lavoro, la scuola, l’amicizia, le idee…), ma per tutte si dice “compagno di..”: compagno di strada, compagno di scuola… come se il cum-panis venisse prima: si condivide il pane… e poi anche il resto.
Forse la mia è una forzatura, cioè la parola compagno viene sì dal condividere il pane ma poi il termine si è esteso a tutte le altre condivisioni della vita. Però è anche vero che, a pensarci bene, la prima condivisione è proprio il pane, cioè il sostentamento stesso, il bisogno primario della vita (almeno quella materiale).
Io sono cresciuta in campagna, in un’azienda agricola che era un po’ un piccolo villaggio indipendente: ogni famiglia aveva la sua casa, il suo piccolo orto sul retro, e anche un piccolo recinto con qualche gallina e qualche coniglio. Le famiglie in genere erano identificate non con i cognomi ma con il nome del capofamiglia, e visto che i nomi erano sempre gli stessi, c’era Giuseppe e poi Peppe e Peppino, Antonio e Tonino, Francesco, Franco e Checco. Usare i nomi è certamente più famigliare, però può sembrare più complicato, ma non era così: le famiglie erano tutte imparentate tra loro, per cui le 12-14 famiglie alla fine giravano tutte su 3 o 4 cognomi. Mogli e i figli erano identificati anche loro con il nome del capo famiglia: Maria di Nicola, Antonietta di Peppino, Franca di Antonio, Mario di Rocco, Franca di Giuseppe, Roberto di Checco e così via. Ma usare il “di…” era sottolineare un’appartenenza, una compagnia che il cognome non poteva rendere.
Tutte le case, quella di Rocco, quella di Nicola, quella di Peppino ecc. si affacciavano sul cortile centrale dell’azienda, chiamato “piazzale”, perché il effetti era come una piazza di un piccolo paese: dal piazzale si partiva la mattina per i campi, secondo quanto stabilito negli “ordini” affissi in una specie di bacheca, nel piazzale la sera ci si ritrovava a fare quattro chiacchiere, le donne a cucire o sferruzzare, gli uomini a fumare o a fare un giro a carte, i bambini a giocare. Le porte delle case erano sempre aperte, al massimo accostate, d’inverno, per non fare entrare il freddo.
Sul piazzale si affacciava anche la casa del “padrone”. Sì, veniva chiamato padrone, ma allora, in quell’ambito di campagna, la parola “padrone” non aveva alcunché di sprezzante né di sottomesso. Ad un certo punto qualcuno provò anche a sostituire “padrone” con “principale”, ma vuoi perché è più lungo, vuoi perché specie in campagna le tradizioni sono dure a morire, fatto sta che il principale restò padrone. I figli del padrone crescevano insieme ai figli degli operai: studiavano insieme e insieme giocavano (delle vere e proprie bande, divise dalle diverse età) e ne combinavano di tutti i colori, tipo tuffarsi (non sapendo nuotare) nella vasca di raccolta dell’acqua per l’irrigazione, oppure cavalcare di nascosto e senza sella i puledri al pascolo, oppure infilarsi – armati di candele e cordicelle per ritrovare l’uscita – nelle grotte di tufo per far volare via i pipistrelli. Ed insieme si pigliavano gli schiaffoni del primo adulto (operaio o padrone non era rilevante) che scopriva il fattaccio. Anzi, per dirla tutta, i figli del padrone in genere si beccavano la doppia razione: prima dall’operaio che li aveva beccati, e poi dal padre (il padrone) a casa, secondo la regola che “Tu dovresti dare il buon esempio!”.
C’erano com’è ovvio tante differenze, tra il principale e gli operai, ma anche tanta condivisione: il principale conosceva uno ad uno i membri delle famiglie degli operai, sapeva le storie di tutti, i problemi, le difficoltà. Era il principale che si caricava in auto chi stava male per portarlo in ospedale, comprese le partorienti quando il parto si presentava difficoltoso e non era il caso di far nascere il bambino a casa con il solo ausilio della levatrice: succedeva di rado, però, perché la gente di campagna preferiva far nascere i figli a casa, e poi l’ospedale era lontano.
Già, la levatrice: per decenni li ha fatti nascere tutti lei, i figli dei padroni e quelli degli operai, e per decenni lo stesso prete li ha battezzati, comunicati, sposati: sul piazzale si festeggiavano le nascite, i battesimi, le prime comunioni e le cresime (c’erano talmente tanti bambini, che ogni anno erano almeno un paio, e si faceva un’unica festa), i matrimoni, dal piazzale partivano i funerali: nella gioia e nel dolore quel piccolo popolo era sempre unito, fianco a fianco, come un’unica grande famiglia.
Ogni famiglia aveva la sua casa, e anche il suo pane: ogni famiglia faceva il pane in casa. Non due o tre pagnotte, ma tante, tantissime pagnotte tutte uguali, grandi, perché le famiglie erano tutte numerose e il pane – che era l’elemento a base dell’alimentazione – doveva bastare per un’intera settimana: le famiglie erano tante e il forno era uno solo, e quindi si usava a turno, una famiglia la mattina ed una il pomeriggio; il forno, anch’esso sul piazzale, accanto alla stalla, era sempre acceso, e sul piazzale c’era sempre l’odore del pane appena sfornato.
