Perle sparse un po' dovunque che altrimenti andrebbero perse....

Eccomi

Blogger: ritarella
Nome: Chi sono probabilmente si capisce da quello che scrivo qui.
Questo blog nasce non per comunicare qualcosa di particolare a qualcuno in particolare, ma solo per raccogliere pensieri, ricordi, sensazioni, riflessioni... perle insomma. Perle che sono pane per l'anima (e con ciò è spiegata anche l'immagine, piccoli panini in fila, appunto come perle). Il blog contiene solo scritti, moltissimi dei quali provenienti da dei quaderni che mi hanno accompagnato fin da quando avevo 14 anni, e su cui ho annotato di tutto, pensieri, citazioni, battute di spirito, ricordi, aforismi, qualunque cosa che in quel momento mi abbia colpito o interessato, indifferentemente cose serie (poche) e cretinate (tante). Li ho conservati tutti, questi quaderni, ormai sono decine, e appunto molto di quanto riportato in questo blog proviene da lì, tutte cose appuntate nell'arco di decenni, a volte rivisitate, molto più spesso riportate volutamente senza data, perché con il passare del tempo il motivo per cui sono state scritte non c'è più, e quindi il valore dello scritto è intrinseco, ormai sganciato dal fatto che l’ha provocato. E' una cosa nata per gioco e senza alcuna pretesa, che a distanza di mesi è sì ancora un gioco e continua a non aver pretese, ma è diventato anche uno sfogo ed un rifugio: un appuntamento quasi quotidiano, che da una parte mi provoca e dall’altra mi rilassa, ma di cui sento il bisogno. Anche se – per dirla tutta – m'imbarazza un po’ sapere che c’è qualcuno che legge quel che scrivo. E magari apprezza anche qualcosa di ciò che scrivo. Un pizzico di vanità? Certamente, ma non avendo intenzione di cambiare mestiere, con questo blog continuo solo a giocare. Ma ovviamente il blog è aperto a chiunque abbia voglia di leggere o anche lasciare un commento.

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lunedì, 11 febbraio 2008
Tetti e terrazze

Il cielo è terso, così azzurro che sembra quasi finto, nemmeno una nuvola è scampata alla tramontana che ha ripulito il cielo meglio della più perfetta donna di casa d’altri tempi intenta nelle pulizie di primavera. Colpisce un cielo così azzurro sopra il centro di Roma, eppure non è così raro, specie d’inverno. Forse è perché siamo abituati a vederne solo uno spicchio delimitato dai profili dei palazzi, invece da quassù, lo sguardo può spaziare sopra i tetti, senza limiti.
Da sotto arriva il rumore del traffico, clacson nervosi e scooter indisciplinati che zigzagano tra turisti incantati ed auto incolonnate. Si sente, il traffico, ma non si vede: il terrazzo arditamente incastrato in cima al palazzo cinquecentesco permette una vista mozzafiato sui tetti e le terrazze di Roma, ma impedisce di guardare giù, alla strada.
Vista da lì Roma sembra più piccola, e più bella, racchiusa tra il verde del Pincio, di Monte Mario e del Gianicolo, come se la periferia non esistesse. E per fortuna obrobri come l’altare della Patria sono alle spalle, seminascosti dal Quirinale. Un susseguirsi di tetti inframezzati da terrazze ornate da rampicanti - che ombreggiano ed insieme nascondono abusi vecchi e recentissimi, angoli di paradiso che passeggiando nelle strette vie del centro non immagineresti mai - che sembrano voler competere in altezza con le cupole delle chiese, perfino con il Cupolone, che nonostante sia il più lontano domina il panorama con il suo profilo.
L’unico scorcio si apre su Piazza di Spagna, ma la prospettiva è insolita: la scalinatà di Trinità dei Monti è di lato, in gran parte nascosta, la fontana della Barcaccia vista dall’alto è irriconoscibile, la piazza sembra molto meno affollata, perfino le palme, in fondo, viste dall’alto sembrano ancora più insolite, e più rigogliose. La statua della Madonna sulla colonna è lì, pochi metri davanti a te, di spalle, alla tua stessa altezza: ecco, Piazza di Spagna la vedi come la vede lei, la Madonna.
E il sole che lentamente scende sull’orizzonte esalta le varie sfumature dell’ocra delle facciate ed incendia il rosso bruno dei tetti, e le terrazze una dopo l'altra si tuffano nel magico tramonto di Roma: un attimo, e la giornata pesante e piena d’incazzature è dimenticata. Ne è valsa la pena, di arrampicarsi quassù.

