Stava male, quell’insofferenza, quel male dentro sbrigativamente liquidato come “Un po’ di depressione”, di cui nessuno si era accorto, anche perché era bravissima a mostrare a tutti il volto sereno e sorridente di sempre.
Ma era cambiata, e anche parecchio, soprattutto aveva cambiato la sua vita: lavoro, solo lavoro, non aveva voglia di vedere più neanche gli amici, voleva stare per conto suo.
Spesso il sabato o la domenica usciva in macchina, da sola, senza meta. Guidava per ore in città, oppure fuori, sul GRA (una volta ne fece il giro completo due volte di seguito, quasi 140 km) o sulle consolari, senza andare mai da nessuna parte, senza fermarsi, a vuoto: non voleva stare a casa ma neanche voleva andare da qualche parte in particolare.
A volte, specialmente d'inverno, andava al mare, alla spiaggia libera, che d'inverno è deserta (e anche un tantinello pericolosa): ore e ore a fissare l'orizzonte, senza neanche accorgersi che faceva buio, e rimanere lì al buio era sconsigliabile.
Di questi giri a vuoto per fortuna ora lei ricorda poco, anche se non dimentica l'angoscia che la prendeva e che la spingeva a guidare per ore. Però ricorda benissimo l'ultima volta che l'ha fatto. Era il pomeriggio di una domenica di gennaio, girando a vuoto era finita sotto casa di una coppia di amici, che conosceva fin dai tempi di scuola, ma che non vedeva se non di sfuggita da quasi 2 anni.
Tuttora lei non sa dire il perché quel giorno, in quella strada, abbia deciso di fermarsi, parcheggiare e suonare al loro citofono. Era quasi l'ora di cena, un'ora poco civile per presentarsi senza preavviso a casa di qualcuno, e infatti quando il marito ha risposto al citofono è rimasto per un attimo titubante, stupito, forse per l'ora o forse per il fatto che era un pezzo che lei era sparita. Ma è stato solo un secondo, ha aperto subito e le è andato incontro sulle scale, salutandola con un abbraccio. E un attimo dopo anche la moglie, che stava allattando la terza figlia nata da qualche settimana, l’ha salutata con un abbraccio. Non le hanno chiesto nulla, nemmeno "come mai qui?". Niente di niente.
Lei si sorprende a sorridere, guardando i suoi amici e la loro piccola, come se entrare in quella casa l’avesse finalmente liberata dall’angoscia, come se incrociare il loro sguardo sereno l’avesse finalmente confortata, rinfrancata, il tutto nel giro di una manciata di minuti. E parlando di banalità tipo il tempo aiuta a cambiare la piccola Claudia e a preparare la cena per gli altri due figli che arrivano da lì a poco, dopo aver trascorso il pomeriggio con i nonni. Paolo, di 3 anni, entrando in casa non sembra affatto turbato dalla sconosciuta e le fa "Ciao, io sono Paolo, e tu chi sei?"; invece Francesca, 5 anni, la guarda con sospetto per un bel po', prima di farsi scappare un sorrisetto. E' come uno schiaffo in piena faccia: li ha praticamente visti nascere tutti e due, anzi Francesca le ha fatto passare notti insonni quando andavano in vacanza insieme e la mamma aspettava il secondo figlio, ma ora per loro è un’estranea, e d’altra parte sono passati 2 anni dall'ultima volta che li ha visti.
Due anni… eppure in quella casa è stata accolta con un abbraccio, di quelli che implicano accoglienza, dedizione e difesa, direbbe un suo amico, di quelli come un punto esclamativo, dice lei. Il sorriso disarmante dei figli le fa riconoscere come dono quell'abbraccio dei suoi amici, un abbraccio muto, che non chiede quelle spiegazioni che lei non vuol dare, un dono che la commuove fino a farle spuntare le lacrime, che nasconde chiudendosi in bagno.
Poco dopo saluta e va via, anche se i suoi amici insistono perché si fermi a cena. Tornando a casa, in macchina, piange per tutto il tragitto. Di quella sera non ha più parlato con i suoi amici, solo parecchi anni dopo, parlando di altro insieme ad altre persone, lei ha accennato a quella sera come l'inizio della rinascita, quando nel tunnel cominci ad intravedere, seppure lontanissima, la luce dell'uscita.