Ed ogni famiglia, quando faceva il pane, portava una pagnotta a casa del principale o padrone che dir si voglia: non un atto dovuto, tutt’altro. Anzi, la moglie del padrone provò a rifiutare, perché due pagnotte al giorno erano troppe, e in campagna il pane è sacro, non viene gettato mai via, ma sempre utilizzato fino all’ultima briciola; però il rifiuto fu percepito come un’offesa, e siccome fare i turni anche su quello era complicato, la cosa fu risolta salomonicamente: a casa del principale ogni famiglia portava una pagnotta appena sfornata, ma molto più piccola delle altre, in modo che a nessuna famiglia fosse tolto quello che veniva considerato un onore e contemporaneamente senza che neanche una briciola di quel tesoro prezioso che è il pane andasse sprecato.
Cum-panis.
La natura è il trionfo dei colori, dei profumi, dei sapori. Colori e profumi sono quasi scontati, nei fiori, ma la frutta… la frutta! Nella frutta il profumo non è per niente scontato, e men che meno il sapore.
Per capirsi: stamattina al mercato sui banchi c’era di tutto, ormai si trova ogni tipo di frutto, in ogni stagione ed in ogni parte del mondo, ma – prezzo a parte, e non è poco – vuoi mettere il sapore? Frutta raccolta ancora acerba in posti lontani, che matura nelle stive delle navi invece che sugli alberi, conservata per settimane in frigorifero, già vecchia ancora prima di arrivare sul banco del mercato, insapore, inodore, a volte pure incolore. E francamente la frutta tropicale mi sembra quasi fuori luogo, con il freddo che fa.
Un tempo ogni stagione aveva i suoi frutti, e c’era anche il gusto dell’attesa.
Le fragole e le ciliegie arrivavano a inizio estate, un’apparizione brevissima, quasi fugace, una sorta di prologo del resto che verrà.
Le albicocche, le varie qualità di pesche e di susine e prugne: dolci, saporite, colorate, il trionfo dell’estate, da trasformare in marmellate per addolcire l’inverno.
L’anguria e il melone, un miracolo di freschezza, sembrano creati per dare sollievo nella calura estiva.
I fichi di settembre: un frutto che trattiene tutto il calore dei mesi passati, ed infatti quando è all’apice della maturazione (e della dolcezza) la buccia comincia a spaccarsi, come se non ce la facesse più a trattenere l’enorme ricchezza che ha dentro.
L’uva, che imbiondisce sui tralci, e si vorrebbe essere in un solo posto al mondo: lì, a piluccare un acino qui ed uno là, come a cercare quella migliore, ma indecisi nella scelta.
Il caco, che è come il sole pallido d’autunno, ha dentro una dolcezza indicibile, che evoca la nostalgia: la stessa degli alberi ormai privi di foglie ma ancora carichi di frutti.
Le mele, facili da conservare nel fresco delle cantine, accompagnavano tutto l’inverno, rimanendo croccanti: per gustarla appieno, la mela va mangiata a morsi, e con la buccia.
Le arance e i mandarini nel freddo dell’inverno evocano il calore (e il colore) del sole d’estate: che profumo le bucce di mandarino buttate nel fuoco del camino!
Adesso puoi mangiare l’uva (e non solo) tutto l’anno, insieme a frutti che fino a pochi anni fa erano sconosciuti, al massimo visti stampati sull’etichetta di una bottiglia: ma lasciano il segno più sul portafoglio che sulle papille gustative…
Viva le ciliegie a giugno, i fichi a settembre, i mandarini a Natale, viva il gusto dell'attesa!
Doveroso segnalare che se l’idea portante è mia, molto di quanto è scritto in questo post è tratto da un libro bellissimo, Adesso.
I tuffi nel passato sono sempre ricchi di sorprese, e dopo la passeggiata nella vecchia casa dei nonni mi è venuta voglia di farne un altro, di tuffo: nell’armadio in soffitta, sul fondo del quale giace una vecchia scatola rimasta lì da anni.
Dentro, fasci di foto ingiallite, sul retro di molte di esse sono annotate le date: alcune, vecchie solo lo spazio di una vita - settant’anni - sembrano sideralmente lontane, altre sono più recenti, eppure appaiono altrettanto vecchie.
Dopo tanti anni il bianco e nero s’è addolcito di avorio, e quelle foto sembrano fragili come foglie secche: ho paura di spezzarle, le prendo con la punta delle dita, con un garbo che di norma non mi appartiene.
Ma i personaggi di quelle foto antiche paiono vivi, però quasi intimiditi, come clandestini sorpresi dove non dovrebbero, e spaesati, per la luce che improvvisamente ha infranto il buio della scatola dove erano rimasti chiusi per anni.
C'è una donna, vestita di nero, i capelli grigi a crocchia, i lineamenti forti e dolci delle donne di campagna, e accanto a lei un uomo, con il viso da vecchio su un corpo dritto e non domo, gli occhi così chiari che quasi spariscono sotto le sopracciglia folte e scure. C'è la generazione successiva: i maschi fieri e belli, in divisa militare, in partenza per il fronte, le femmine ridenti, con i capelli a onde, belle, splendenti, radiose come può esserlo solo chi è ignaro di ciò che di brutto gli riserva il futuro.
Di tutte quelle persone so la storia, di alcuni quella è l’ultima foto, di altri nella scatola ci sono foto più recenti, dove i maschi appaiono non più così fieri e alteri, e le femmine non più così radiose ed ignare. Come nella foto di un matrimonio datata 1945: nozze postbelliche lungamente attese e sognate, e nei volti degli sposi si legge soprattutto la gratitudine di chi è riuscito raccontarla.
E poi i figli dei figli, delle varie generazioni successive, e anche qui chi c’è ancora e chi non c’è più, ma tutti appaiono così diversi, come se quelle foto scandissero il passare del tempo, ed insieme lo stupore di chi le guarda ora, e la paura.