Postato da: ritarella a febbraio 11, 2008 08:25 | link | commenti (1)
roma

venerdì, 08 febbraio 2008
Il cielo è pieno di stelle

Qualche giorno fa il cielo era d’acciaio, con nuvole livide che promettevano quella pioggia che, puntuale, durante la notte si è rovesciata sulla città. Oggi invece nel cielo c’è una luce più chiara e anche – se appena viene un po’ di sole, e se stai attento – un odore diverso nell’aria. Fa ancora molto freddo – in fondo è ancora inverno pieno – ma pare l’ultimo assalto di un esercito ormai sconfitto.
Un piccolo parco giochi ritagliato tra l’ultima fila di palazzoni enormi ed uguali della periferia romana e la campagna spoglia che si protende verso il mare, al calar del sole le mamme tentano invano di indurre al rientro i bambini che invece ancora corrono tra gli scivoli e le altalene, sordi ai richiami. Vengono in mente le rondini – che ancora sono lontane a venire – e il loro giostrare pazzo attorno ai campanili, al tramonto. Ma poi, mentre il cielo sereno si tinge di rosso, ad uno ad uno i bambini, come le rondini, finalmente tornano al nido.
E allora il buio, pian piano scende giù, e stasera non si ferma come sospeso, ma cala fino alla strada: il temporale dei giorni scorsi ha messo fuori uso i lampioni, e il marciapiede è illuminato appena dalla luce che filtra dagli androni dei palazzi, e dai fari delle rare auto che passano in quella strada secondaria e silenziosa di periferia.
Dalle finestre i bambini guardano quel cielo insolitamente buio – in città l’hanno mai visto così – che si stende sopra la campagna brulla davanti alle loro case, ed i loro occhi spalancati di sbalordimento si riempiono di quei bagliori che, di solito cancellati dai riflessi dell’illuminazione stradale, non sono più abituati a vedere: “Mamma, il cielo è pieno di stelle!”.

Postato da: ritarella a febbraio 08, 2008 08:32 | link | commenti (1)
racconti, roma

sabato, 27 ottobre 2007
L'infinito

Sere fa c’era un gran vento, quello che viene da nord, freddo, che a Roma si chiama tramontana.
Ero in montagna, a circa 100 Km da Roma, e il cielo che il vento aveva ripulito dalle nuvole era molto più scuro; volgendo gli occhi intorno non c’era nulla – un tetto, un albero – che lo limitasse, lo racchiudesse, e anche le stelle sembravano molte di più e molto più luminose.
Sembrava di essere sotto un altro cielo, in un posto lontano, silenzioso e bellissimo, quasi un altro mondo, dove c’ero solo io e appunto il cielo sopra di me.
Dice: “Allora hai capito cos’è l’inquinamento luminoso”.
Forse, ma non soltanto questo: ho capito che semplicemente guardando un cielo pulito e stellato, seppure a pochi chilometri dalla vita di tutti i giorni, il cuore può andare lontano, a godersi l’infinito.

Postato da: ritarella a ottobre 27, 2007 12:12 | link | commenti (4)
riflessioni, roma, parlando di me

mercoledì, 15 agosto 2007
Ma chi l'ha detto che Roma a Ferragosto è vuota?

Ma chi l’ha detto che Roma è vuota?
Beh, ne ero convinta anch’io, ma mi sono dovuta ricredere.
Mai vista tanta gente in giro a Ferragosto, mi sembrava di più anche dell’invasione del Giubileo del 2000.
Pensavo che mi sarei potuta godere un po’ la mia città… ma è stata una speranza vana.
Decisamente meglio il silenzio e il fresco del mio giardino, in periferia, quella sì abbastanza svuotata.
Silenzio e solitudine, l’ideale per riposarsi, e per pensare un po’ ai fatti propri.
E magari per prendere decisioni importanti.

Postato da: ritarella a agosto 15, 2007 22:29 | link | commenti (2)
roma, parlando di me

domenica, 05 agosto 2007
Roma ad agosto

Sarà perchè è domenica, sarà perchè è agosto, ma stamattina, in giro per il centro, non c’era praticamente nessuno.
Anche i turisti erano pochissimi, e tutti concentrati nelle solite zone.
Roma si è svuotata, ed è ancora più bella.
E sono contenta di rimanere qui, mentre tutti sono in ferie.