Inutile dire che quei due sono tra le persone a lei più care, la gratuità di quell'abbraccio le torna in mente tutte le volte che va a casa loro.
Altro che Prozac: amici, anzi Amici così sono il vero antidepressivo. Un'amicizia vera e per sempre.
“Tu mi provochi…” diceva il grande Sordi in un celebre film… vista la notorietà della battuta non serve completarla: volevo solo sdrammatizzare un po’; e poi il provocatore non è un piatto di maccheroni, tutt'altro, e se lo addento potrei fargli male, visto che è piuttosto mingherlino.
Bene, allora accolgo la provocazione di Fabio e racconto come al solito il mio punto di vista: questa non è e non vuole essere una recensione.
Quella di domenica 6 aprile era definita “Presentazione”, oggetto era il libro Volti e stupore, scritto a quattro mani da Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva, con prefazione di Magdi Allam (com’è scritto in copertina), ora Magdi Cristiano Allam. L’hanno chiamata “Presentazione”, ma a mio avviso è stato qualcosa di diverso, qualcosa di più.
E’ stato innanzitutto il racconto dell’incontro tra due persone (Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva) apparentemente lontanissime, ma con un cuore incredibilmente simile. Un incontro che si è giocato tutto sulla curiosità, sull’assenza di pre-giudizi e (come mi ha giustamente corretto Fabio) sullo stupore. Prima ancora che di un lavoro comune è stato il racconto dell’amicizia nata da quell’incontro e dal dialogo che ne è seguito.
Anche l’intervento di Magdi Cristiano Allam, altro non è stato che il raccontare un incontro (tra lui e gli autori del libro) che si è innestato – sì, innesto, quello che si fa sugli alberi da frutta, è proprio la parola giusta – sull’altro incontro, quello appunto tra Fabio e sr Gloria.
Magdi Cristiano ha parlato per primo, subito dopo è intervenuto Fabio e quindi sr Gloria, eppure per quanto distinti gli interventi erano una sorta di dialogo, un continuo richiamo l’uno dell’altro, tra Fabio e sr Gloria e tra loro due e Magdi Cristiano. Nel buio della sala ho appuntato alcune delle frasi che sono state dette dall’uno e dall’altra, ma a rileggerle mi accorgo che è assolutamente irrilevante chi l’abbia detta, sono praticamente intercambiabili: “Il dialogo è possibile su delle verità non su dei discorsi”; “La verità nasce solo dentro il dialogo”; “La parola amico ha la stessa radice etimologica della parola amore”; “Comunicare vuol dire amare l’altro fin nella sua profondità”.
Sr Gloria ha iniziato il suo intervento parlando della balena, che ha due occhi ma vede o dall’uno o dall’altro, ha quindi una visione parziale, e pertanto non riesce a vedere la realtà perché le manca la visione d’insieme; lo ha concluso dicendo che dalla diversità di vedute è possibile uno sguardo unico. Questa potrebbe essere la sintesi, quasi la morale della storia che Fabio e sr Gloria ci hanno raccontato, ma a fermarsi qui non si renderebbe giustizia a quello che l’incontro di domenica è stato.
Per le esigenze per così dire strutturali (parlando da un palco devi per forza rivolgerti alla platea) Fabio, sr Gloria e Magdi Cristiano guardavano avanti a loro, ma a me è sembrato che si guardassero negli occhi: in quegli sguardi si percepiva chiaramente l’affetto di oggi, eppure io ci ho visto anche la stessa curiosità e lo stesso stupore che deve aver segnato il primo incontro tra Fabio e sr Gloria, e poi quello con Magdi Cristiano. Solo per lo stupore di un incontro così puoi capire cosa intendeva Fabio quando ha detto, anzi quasi urlato “Come si fa ad immaginare un mondo senza speranza?”
Qualche giorno prima dell’incontro mi ero soffermata sulla testata del blog di Fabio , dove è riportato un brano di Pasolini: “Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma del forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine.” Credo che quello che ha detto sr Gloria quasi alla fine del suo intervento non è molto diverso: “Noi non abbiamo delle relazioni, spesso colmiamo dei vuoti”, e poi “La vita ti vive, non sei tu che vivi”. Ma vorrei chiedere a Fabio se è ancora convinto, di quella solitudine.