Per fortuna a guidare la vita c’è una straordinaria speranza, che salva dal buco in cui cadi aprendo una vecchia scatola polverosa sepolta in un armadio.
Pescato ampiamente in giro…
Un vago senso di disagio, amaro e dolce insieme, mi coglie allo stomaco mentre mi avvicino all’antica casa di campagna, quella che fu dei miei nonni.
Lo so che quando vengo qui i ricordi sereni dell’infanzia non riescono a cancellare la tristezza della nostalgia per una dimensione del vivere che ormai non c’è più. Lo so, e infatti evito di venirci, ed infatti mancavo da anni.
Ma stavolta a spingermi qui sono state le parole di un amico, che mi parlava di vecchi utensili ormai inusuali e comunque introvabili, ma che io ricordo bene, perché li usava mia nonna, in questa casa, tanti anni fa. E così mi è venuta voglia di tornare in questi luoghi amati e amari, a cercare neanche io so cosa, magari – chissà – un vecchio testo di rame, da ristagnare e regalare al mio amico.
Entro dalla porta sul retro, quella accanto al granaio, dove al posto dei sacchi di grano adesso sono ammucchiati in un angolo ferri da cavallo, catene e catenacci da stalla, stadere, vanghe, tutto fulvo di ruggine. E tanti attrezzi di forme strane e bizzarre, di cui ormai si è dimenticata la funzione: una specie di forcipe gigante (forse, per il parto dei vitelli?), cinture per portare in vita la roncola, due lunghe feluche di legno scurissimo e liscio, con una fessura nel fondo: sono spole da telaio, ma il telaio dove sarà finito?.
Passo nell’enorme cucina ormai vuota: a destra il camino grandissimo, a sinistra la vecchia credenza con gli sportelli a vetri, dietro i quali intravedo un colapasta di smalto bianco con il bordo blu e il ferro da stiro a carbone; appesi al muro di fronte due mattarelli – uno enorme ed uno un po’ più piccolo – ambedue lisi da oltre cinquant'anni di rotolio sulla pasta, e sullo scaffale paioli di varie misure, tutti ugualmente rugginosi. Nient’altro: qui son rimaste solo le cose troppo vecchie e troppo ingombranti per le moderne cucine di città, e quelle che nei ritmi frenetici dei tempi d’oggi non si usano più.
Salgo di sopra, ma quelle che erano le camere da letto sono ormai vuote e chiuse a chiave, nel corridoio è rimasto solo un traballante como’, vuoto. No, non proprio: in un cassetto c’è un mucchietto di lettere, gli indirizzi vergati con la calligrafia svolazzante di altri tempi, ormai illeggibili per l’umidità che ha sbiadito l’inchiostro. Sotto ci trovo un orologio da tasca, tre rosari, alcune medaglie dal nastro ormai stinto, quelle della prima comunione (di chi?). E poi una foto color seppia: il ritratto di due vecchi sposi (ma chi sono?) in una cornice pretenziosa dal vetro rotto.
Guardo quelle due facce belle, segnate, fiere, e improvvisamente mi accorgo che le cianfrusaglie antiche in giro per la casa non mi divertono più, non sono più curiosi giocattoli. Per un momento davanti alla foto di quei due ho intuito quanto di vita di uomini e donne c'è dietro gli oggetti approdati, come relitti spinti dalla corrente, nel cassetto di un como’.
Quelli che usavano queste pentole, queste zappe, e i rosari, sono morti da tempo, e da tutti dimenticati. Le cose invece restano, la materia non muore. Quelle spole di telaio che l'infinito tessere la lana ha reso lucide, sono intatte. Le mani che abili le conducevano su e giù sul telaio, non ci son più.
E non è solo la musica dalla vecchia radio che ho acceso appena entrata, quasi a cercar compagnia, quasi a voler esorcizzare tutto quel silenzio, vecchie canzoni di De Gregori che ascoltavo al liceo. Non è un sentimento, la malinconia addosso in questa casa antica e polverosa. È invece un dubbio, ragionevole e doloroso. Gli uomini e le donne che usavano queste cose, scomparsi, foto sbiadite buttate in un cassetto. E noi, dunque, un giorno, come loro. Un giorno nei vecchi cassetti si troveranno i nostri cellulari, e appariranno grossi, goffi, preistorici. «Mamma, guarda, cos'è quello?», chiederanno i bambini.
E noi, di noi più niente. È il dubbio, radicale, e mi trafigge, nel silenzio e in mezzo alla stanza enorme e vuota, in cui non risuonano più le voci allegre di un tempo, sembra insensato persino sperare.
Di questi tempi i campi di grano hanno ormai assunto il colore dell’oro, e la brezza estiva carezza le spighe in attesa di essere mietute.
Inevitabilmente ripenso a quand’ero bambina, e la mietitura era un grande avvenimento, che coinvolgeva anche noi ragazzini.
Ricordo la grande macchina, la mietitrebbia, che arrivava nell’aia la notte precedente.
Non so se gli spostamenti avvenissero di notte per non intralciare il normale traffico o per sfruttare al massimo il tempo (viaggiando di notte non si sprecavano le preziose ore di luce, durante le quali si lavorava), fatto sta che noi aspettavamo con ansia, nella calda notte estiva, di sentire il rumore sordo della grande macchina che si avvicinava all’aia, scrutando il buio, fino a quando in fondo al viale alberato improvvisamente spuntava l’enorme e rumorosa sagoma nera, i cui fari sembravano due minuscoli puntini luminosi persi nell’immensa e indefinita massa scura che avanzava verso di noi.