Postato da: ritarella a agosto 05, 2007 18:01 | link | commenti
roma

sabato, 19 maggio 2007
La tana del riccio

La mia casa, che una volta era un casale in mezzo alla campagna, è miracolosamente sopravvissuta all’assalto del cemento, ma ormai ne è circondata: soltanto un giardino fortunatamente molto ampio la separa da caseggiati di varia altezza, comunque brutti e piuttosto anonimi – anche se qualcuno tenta di ingraziosirli con piante e fiori che stentano ad attecchire sugli striminziti balconi e sulle minuscole aiuole nei cortili – e da strade che con difficoltà accolgono tutte le auto che vi sono parcheggiate.
Il piano stradale, e quello delle costruzioni vicine, è più basso di qualche metro rispetto al livello del giardino, dove sono piantati alti alberi che conferiscono all'insieme una sorta di slancio, quasi di maestà, per cui la casa, di soli due piani, vista dalla strada sembra un minuscolo castello posto in cima ad un minuscolo colle, dal quale sembra voler competere con le costruzioni vicine ben più alte, quasi imponendo loro la sua presenza.
Lungo due lati il giardino è separato dai viali di accesso del confinante condominio da un alto muro di contenimento in cemento armato, per cui il giardino stesso si trova di fatto all’altezza delle finestre del primo piano dei caseggiati vicini, e affacciandosi oltre il muro quel viale di accesso sembra il fossato che circondava i castelli medioevali.
C'è un angolo del giardino che è a ridosso di questo muro, nascosto dietro un’alta siepe di alloro: è un angolo un po’ trascurato, soprattutto perchè molto scosceso, quasi una piccola scarpata, di difficile accesso, su cui crescono rigogliosi degli oleandri, e da dove qualche giorno fa sono sbucati fuori i micini partoriti da una delle gatte che frequentano il mio giardino; ogni tanto ci diciamo, in famiglia, che bisognerebbe dare una sfoltita a quella mini-foresta, potando gli oleandri e creando dei vialetti e delle scalette per rendere accessibile anche quell’angolo, ma si sa, il tempo è sempre tiranno, si va sempre di corsa, e le cose sono facili a dirsi ma molto meno a farsi.
Sugli altri due lati, tra la recinzione e la strada, c’è un ampio spazio lasciato incolto da anni dai proprietari del terreno: è pieno di arbusti ed erbacce, lievemente digradante, e stante la vicinanza delle altre costruzioni e della strada, sembra un angolo selvaggio dimenticato.
Tempo fa questo spazio incolto è stato recintato e sul cancello è comparso un cartello che informa dell’imminente costruzione di un autolavaggio.
Ieri mattina, uscendo di casa, ho visto una ruspa che stava lavorando per rendere pianeggiante il terreno, contemporaneamente ripulendolo dalle erbacce e dagli arbusti.
Mi è venuto in mente che tra quelle erbacce e quegli arbusti sicuramente si nascondeva la tana di qualche animale selvatico, come le talpe o i ricci (o porcospini che dir si voglia) così comuni nella zona ai tempi della mia infanzia, che nelle notti d’estate ogni tanto ancora trovavo a spasso nel mio giardino.
E me ne sono dispiaciuta, pensando che il nuovo autolavaggio stava facendo fuori, insieme agli istrici e alle loro tane, anche un altro pezzetto della mia infanzia.
E invece stanotte, rientrando a casa quando ormai intorno era tutto buio e silenzioso, con i fari della mia auto ho illuminato un piccolo riccio che, provenendo dal terreno vicino, rapido ha attraversato il giardino, fino ad infilarsi sotto la siepe d’alloro, verso la scarpata degli oleandri.
Io non so se il piccolo riccio fosse effettivamente in fuga in seguito alla distruzione della sua tana, e se l’abbia spostata nella scarpata del mio giardino, ma mi piace pensare che sia così.
Mi piace pensare che il mio giardino possa essere il rifugio degli ultimi animali selvatici ancora sopravvissuti al cemento che ha invaso la zona…. e allora la scarpata non è più un problema: stamattina stessa ne abbiamo parlato in famiglia, e abbiamo deciso di lasciarla così, nascosta dalla siepe di alloro, un po’ selvaggia e inaccessibile, dove (forse) i ricci possono ancora trovare riparo.