La storia che domenica è stata raccontata non so dire come ma in qualche modo ha catturato anche me, visto che li sto chiamando per nome, come amici di lunga data: eppure Fabio, di persona, l’ho conosciuto solo qualche ora prima, e sr Gloria e Magdi Cristiano li ho visti solo da lontano. Ma sento che non è esagerato dire che ho percepito nell’ironia delle battute di Fabio e nel ridere di sr Gloria a quelle battute una sorta di familiarità, che mi ha stupito ed insieme confortato.
Da quanto sopra sembrerebbe che il libro sia passato in secondo piano. Tutt’altro: il libro è sempre rimasto in primo piano, ma perché il libro è il frutto (appunto!), la testimonianza di quell’incontro, della possibilità (come ha detto sr Gloria) di rinnovare lo sguardo davanti alla realtà.
PS: A proposito del sorriso di sr Gloria. E' la prima cosa che mi ha colpito, insieme ai suoi occhi, ridenti anch’essi. Bellissimo, aperto, che non si è mai spento, eppure alle 23 doveva essere stanca, dopo essere partita da Carpegna la mattina presto per una giornata fitta d’incontri, e dopo aver scritto decine, anzi centinaia di dediche sulla prima pagina del libro. Sereno, il sorriso, come i suoi occhi, come è lei, evidentemente.
PPS: Questo scritto equivale ad un abbraccio (a tutti e tre) come quello di cui parlavo
qui qualche giorno fa: un enorme punto esclamativo.
Qui stralci della prefazione di Magdi Cristiano Allam pubblicati da Tempi in occasione dell’uscita del libro.
Una delle cose che ho imparato da mio padre è la modalità di approccio alle cose e soprattutto alle persone, modalità che passa sostanzialmente attraverso la curiosità e (almeno tendenzialmente) l’assenza di pre-giudizi.
Curiosità è avere gli occhi aperti, spalancati sulla realtà, senza censurare nulla, volendo solo conoscere tutto quello che la vita in un modo o nell’altro ti pone davanti. Curiosità è, quindi, essenzialmente apertura. Ma l’apertura può definirsi tale solo se l’approccio avviene senza pre-giudizi.
Per esempio sulle persone: incontri uno che sai perfettamente che non la pensa come te. La posizione più facile è certamente quella di evitarlo, nel senso di evitare discussioni talché tu rimani della tua idea, lui della sua, tanto non ci si incontrerà più. La posizione più difficile è quella di partire all’attacco mirando alla “conversione” dell’altro, il più delle volte in maniera quasi violenta, cercando di imporre la tua opinione senza ascoltare quella dell’altro. Ma l'esito non è scontato: non è detto che vinca chi è nel giusto. Nell’uno e nell’altro caso si dà per scontato che una posizione è giusta (e quindi l’altra è sbagliata), e spesso non si fa neanche la fatica di domandarsi, per esempio, come l’altro abbia maturato una posizione diversa.
La posizione curiosa e senza pre-giudizi invece è l'esatto contrario: l’apertura, e l’ascolto dell’altro, senza giudicarlo prima. Ed insegnarmi questo ritengo che sia stato, appunto, uno dei regali più grandi che mio padre mi poteva fare.
Quando mi capita di incontrare persone che funzionano così (che non sono molte), in me scatta una sorta di molla (la curiosità, appunto): letteralmente le punto, le tengo d’occhio, mi piacerebbe anche andarle a cercare, per un confronto diretto, ma di mezzo spesso c’è la mia tendenziale timidezza.
Mi è capitato con alcune persone, e mi capitato così anche con Fabio Cavallari: sono anni che “lo tengo d’occhio”, leggo i suoi scritti, ho citato qui un piccolo brano del suo ultimo libro, Volti e stupore, lui se n’è accorto, e in un commento mi ha ringraziato. Il poveretto non sapeva cosa l’aspettava: il suo commento mi ha dato il coraggio di fare quello che da tanto tempo desideravo fare, cioè contattarlo.