Sembrava un gigante che si trascina stanco, in cerca di un posto dove godersi il meritato riposo: poi con un ultimo sussulto il motore veniva spento, e il rumore assordante cedeva il posto al silenzio della notte, e il gigante finalmente poteva fermarsi a riposare.
Noi bambini, curiosi e intimoriti continuavamo a guardare il gigante da una certa distanza – ci era assolutamente proibito avvicinarsi, mentre la macchina veniva preparata per il giorno dopo – finché le nostre mamme, con gran fatica, ci trascinavano via quasi di peso per mandarci finalmente a letto.
Da grande mi sono spesso chiesta per quale motivo le nostre mamme, gia indaffarate più del solito nei preparativi per la mietitura, si sottoponessero a questa ulteriore fatica: in fondo sarebbe bastato non farci sapere dell’arrivo della mietitrebbia, e noi saremmo andati a letto tranquilli alla solita ora.
Credo che la risposta sia sempre l’amore delle mamme verso i loro bambini: mai ci avrebbero tolto questa piccola gioia, anche se a loro costava un’ulteriore fatica, tanto più pesante considerando che da lì a poche ore avrebbero dovuto essere di nuovo in piedi per affrontare una dura giornata di lavoro, lunga tutto il giorno.
La mietitura iniziava all’alba, e già prima del levarsi del sole gli adulti erano tutti in piedi per gli ultimi preparativi, e anche noi bambini, nonostante le poche ore di sonno, venivamo svegliati dal trambusto.
In realtà… bastava che anche uno solo di noi si destasse, e in un baleno anche tutti gli altri venivano svegliati: nel giro di pochi minuti, con velocità sconosciuta nei giorni in cui si andava a scuola, eravamo tutti fuori, senza neanche lavarci e vestiti alquanto approssimativamente, approfittando del fatto che, nel grande trambusto, nessuno badava a noi.
Al primo chiarore del giorno anche il gigante si svegliava: improvvisamente il vocio ed i rumori dell’aia venivano annullati dal rumore forte e sordo del motore della mietitrebbia che veniva messa in moto, e per un attimo tutti si fermavano ad osservare il gigante che, con un sussulto, lentamente, si avviava verso il campo.
Durante la mietitura rimanevamo ore ed ore ad osservare il gigante che ingoiava le spighe e sputava chicchi in un enorme cassone fermo al bordo del campo, rimorchiato da un trattore che faceva la spola tra il campo e l’aia, per trasferire il grano nel silo.
A volte a noi bambini veniva concesso di salirci sopra, ma il divertimento più grande era quando ci tuffavamo nel grano contenuto nel silo, nuotando tra i chicchi come Paperon de’Paperoni nelle monete del suo deposito.
La mietitura durava quasi tutta la giornata: si iniziava all’alba, e si finiva poco prima del tramonto, senza interruzioni; gli operai addetti alla mietitrebbia e quelli addetti al trattore si davano il cambio alla guida, ma rimanevano comunque sui campi tutta la giornata.
Anche per noi bambini quella era una giornata speciale in cui rimanevamo fuori di casa tutto il giorno, e poi avevamo anche noi un compito da svolgere: con le nostre biciclette facevamo la spola tra il campo e l’aia portando l’acqua fresca, il pranzo, il caffé alle persone che erano sul campo, e mangiavamo insieme a loro seduti sotto gli alberi.
Verso il tramonto, finita la mietitura, la grande macchina si avviava verso un’altra destinazione: qualche volta gli addetti ci consentivano di salirci sopra per un pezzo di strada: lassù, sopra le spalle del gigante, ci sembrava di essere i padroni del mondo.
Poi accompagnavamo la mietitrebbia fino alla strada comunale, seguendola con le nostre biciclette, e salutavamo il gigante stanchi e felici, dandogli l’arrivederci all’anno successivo.
Ripenso a tutto questo ogni volta che passo accanto ad un campo di grano, e so di essere stata fortunata, ad aver vissuto un’infanzia così.
Ieri sera sono tornata a casa un po’ prima del solito, non era ancora buio, e l’aria era mossa da qualche refolo di vento, gli ultimi scampoli di ponentino che ancora riescono ad infilarsi tra i palazzoni della periferia rinfrescando le serate di Roma.
Avevo dimenticato la chiave della porta secondaria, quella che uso di solito per entrare in casa perché più vicina al garage. Ragion per cui ho attraversato il giardino per andare verso la scala che dà accesso alla porta principale, dalla quale non passo quasi mai.
E allora?
Allora cambiare strada qualche volta riserva gradite sorprese!
Insomma, attraversando il giardino dalla parte da cui passo raramente, ho scoperto che il gelsomino - che solo qualche settimana fa, dopo l'intensa grandinata che ha colpito Roma, sembrava piuttosto malconcio - invece si è ripreso, è cresciuto tantissimo, e soprattutto è fiorito.
Probabilmente passando di corsa non me ne sarei neanche accorta, se non fosse stato per l’intenso profumo che emanava, talmente intenso che anche il mio naso, perennemente chiuso dalla rinite cronica, ne è stato colpito.
Mi sono ovviamente fermata a rimiralo, quasi a respirare quel profumo che, guarda un po’, mi ha riportato indietro negli anni, a quando ero bambina e il giardino di casa mia era delimitato da una semplice rete, alta circa un metro e mezzo, sulla quale si arrampicavano rigogliose tantissime piante di gelsomino, e quando fiorivano il profumo era talmente intenso che dava quasi alla testa.
Le siepi di gelsomino erano anche ai bordi dei campi coltivati intorno alla casa, e fornivano un fresco riparo alle bottiglie d’acqua che i contadini si portavano dietro sui campi, e un profumato e ombroso ristoro nelle pause dal lavoro.