Postato da: ritarella a maggio 19, 2007 09:03 | link | commenti (3)
racconti, roma, parlando di me, un mondo che non c è più

venerdì, 04 maggio 2007
Il patriarca e la sua casa

Fino a quando è stato vivo mio nonno, tutte le feste comandate, Natale, Capodanno e Pasqua in primis, ma anche S. Giuseppe – che allora era festivo ed era l’onomastico di mio nonno (noi festeggiavamo più gli onomastici che i compleanni) – si trascorrevano a casa dei nonni, tutti insieme.
Cadevano tutte in inverno o in primavera, quindi non si poteva mangiare all'aperto, sotto il pergolato, come si faceva nella bella stagione, tutti i giorni. Allora si mangiava in cucina - se non altro perché la sala da pranzo era più piccola, e ci si mangiava solo quando c’erano ospiti di riguardo - dove c’era un tavolo enorme, di quelli con il piano in marmo, al quale per queste occasioni si aggiungevano due prolunghe di legno, talché ospitava comodamente gli adulti e i ragazzi più grandi, quattordici persone in tutto, più un tavolino per i quattro ragazzini più piccoli, in totale diciotto persone. Più tutto lo spazio intorno necessario per muoversi, cucinare, servire a tavola eccetera. E un camino dove si sarebbe potuto arrostire un maiale intero. Insomma uno stanzone talmente grosso che adesso ci farebbero due mini appartamenti.
Accanto alla cucina c’era la dispensa, stretta (si fa per dire) e lunga quanto la cucina: la madia per il pane era talmente grande che noi ragazzini c’entravamo dentro anche in due o tre. E poi scaffali con conserve di ogni tipo, marmellate, formaggi, e dal soffitto penzolavano prosciutti, salami, caciocavalli, pomodori secchi e quant’altro, e in fondo la scala che portava alla cantina, scavata nel tufo sotto la casa, dove veniva conservato il vino e l’olio.
Tornando alle feste comandate: mia nonna, coadiuvata da figlie e nuore, iniziava a preparare le cose fin da un paio di giorni prima, tutto rigorosamente fatto in casa, e noi ragazzini capivamo che si avvicinava la festa non tanto dal calendario quanto dalla pasta all’uovo messa ad asciugare su candide tovaglie stese sul tavolo e sulle sedie della sala da pranzo (che ovviamente in quei giorni era off limits), dalle cose deperibili tipo la carne messa nei posti freschi come appunto la dispensa perché il frigorifero non era abbastanza capiente.
Quando, finalmente, arrivava il giorno della festa, noi ragazzini eravamo incaricati di apparecchiare, i più piccoli posate e tovaglioli, i più grandi piatti e bicchieri, e poi il pane, le brocche con l'acqua, le bottiglie di vino e le sedie intorno al tavolo. Intanto sui fornelli c'erano i pentoloni con l’acqua per la pasta, il sugo e tutto il resto e dai coperchi usciva il vapore che appannava i vetri delle finestre, mentre il calore rendeva inutile il riscaldamento, che infatti in cucina non c’era.
Poi man mano, entrando dalla porta della cucina che dava direttamente sul giardino, arrivava il resto della tribù, e il vociare era tale che non si sarebbe sentito l’acuto di un tenore; mancava solo il nonno, che se ne stava sulla sua poltrona in sala, immobile, davanti al caminetto, come se tutto quel chiasso non lo sentisse nemmeno. E quando nonno era seduto sulla sua poltrona, nessuno osava avvicinarsi, quasi fosse un asceta in meditazione, neanche per salutarlo.
Dava le spalle alla porta, quindi non poteva vedere cosa succedeva in cucina, che peraltro era separata dalla sala da un enorme androne. Eppure sapeva perfettamente quando erano arrivati tutti, e quando ormai il pasto era pronto da mettere in tavola, e allora lentamente si alzava dalla poltrona e poggiandosi sul suo bastone si avviava verso la cucina, dove entrava accolto come si conviene ad un patriarca: i primi a salutarlo eravamo noi bambini, poi i nipoti più grandi ed infine i figli con i rispettivi coniugi.
Poi si dirigeva a capotavola, e improvvisamente nell’enorme cucina, senza che nessuno l’avesse ordinato, calava il silenzio: tutti in piedi intorno al tavolo, ognuno davanti al suo posto che era da sempre lo stesso, nonna dal capo opposto, in silenzio. Il nonno allora alzava il suo sguardo severo ma insieme dolce, lo posava per un attimo su ognuno di noi quasi a far l’appello per controllare che ci fossimo tutti (ma lui lo sapeva benissimo che non mancava nessuno), poi allungava la mano sulla pagnotta di pane, ci faceva sopra il segno della croce e poi finalmente si sedeva, e in un attimo riscoppiava il vocio, mentre mia madre e le mie zie riempivano i piatti.
Lui era il primo ad essere servito, ovviamente, ma non iniziava a mangiare prima che tutti fossero serviti e seduti, e nessuno iniziava a mangiare, nemmeno noi più piccoli, se non iniziava lui.
Parlava poco (quasi non ricordo la sua voce) ma ascoltava tutto e dal suo sguardo si poteva capire quale fosse la sua opinione, e quando ti fulminava con gli occhi capivi subito che bisognava cambiare argomento.
Io me lo ricordo così, sempre silenzioso e severo, quasi austero se non fosse stato per il tremore del Parkinson, tremore che però riusciva a controllare quando benediva il pane. Non ricordo nessuna sua sfuriata, nessuna discussione, ma credo che non fosse necessaria: parlava poco, ma la sua volontà era sempre chiara e non servivano chiacchiere, anche perché quello che decideva lui era sempre la cosa migliore per tutti. E tutti di lui avevano il massimo rispetto, per non dire una sorta di sacro terrore.
Qualcuno racconta che l’unica persona in grado di farlo sorridere fossi io, che a quanto pare ero la sua nipote preferita, tanto è vero che dagli altri nipoti aspettava il saluto come se fosse dovuto, mentre quando mi avvicinavo io perdeva la sua aria severa e con un ampio sorriso mi diceva “Ciao, bionda”. In tutte le foto ha sempre l’aria severa del patriarca, solo in una foto s’intravede il sorriso, mentre mi abbraccia, il giorno della mia Prima Comunione: però le cronache raccontano che quella foto fu scattata senza che lui se ne accorgesse, e probabilmente non l’ha mai vista.
Noi nipoti trascorrevamo molte delle nostre giornate nella casa dei nonni: abitavamo tutti nelle vicinanze, ma specie durante le vacanze passavamo l'intera giornata a casa dei nonni, dove potevamo giocare insieme. Allora la tavolata era di "sole" dodici persone, noi dieci nipoti più i nonni, ma il rito era lo stesso: silenzio assoluto quando ci si metteva a tavola, fino a quando il nonno non si sedeva.
Qualche anno dopo il nonno fu costretto ad abbandonare quella casa, costruita da suo nonno e dove erano nati sia lui che suo padre: il Piano Regolatore di Roma, al posto di quella casa e dei campi intorno, prevedeva ampie strade, un centro commerciale e degli uffici. Si trasferì in un’altra casa, sempre in campagna, nuova e comoda, costruita apposta dai suoi figli, e ci morì dopo neanche tre mesi: nella nuova casa non abbiamo mai festeggiato nulla, per cui il ricordo delle feste e delle grandi tavolate è tutt'uno con la vecchia casa e con il nonno.
La vecchia casa, per vari ritardi nei cantieri, rimase in piedi ancora per qualche anno, e si vedeva dalle finestre di casa mia, che era a poche centinaia di metri; mia nonna, quando veniva a trovarci, non guardava mai dalla finestra la sua vecchia casa, dove era andata sposa e dove aveva partorito i suoi figli. Anch’io, per quanto ero un’adolescente spensierata, provavo una certa tristezza a guardare quella casa ormai buia e con le finestre serrate.
Ci sono tornata solo una volta, pochi minuti prima che l’abbattessero: entrai dalla porta della cucina, come facevo sempre quando c’erano i nonni, ma oltre quella stanzone buio e ormai pieno solo di polvere e di ricordi non sono riuscita ad andare, perché le lacrime mi offuscavano la vista più del buio. Sono uscita subito e scappata via, per non sentire il rumore delle ruspe.
Ora al posto della casa dei nonni c’è una centrale della Telecom, l’unica cosa che si è salvata del grande giardino è una palma che mio nonno piantò quando nacque mia mamma, ormai oltre 80 anni fa. Io ci passo davanti tutti i giorni, ma quasi automaticamente volgo lo sguardo dall’altra parte, e mi sale sempre un groppo alla gola: i ricordi sono belli, ma qualche volta fanno stringere il cuore.