Anche noi, da ragazzini, dopo le corse a piedi ed in bicicletta per i campi, spesso andavamo a riposarci all’ombra delle siepi di gelsomino, che i vecchi contadini ci dicevano più sicure delle altre siepi perché i serpenti, e le vipere in particolare, se ne tengono lontane proprio a causa del profumo; non ho idea se sia vero, però, in effetti, vicino a quelle siepi di rettili non ne abbiamo mai visti… ma è anche vero che noi facevamo un tale chiasso che nessun rettile si sarebbe mai avvicinato!
Quando intorno a casa mia iniziarono a costruire i caseggiati che adesso la circondano, si rese necessario fare una recinzione più consistente, ragion per cui furono estirpate tutte le piante di gelsomino, alcune delle quali – pochissime – furono trapiantate in altri punti del giardino.
Il gelsomino è una pianta facilissima da coltivare, basta piantare in terra un ramoscello e l’anno dopo si è già moltiplicato, sembra quasi che cresca spontaneamente. E resiste anche al freddo: il gelo invernale, raramente, può uccidere i suoi rami, ma non riesce a danneggiare le radici, quindi in primavera spuntano nuovi rami e in pochi mesi la pianta è di nuovo fiorita e rigogliosa.
E' una pianta bella e profumata, ma anche forte e resistente, che riesce anche a sostenersi da sola, ma che se gli fornisci un appoggio si arrampica e cresce ancora più forte e rigogliosa, e in grado di sfidare le intemperie.
Proprio come vorrei essere io.... forte e resistente.
Probabilmente le piante di gelsomino che ora crescono nel mio giardino emanano ancora lo stesso intenso profumo di quelle di allora, ma a me, fino a ieri sera, non era ancora mai capitato di accorgermene, forse perché sono situate in punti del giardino dove passo più raramente, specie quando è il momento della fioritura. Oppure la particolare calura di quest’anno ha reso la fioritura più rigogliosa, o semplicemente la brezza di ieri sera girava in modo particolare e ha portato più lontano il profumo.
Fatto sta che quel profumo intenso e dolce, pur nella nostalgia della fanciullezza e nel rammarico di non riuscire a godere di più delle tiepide serate primaverili, mi ha regalato un po’ di serenità, che almeno per un attimo ha cancellato la stanchezza e la preoccupazione di una giornata intensa e difficile.
La mia casa, che una volta era un casale in mezzo alla campagna, è miracolosamente sopravvissuta all’assalto del cemento, ma ormai ne è circondata: soltanto un giardino fortunatamente molto ampio la separa da caseggiati di varia altezza, comunque brutti e piuttosto anonimi – anche se qualcuno tenta di ingraziosirli con piante e fiori che stentano ad attecchire sugli striminziti balconi e sulle minuscole aiuole nei cortili – e da strade che con difficoltà accolgono tutte le auto che vi sono parcheggiate.
Il piano stradale, e quello delle costruzioni vicine, è più basso di qualche metro rispetto al livello del giardino, dove sono piantati alti alberi che conferiscono all'insieme una sorta di slancio, quasi di maestà, per cui la casa, di soli due piani, vista dalla strada sembra un minuscolo castello posto in cima ad un minuscolo colle, dal quale sembra voler competere con le costruzioni vicine ben più alte, quasi imponendo loro la sua presenza.
Lungo due lati il giardino è separato dai viali di accesso del confinante condominio da un alto muro di contenimento in cemento armato, per cui il giardino stesso si trova di fatto all’altezza delle finestre del primo piano dei caseggiati vicini, e affacciandosi oltre il muro quel viale di accesso sembra il fossato che circondava i castelli medioevali.
C'è un angolo del giardino che è a ridosso di questo muro, nascosto dietro un’alta siepe di alloro: è un angolo un po’ trascurato, soprattutto perchè molto scosceso, quasi una piccola scarpata, di difficile accesso, su cui crescono rigogliosi degli oleandri, e da dove qualche giorno fa sono sbucati fuori i micini partoriti da una delle gatte che frequentano il mio giardino; ogni tanto ci diciamo, in famiglia, che bisognerebbe dare una sfoltita a quella mini-foresta, potando gli oleandri e creando dei vialetti e delle scalette per rendere accessibile anche quell’angolo, ma si sa, il tempo è sempre tiranno, si va sempre di corsa, e le cose sono facili a dirsi ma molto meno a farsi.
Sugli altri due lati, tra la recinzione e la strada, c’è un ampio spazio lasciato incolto da anni dai proprietari del terreno: è pieno di arbusti ed erbacce, lievemente digradante, e stante la vicinanza delle altre costruzioni e della strada, sembra un angolo selvaggio dimenticato.
Tempo fa questo spazio incolto è stato recintato e sul cancello è comparso un cartello che informa dell’imminente costruzione di un autolavaggio.
Ieri mattina, uscendo di casa, ho visto una ruspa che stava lavorando per rendere pianeggiante il terreno, contemporaneamente ripulendolo dalle erbacce e dagli arbusti.
Mi è venuto in mente che tra quelle erbacce e quegli arbusti sicuramente si nascondeva la tana di qualche animale selvatico, come le talpe o i ricci (o porcospini che dir si voglia) così comuni nella zona ai tempi della mia infanzia, che nelle notti d’estate ogni tanto ancora trovavo a spasso nel mio giardino.
E me ne sono dispiaciuta, pensando che il nuovo autolavaggio stava facendo fuori, insieme agli istrici e alle loro tane, anche un altro pezzetto della mia infanzia.