Postato da: ritarella a maggio 04, 2007 08:06 | link | commenti (1)
racconti, roma, parlando di me, ritratti, un mondo che non c è più

lunedì, 30 aprile 2007
A piedi nudi nell'erba

Tra i ricordi più belli della mia infanzia ci sono i campi intorno a casa mia, movimentati da morbide alture illuminate dal sole e accarezzate dal vento, dove veniva coltivata l’erba medica, una pianta erbacea allora destinata esclusivamente a diventare foraggio per l’alimentazione animale (adesso ci fanno anche gli integratori alimentari), che in primavera è punteggiata da timidi fiorellini violetti.
Insieme ad altri ragazzini della mia stessa età percorrevamo in bicicletta le carrarecce che solcavano quei campi, poi a piedi nudi ci arrampicavamo su una delle collinette e dall’alto guardavamo incantati l’enorme distesa verde – limitata solo dagli alberi e dai canneti lungo i fossi – su cui il vento lieve disegnava delle morbide onde.
Poi la discesa: se c’era vento correvamo giù a perdifiato, quasi sempre a piedi nudi, respirando a bocca aperta quasi a voler riempire i polmoni di quell’aria fresca e profumata, lasciando che il vento giocasse con i capelli e l’erba alta sferzasse le gambe nude.
Oppure ci lasciavamo rotolare lungo il pendio, con la faccia che sfiorava la terra e le radici dell’erba a volte ancora bagnata dall’umidità della notte o dalla pioggia recente, finendo poi nel piccolo fosso che in fondo alla discesa separava il campo dalla stradicciola dove avevamo abbandonato le biciclette, ritrovandoci senza fiato con la faccia, i capelli ed i vestiti sporchi di erba e di terra, e magari anche qualche graffio.
Purtroppo quelle distese di erba vicino casa mia non esistono più – al loro posto c'è l'immensa periferia di Roma –  ed è raro anche trovarle altrove: ormai gli animali sono nutriti con i mangimi industriali, le coltivazioni sono diventate intensive e comunque non puoi certo andarti a rotolare, da grande, sui campi altrui.
Eppure qualche volta capita, viaggiando in auto, di vedere le distese verdi mosse dal vento, e allora mi fermo a guardarle, incantata come allora, trattenendo a stento la voglia di correre e di rotolarmi nell’erba.
Qualche anno fa ero in vacanza con alcuni amici in una valle sperduta del Tirolo austriaco, e un giorno che rientravamo a valle dopo una lunga passeggiata in quota, uscendo dal bosco ci siamo improvvisamente trovati davanti ad un ripido pendio coltivato a foraggio e non ancora tagliato: mi sono fermata, stupita per quell’inaspettato spettacolo e ancora una volta incantata, mentre gli altri proseguivano lungo il sentiero che scendeva verso il paese.
Dopo un attimo d'incertezza mi sono tolta scarponi e calzini, ho abbandonato il sentiero e, come allora, ho camminato a piedi nudi nell’erba sotto gli occhi perplessi degli amici e di un montanaro locale: non sentivo e non vedevo nient’altro che quella distesa di erba nella quale stavo camminando, quasi correndo, con il viso sferzato dal vento e con gli occhi bagnati dalla nostalgia per un tempo ormai lontano ed insieme dalla gioia per quel breve attimo di felicità, però contenta di essere ancora capace di emozionarmi per una semplice passeggiata a piedi nudi nell'erba.

Postato da: ritarella a aprile 30, 2007 20:27 | link | commenti (4)
racconti, roma, parlando di me, un mondo che non c è più

sabato, 14 aprile 2007
Il profumo della terra bagnata e del fieno appena tagliato

Quando ero una ragazzina, tanti anni fa, per andare a scuola e poi all'università, dovevo alzarmi prima dell'alba, e quando aprivo la finestra fuori le stelle e la luna non erano oscurate dalle luci della città, e la campagna intorno a casa mia, ancora buia e silenziosa, mi regalava i suoi profumi , quello della terra bagnata d'inverno, o del fieno appena tagliato d'estate.
Adesso casa mia (sempre la stessa) è circondata da palazzoni, e quell'atmosfera fuori dalla finestra ovviamente non c'è più.
Però io me la vado a cercare: specialmente quando mi capita di uscire presto o tornare tardi, quasi sempre, invece che lo stradone ampio, diritto e perfettamente illuminato che attraversa il quartiere, scelgo un'altra strada, quella vecchia, che durante la mia infanzia era l'unico collegamento con la "città": è un po' più lunga, stretta e poco illuminata, piena di curve e saliscendi, però attraversa un lungo tratto di campagna, rimasto immutato grazie alla vicinanza all'Appia Antica, del cui parco fa parte.
Tengo sempre aperto il finestrino, anche d'inverno, e insieme all'aria fredda e all'umidità entrano quei profumi di terra bagnata e di fieno appena tagliato che mi riportano indietro nel tempo.
E a volte, la sera tardi, specie a luglio ed agosto quando le città si svuotano, capita di scorgere un movimento repentino tra le siepi, o addirittura una volpe o un riccio che attraversano veloci la strada, e sempre mi meraviglio perché la città con i suoi palazzoni è lì a poche centinaia di metri.
Però quei piccoli segnali li cerco con gli occhi mentre guido, e quando non li vedo mi preoccupo, mi dico che forse è ancora troppo presto, quindi la strada è ancora troppo frequentata e giustamente gli animali selvatici se ne tengono alla larga, però temo che invece non incontrerò più la volpe o il riccio, perché la città continua ad avvicinarsi minacciosamente costringendo gli animali a spostare le loro tane più in là.
A volte sorrido pensando che mi dispiacerebbe non incontrare più la volpe, e invece tanti anni fa, quando si sentivano le galline starnazzare di notte nel pollaio, mio nonno usciva in pigiama con il fucile e noi dalla finestra lo vedevamo dare la caccia alla volpe (e ovviamente facevamo il tifo per il nonno e le galline, non certo per la volpe).
E penso che quando non incontrerò più volpi e ricci, in quel tratto di strada non si sentirà più neanche l'odore della terra bagnata e del fieno appena tagliato, e allora non varrà più la pena di fare la strada stretta, piena di curve e poco illuminata, e come tutti cederò alla fretta scegliendo lo stradone ampio, dritto e perfettamente illuminato.