E invece stanotte, rientrando a casa quando ormai intorno era tutto buio e silenzioso, con i fari della mia auto ho illuminato un piccolo riccio che, provenendo dal terreno vicino, rapido ha attraversato il giardino, fino ad infilarsi sotto la siepe d’alloro, verso la scarpata degli oleandri.
Io non so se il piccolo riccio fosse effettivamente in fuga in seguito alla distruzione della sua tana, e se l’abbia spostata nella scarpata del mio giardino, ma mi piace pensare che sia così.
Mi piace pensare che il mio giardino possa essere il rifugio degli ultimi animali selvatici ancora sopravvissuti al cemento che ha invaso la zona…. e allora la scarpata non è più un problema: stamattina stessa ne abbiamo parlato in famiglia, e abbiamo deciso di lasciarla così, nascosta dalla siepe di alloro, un po’ selvaggia e inaccessibile, dove (forse) i ricci possono ancora trovare riparo.
Ieri sono capitata per caso in uno sperduto e microscopico paese arrampicato sugli Appennini.
Mentre camminavo in uno stretto vicolo immerso nel silenzio della domenica, davanti ad una finestra socchiusa le mie narici sono state colpite da un profumo che avevo quasi dimenticato, quello del sugo messo a bollire fin dal primo mattino.
Improvvisamente sono tornata indietro di tanti anni, alla mia infanzia, ai riti della domenica, tra i quali c’era appunto quello del sugo messo sul fornello la mattina presto, perché cuocesse lentamente per essere pronto, denso e saporito, per l’ora di pranzo.
Una fetta di pane con sopra un po’ di sugo, la domenica, era la nostra merenda di metà mattina, che nella bella stagione consumavamo seduti sui gradini davanti alla porta di casa.
E mi sono tornati in mente tanti altri sapori semplici di quei tempi (quando le merendine erano praticamente sconosciute a noi ragazzini cresciuti in campagna): il pane con l’olio di oliva oppure con il burro appena fatto, e sopra un po’ di sale oppure di zucchero, la cotognata, le pannocchie di mais arrostite, le patate cotte sotto la brace, i ritagli della sfoglia della pasta all’uovo, la pastella, le croste del parmigiano, le schiacciate di pasta di pane, messe a cuocere ed abbrustolire sul ripiano in ghisa della cucina economica.
Altro che McDonald’s!
Fino a quando è stato vivo mio nonno, tutte le feste comandate, Natale, Capodanno e Pasqua in primis, ma anche S. Giuseppe – che allora era festivo ed era l’onomastico di mio nonno (noi festeggiavamo più gli onomastici che i compleanni) – si trascorrevano a casa dei nonni, tutti insieme.
Cadevano tutte in inverno o in primavera, quindi non si poteva mangiare all'aperto, sotto il pergolato, come si faceva nella bella stagione, tutti i giorni. Allora si mangiava in cucina - se non altro perché la sala da pranzo era più piccola, e ci si mangiava solo quando c’erano ospiti di riguardo - dove c’era un tavolo enorme, di quelli con il piano in marmo, al quale per queste occasioni si aggiungevano due prolunghe di legno, talché ospitava comodamente gli adulti e i ragazzi più grandi, quattordici persone in tutto, più un tavolino per i quattro ragazzini più piccoli, in totale diciotto persone. Più tutto lo spazio intorno necessario per muoversi, cucinare, servire a tavola eccetera. E un camino dove si sarebbe potuto arrostire un maiale intero. Insomma uno stanzone talmente grosso che adesso ci farebbero due mini appartamenti.
Accanto alla cucina c’era la dispensa, stretta (si fa per dire) e lunga quanto la cucina: la madia per il pane era talmente grande che noi ragazzini c’entravamo dentro anche in due o tre. E poi scaffali con conserve di ogni tipo, marmellate, formaggi, e dal soffitto penzolavano prosciutti, salami, caciocavalli, pomodori secchi e quant’altro, e in fondo la scala che portava alla cantina, scavata nel tufo sotto la casa, dove veniva conservato il vino e l’olio.
Tornando alle feste comandate: mia nonna, coadiuvata da figlie e nuore, iniziava a preparare le cose fin da un paio di giorni prima, tutto rigorosamente fatto in casa, e noi ragazzini capivamo che si avvicinava la festa non tanto dal calendario quanto dalla pasta all’uovo messa ad asciugare su candide tovaglie stese sul tavolo e sulle sedie della sala da pranzo (che ovviamente in quei giorni era off limits), dalle cose deperibili tipo la carne messa nei posti freschi come appunto la dispensa perché il frigorifero non era abbastanza capiente.
Quando, finalmente, arrivava il giorno della festa, noi ragazzini eravamo incaricati di apparecchiare, i più piccoli posate e tovaglioli, i più grandi piatti e bicchieri, e poi il pane, le brocche con l'acqua, le bottiglie di vino e le sedie intorno al tavolo. Intanto sui fornelli c'erano i pentoloni con l’acqua per la pasta, il sugo e tutto il resto e dai coperchi usciva il vapore che appannava i vetri delle finestre, mentre il calore rendeva inutile il riscaldamento, che infatti in cucina non c’era.
Poi man mano, entrando dalla porta della cucina che dava direttamente sul giardino, arrivava il resto della tribù, e il vociare era tale che non si sarebbe sentito l’acuto di un tenore; mancava solo il nonno, che se ne stava sulla sua poltrona in sala, immobile, davanti al caminetto, come se tutto quel chiasso non lo sentisse nemmeno. E quando nonno era seduto sulla sua poltrona, nessuno osava avvicinarsi, quasi fosse un asceta in meditazione, neanche per salutarlo.
Dava le spalle alla porta, quindi non poteva vedere cosa succedeva in cucina, che peraltro era separata dalla sala da un enorme androne. Eppure sapeva perfettamente quando erano arrivati tutti, e quando ormai il pasto era pronto da mettere in tavola, e allora lentamente si alzava dalla poltrona e poggiandosi sul suo bastone si avviava verso la cucina, dove entrava accolto come si conviene ad un patriarca: i primi a salutarlo eravamo noi bambini, poi i nipoti più grandi ed infine i figli con i rispettivi coniugi.
Poi si dirigeva a capotavola, e improvvisamente nell’enorme cucina, senza che nessuno l’avesse ordinato, calava il silenzio: tutti in piedi intorno al tavolo, ognuno davanti al suo posto che era da sempre lo stesso, nonna dal capo opposto, in silenzio. Il nonno allora alzava il suo sguardo severo ma insieme dolce, lo posava per un attimo su ognuno di noi quasi a far l’appello per controllare che ci fossimo tutti (ma lui lo sapeva benissimo che non mancava nessuno), poi allungava la mano sulla pagnotta di pane, ci faceva sopra il segno della croce e poi finalmente si sedeva, e in un attimo riscoppiava il vocio, mentre mia madre e le mie zie riempivano i piatti.
Lui era il primo ad essere servito, ovviamente, ma non iniziava a mangiare prima che tutti fossero serviti e seduti, e nessuno iniziava a mangiare, nemmeno noi più piccoli, se non iniziava lui.
Parlava poco (quasi non ricordo la sua voce) ma ascoltava tutto e dal suo sguardo si poteva capire quale fosse la sua opinione, e quando ti fulminava con gli occhi capivi subito che bisognava cambiare argomento.
Io me lo ricordo così, sempre silenzioso e severo, quasi austero se non fosse stato per il tremore del Parkinson, tremore che però riusciva a controllare quando benediva il pane. Non ricordo nessuna sua sfuriata, nessuna discussione, ma credo che non fosse necessaria: parlava poco, ma la sua volontà era sempre chiara e non servivano chiacchiere, anche perché quello che decideva lui era sempre la cosa migliore per tutti. E tutti di lui avevano il massimo rispetto, per non dire una sorta di sacro terrore.
Qualcuno racconta che l’unica persona in grado di farlo sorridere fossi io, che a quanto pare ero la sua nipote preferita, tanto è vero che dagli altri nipoti aspettava il saluto come se fosse dovuto, mentre quando mi avvicinavo io perdeva la sua aria severa e con un ampio sorriso mi diceva “Ciao, bionda”. In tutte le foto ha sempre l’aria severa del patriarca, solo in una foto s’intravede il sorriso, mentre mi abbraccia, il giorno della mia Prima Comunione: però le cronache raccontano che quella foto fu scattata senza che lui se ne accorgesse, e probabilmente non l’ha mai vista.
Noi nipoti trascorrevamo molte delle nostre giornate nella casa dei nonni: abitavamo tutti nelle vicinanze, ma specie durante le vacanze passavamo l'intera giornata a casa dei nonni, dove potevamo giocare insieme. Allora la tavolata era di "sole" dodici persone, noi dieci nipoti più i nonni, ma il rito era lo stesso: silenzio assoluto quando ci si metteva a tavola, fino a quando il nonno non si sedeva.
Qualche anno dopo il nonno fu costretto ad abbandonare quella casa, costruita da suo nonno e dove erano nati sia lui che suo padre: il Piano Regolatore di Roma, al posto di quella casa e dei campi intorno, prevedeva ampie strade, un centro commerciale e degli uffici. Si trasferì in un’altra casa, sempre in campagna, nuova e comoda, costruita apposta dai suoi figli, e ci morì dopo neanche tre mesi: nella nuova casa non abbiamo mai festeggiato nulla, per cui il ricordo delle feste e delle grandi tavolate è tutt'uno con la vecchia casa e con il nonno.
La vecchia casa, per vari ritardi nei cantieri, rimase in piedi ancora per qualche anno, e si vedeva dalle finestre di casa mia, che era a poche centinaia di metri; mia nonna, quando veniva a trovarci, non guardava mai dalla finestra la sua vecchia casa, dove era andata sposa e dove aveva partorito i suoi figli. Anch’io, per quanto ero un’adolescente spensierata, provavo una certa tristezza a guardare quella casa ormai buia e con le finestre serrate.
Ci sono tornata solo una volta, pochi minuti prima che l’abbattessero: entrai dalla porta della cucina, come facevo sempre quando c’erano i nonni, ma oltre quella stanzone buio e ormai pieno solo di polvere e di ricordi non sono riuscita ad andare, perché le lacrime mi offuscavano la vista più del buio. Sono uscita subito e scappata via, per non sentire il rumore delle ruspe.
Ora al posto della casa dei nonni c’è una centrale della Telecom, l’unica cosa che si è salvata del grande giardino è una palma che mio nonno piantò quando nacque mia mamma, ormai oltre 80 anni fa. Io ci passo davanti tutti i giorni, ma quasi automaticamente volgo lo sguardo dall’altra parte, e mi sale sempre un groppo alla gola: i ricordi sono belli, ma qualche volta fanno stringere il cuore.
Tra i ricordi più belli della mia infanzia ci sono i campi intorno a casa mia, movimentati da morbide alture illuminate dal sole e accarezzate dal vento, dove veniva coltivata l’erba medica, una pianta erbacea allora destinata esclusivamente a diventare foraggio per l’alimentazione animale (adesso ci fanno anche gli integratori alimentari), che in primavera è punteggiata da timidi fiorellini violetti.