Postato da: ritarella a aprile 14, 2007 15:52 | link | commenti (4)
racconti, roma, parlando di me, un mondo che non c è più

venerdì, 13 aprile 2007
Un po' di storia (quella che non ci raccontano)

Qualche giorno fa sfogliavo un libro di storia  delle scuole medie, e c'era la famosa foto, che è su tutti i libri, della breccia aperta a Porta Pia, a Roma, il 20 settembre 1870.
Per l'ennesima volta mi sono girate le scatole, perché la storia della breccia di Porta Pia è un'autentica balla, storica quanto volete, ma una balla.
Però non si può dire.... perché se no ci cascano i miti (i piemontesi c.d. liberatori, Garibaldi ecc.) e rischiamo di dover riconoscere che Pio IX non è stato poi così fetente e che, per esempio, la faccenda del brigantaggio è un po' diversa da quello che ci insegnano a scuola.
Non si può dire, tanto è vero che quando qualcuno ha cercato di "sollevare" il velo dell'omertà (è successo per esempio in occasione della beatificazione di Pio IX  nel 2000) viene giù un putiferio, perché certe cose non si toccano, nel bene e nel male: il Risorgimento, Mazzini e Garibaldi i buoni, Pio IX e tutti i papalini, e anche i briganti, i cattivi.
Tornando alla foto: peccato che sia falsa, e si vede lontano un miglio, basta provare a ricostruire mentalmente la scena: ci dicono che le mura vengono prese a cannonate per aprire, come viene aperta, la famosa breccia, mentre dall'altra parte (si immaginano, perché non si vedono) i papalini cercano di resistere e sparano contro i bersaglieri che però alla fine hanno la meglio e riescono ad entrare.
Beh, se si guarda la foto, si nota che non c'è un filo di polvere (come mai? ma non hanno appena tirato giù a cannonate un bel pezzo di muro.... anche piuttosto alto e spesso?), i bersaglieri sono sopra al mucchio di sassi (il muro sbriciolato), in piedi, con la divisa pulita e senza neanche una piuma (del cappello) fuori posto, con il fucile spianato... praticamente ci si può fare il tiro al bersaglio... un ragazzino mediamente sveglio fa subito tre semplici domande:
1) perché il mucchio di sassi formato dalle rovine del muro sbriciolato, è fuori del perimetro del muro, come se le cannonate venissero da dentro?
2) perché hanno sparato sul muro e non sulla porta che era lì accanto?
3) perché i bersaglieri stanno in piedi a mo' di bersaglio e non riparati, avanzando strisciando come si vede pure nei film?
Semplice: perché la foto fu scattata dopo, anche perché, ai tempi, per fare le foto bisognava stare fermi in posa, le istantanee non erano tanto instantanee. Amen, contenti loro...
Però, sui libri, non sarebbe stato più corretto piazzare un disegno, oppure la riproduzione di una stampa o di un  dipinto dell'epoca (anche se, quasi tutti, essendo ispirati a quella foto, sono altrettanto illogici)?
No, meglio la foto, che seppur palesemente falsa, ispira (o almeno dovrebbe) più credibilità.
Invece le cose sono andate in maniera un tantinello diversa: è storicamente provato che Pio IX, che aveva ben chiaro che non era possibile resistere a lungo, diede ordine di aprire le porte sia per evitare inutili spargimenti di sangue anche e soprattutto tra i romani, sia per scongiurare un assedio che sarebbe costato parecchi morti per fame.
E questa versione dei fatti, assente praticamente da tutti i libri di storia in uso nelle scuole, è stata tramandata a voce perfino a gente della mia generazione.
Mi ricordo che mio nonno (sicuramente non di parte: era un anarchico di idee ma sostanzialmente inoffensivo nei fatti, che ai tempi del Fascismo veniva arrestato un giorno sì e l'altro pure, finché mia nonna, una  marchigiana a dir poco energica, non lo chiuse in casa a badare ai figli mentre a lavorare ci andava lei) raccontava che suo padre (anche lui una testa calda e allergico alle regole) poco più che ventenne all'epoca dei fatti, era alquanto irritato: la c. d. liberazione di Roma fu una faccenda talmente tranquilla che lui e i suoi amici, che erano pronti a dare manforte ai piemontesi dall'interno della città, rimasero praticamente con le mani in mano.
Talmente tranquilla che neanche si sognò di inventarsi atti eroici (a Roma lo sapevano tutti com'era andata veramente) e anni e anni dopo ancora gli rodeva.... peccato che non abbia potuto vedere i nostri libri storia, sarebbe stato contento di farsi passare da eroe.
E Pio IX,  tanto odiato dai romani?
Beh, i massoni avevano giurato di buttarlo nel Tevere, e non essendo riusciti a farlo mentre era vivo, volevano farlo anche quando ormai era morto. Lui aveva chiesto di essere sepolto nella chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura, al Verano (tra l'altro a poche centinaia di metri, in linea d'aria, da Porta Pia), accanto alle spoglie appunto di s. Lorenzo.
Ovviamente, quando morì, la cosa non si potè fare; solo parecchio tempo dopo si ottenne il permesso di traslare la salma, ma fu imposto che il trasporto avvenisse di notte, in segreto, senza fasto e soprattutto non in processione, quindi senza preghiere: i romani (che tanto lo odiavano?) lo seppero e decisero di partecipare in massa, ma fu loro raccomandato (da quelli che avevano ottenuto il permesso di  organizzare il trasporto) di rimanere in silenzio e soprattutto di non reagire alle prevedibili provocazioni.
A notte fonda il feretro uscì da s. Pietro, e i romani, in silenzio, circondarono il carro. I provocatori (che erano stati invece avvisati, chissà da chi...) ovviamente rimasero spiazzati dal numero di persone, e si resero conto che non sarebbe stato facile impadronirsi della bara e farla volare nel Tevere, che peraltro era lì vicino; tentarono di organizzarsi chiamando rinforzi, ma ci misero del tempo, e quindi il feretro attraversò il ponte, scortato dalle migliaia di fedeli, più o meno senza problemi, a parte le ingiurie, le bestemmie rabbiose e qualche spintone.
Il corteo proseguì, continuando ad ingrossarsi: quelli che, più paurosi, ne erano rimasti fuori, vedendo che tutto sommato la cosa filava liscia, uscirono dalle loro case e si unirono al corteo strada facendo.
Arrivati a s. Lorenzo il feretro fu trasferito nella chiesa, sotto l'altare, dove tuttora riposa, e il corteo iniziò a sciogliersi, ma arrivarono i provocatori che intanto avevano trovato rinforzi, ed erano convinti che - visto che i fedeli avevano ricevuto l'invito a non reagire come infatti non avevano reagito - sarebbero riusciti a sistemare la cosa velocemente.
Però i fedeli, che fino a quel momento avevano rispettato l'invito, una volta che la salma di Pio IX aveva raggiunto s. Lorenzo, si sentirono liberati dall'obbligo e reagirono (d'accordo la storia di porgere l'altra guancia, ma per fortuna le guance sono solo due), anche piuttosto vivacemente, della serie "quando ce vo' ce vo'", mettendo in fuga i provocatori.
Ah, dimenticavo: al corteo che scortò il feretro partecipò anche il mio bisnonno (sempre quello che si era rammaricato perché la "liberazione" di Roma era andata un po' troppo tranquilla): era una testa calda e ma anche, nonostante tutto, profondamente cristiano, e a suo figlio (mio nonno) che non capiva come mai, dopo aver sperato di schierarsi al fianco dei piemontesi per "liberare" Roma (ma da cosa?), si fosse schierato invece dalla parte del Papa, lui rispondeva che bisogna lasciare stare i morti, che ormai non possono più far danni in terra ma possono raccomandarti in cielo.
Però, secondo me, lui aveva già capito che non è tutto oro quel che luccica e che per i poveracci come lui era cambiato poco, forse nulla, e da quella testa calda che era non si era voluto perdere l'occasione di dare quattro sberle ai nuovi potenti, che alla fin fine erano anche peggio di quelli precedenti.

Postato da: ritarella a aprile 13, 2007 14:44 | link | commenti (2)
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