Insieme ad altri ragazzini della mia stessa età percorrevamo in bicicletta le carrarecce che solcavano quei campi, poi a piedi nudi ci arrampicavamo su una delle collinette e dall’alto guardavamo incantati l’enorme distesa verde – limitata solo dagli alberi e dai canneti lungo i fossi – su cui il vento lieve disegnava delle morbide onde.
Poi la discesa: se c’era vento correvamo giù a perdifiato, quasi sempre a piedi nudi, respirando a bocca aperta quasi a voler riempire i polmoni di quell’aria fresca e profumata, lasciando che il vento giocasse con i capelli e l’erba alta sferzasse le gambe nude.
Oppure ci lasciavamo rotolare lungo il pendio, con la faccia che sfiorava la terra e le radici dell’erba a volte ancora bagnata dall’umidità della notte o dalla pioggia recente, finendo poi nel piccolo fosso che in fondo alla discesa separava il campo dalla stradicciola dove avevamo abbandonato le biciclette, ritrovandoci senza fiato con la faccia, i capelli ed i vestiti sporchi di erba e di terra, e magari anche qualche graffio.
Purtroppo quelle distese di erba vicino casa mia non esistono più – al loro posto c'è l'immensa periferia di Roma – ed è raro anche trovarle altrove: ormai gli animali sono nutriti con i mangimi industriali, le coltivazioni sono diventate intensive e comunque non puoi certo andarti a rotolare, da grande, sui campi altrui.
Eppure qualche volta capita, viaggiando in auto, di vedere le distese verdi mosse dal vento, e allora mi fermo a guardarle, incantata come allora, trattenendo a stento la voglia di correre e di rotolarmi nell’erba.
Qualche anno fa ero in vacanza con alcuni amici in una valle sperduta del Tirolo austriaco, e un giorno che rientravamo a valle dopo una lunga passeggiata in quota, uscendo dal bosco ci siamo improvvisamente trovati davanti ad un ripido pendio coltivato a foraggio e non ancora tagliato: mi sono fermata, stupita per quell’inaspettato spettacolo e ancora una volta incantata, mentre gli altri proseguivano lungo il sentiero che scendeva verso il paese.
Dopo un attimo d'incertezza mi sono tolta scarponi e calzini, ho abbandonato il sentiero e, come allora, ho camminato a piedi nudi nell’erba sotto gli occhi perplessi degli amici e di un montanaro locale: non sentivo e non vedevo nient’altro che quella distesa di erba nella quale stavo camminando, quasi correndo, con il viso sferzato dal vento e con gli occhi bagnati dalla nostalgia per un tempo ormai lontano ed insieme dalla gioia per quel breve attimo di felicità, però contenta di essere ancora capace di emozionarmi per una semplice passeggiata a piedi nudi nell'erba.
Quando ero una ragazzina, tanti anni fa, per andare a scuola e poi all'università, dovevo alzarmi prima dell'alba, e quando aprivo la finestra fuori le stelle e la luna non erano oscurate dalle luci della città, e la campagna intorno a casa mia, ancora buia e silenziosa, mi regalava i suoi profumi , quello della terra bagnata d'inverno, o del fieno appena tagliato d'estate.
Adesso casa mia (sempre la stessa) è circondata da palazzoni, e quell'atmosfera fuori dalla finestra ovviamente non c'è più.
Però io me la vado a cercare: specialmente quando mi capita di uscire presto o tornare tardi, quasi sempre, invece che lo stradone ampio, diritto e perfettamente illuminato che attraversa il quartiere, scelgo un'altra strada, quella vecchia, che durante la mia infanzia era l'unico collegamento con la "città": è un po' più lunga, stretta e poco illuminata, piena di curve e saliscendi, però attraversa un lungo tratto di campagna, rimasto immutato grazie alla vicinanza all'Appia Antica, del cui parco fa parte.
Tengo sempre aperto il finestrino, anche d'inverno, e insieme all'aria fredda e all'umidità entrano quei profumi di terra bagnata e di fieno appena tagliato che mi riportano indietro nel tempo.
E a volte, la sera tardi, specie a luglio ed agosto quando le città si svuotano, capita di scorgere un movimento repentino tra le siepi, o addirittura una volpe o un riccio che attraversano veloci la strada, e sempre mi meraviglio perché la città con i suoi palazzoni è lì a poche centinaia di metri.
Però quei piccoli segnali li cerco con gli occhi mentre guido, e quando non li vedo mi preoccupo, mi dico che forse è ancora troppo presto, quindi la strada è ancora troppo frequentata e giustamente gli animali selvatici se ne tengono alla larga, però temo che invece non incontrerò più la volpe o il riccio, perché la città continua ad avvicinarsi minacciosamente costringendo gli animali a spostare le loro tane più in là.
A volte sorrido pensando che mi dispiacerebbe non incontrare più la volpe, e invece tanti anni fa, quando si sentivano le galline starnazzare di notte nel pollaio, mio nonno usciva in pigiama con il fucile e noi dalla finestra lo vedevamo dare la caccia alla volpe (e ovviamente facevamo il tifo per il nonno e le galline, non certo per la volpe).
E penso che quando non incontrerò più volpi e ricci, in quel tratto di strada non si sentirà più neanche l'odore della terra bagnata e del fieno appena tagliato, e allora non varrà più la pena di fare la strada stretta, piena di curve e poco illuminata, e come tutti cederò alla fretta scegliendo lo stradone ampio, dritto e perfettamente illuminato.