Tralascio i particolari che non interessano, fatto sta che ieri Fabio è venuto a Roma per presentare il suo libro, e con l’occasione ci siamo incontrati: come capita spesso io mi difendo dalla mia timidezza parlando a raffica (tecnica sperimentata: se non stai un attimo zitta e parli di tutt’altro, eviti domande imbarazzanti). In altre parole l’ho seppellito di chiacchiere, il poveretto.
Ma poi è capitata una cosa buffa: ieri sera, durante la presentazione del libro, Fabio ha raccontato del suo incontro con sr. Gloria Riva, coautrice del libro suddetto, ed ha accennato all’approccio curioso e senza pre-giudizi, cioè esattamente a quello che io ieri appuntavo sull'ormai famoso quadernino, appunti che poi sono diventati la prima parte di questo scritto.
Da qui due considerazioni, che mentre ero in sala ascoltando Fabio e sr. Gloria mi hanno fatto ridacchiare: la prima è che stavolta, caro Fabio, seppur involontariamente e senza saperlo, sei tu che hai citato me; la seconda discende in qualche modo dalla prima: su di te, Fabio, ci avevo visto giusto.
La conseguenza di una posizione così (curiosa e senza pre-giudizi) l'ha detta sr. Gloria sempre ieri sera: nella diversità di vedute è possibile uno sguardo unico.
PS: nel dire che Fabio ha citato me accampo indebiti diritti, perché so bene che non è così: però l’aver usato – guarda caso – le stesse due parole, mi conferma che era doveroso andarlo a cercare. Stessa cosa sarebbe da dire di sr. Gloria, salvo il fatto che andare a pescare lei è un tantinello più complicato.
Era una bambina con gli occhi pieni sogni.
Capace di sognare a partire dall’oggetto più insignificante che le capitava tra le mani, di inventarsi le favole (sogni appunto) che nessuno le aveva mai raccontato.
Quanto più la realtà le incideva la vita, tanto più lei si rifugiava nei sogni. Quanto più la vita era dura con lei, tanto più lei era capace di sognare.
Sogni. Non chimere, piuttosto desideri, e speranze.
Ed infatti i suoi sogni nascevano sempre dalla realtà, erano la sua capacità di cercare di vedere sempre il lato bello delle cose reali, in cui i principi azzurri in groppa a cavalli bianchi non avevano posto.
Infanzia infelice? Forse a vederla dall'esterno. Ma per lei no. Lei, Nina, sognava. E viveva: i suoi sogni altro non erano che i suoi desideri e le sue speranze.
E anche quando la bambina è diventata una donna adulta, che viveva (e combatteva) ogni giorno la sua vita, ancora i sogni ricamavano la sua giornata, ancora era capace di commuoversi davanti ad un tramonto, di sognare guardando un fiore che sboccia.
Ma non era fuori dalla realtà, tutt’altro: viveva pienamente la realtà – e come avrebbe potuto sottrarvisi? – solo che la realtà non è mai riuscita a sconfiggere i suoi sogni, i suoi desideri e le sue speranze.
Un po’ come la “disperata vitalità” di Pasolini, un’aggrapparsi disperato alla vita partendo dalla vita stessa, disperato non perché senza speranza, ma perché è speranza di chi può mettersi totalmente in gioco, tanto non ha nulla da perdere.
Era una bambina con gli occhi pieni di sogni, poi una donna che nei sogni trovava la forza per continuare a combattere, e a vivere, perchè i sogni non si possono fermare, anche se la vita fa di tutto per fermarli.
Solo la morte. Ma la morte può fermare la vita, non può spegnere i sogni, i desideri e le speranze che sono già stati donati al mondo.
I tuffi nel passato sono sempre ricchi di sorprese, e dopo la passeggiata nella vecchia casa dei nonni mi è venuta voglia di farne un altro, di tuffo: nell’armadio in soffitta, sul fondo del quale giace una vecchia scatola rimasta lì da anni.
Dentro, fasci di foto ingiallite, sul retro di molte di esse sono annotate le date: alcune, vecchie solo lo spazio di una vita - settant’anni - sembrano sideralmente lontane, altre sono più recenti, eppure appaiono altrettanto vecchie.
Dopo tanti anni il bianco e nero s’è addolcito di avorio, e quelle foto sembrano fragili come foglie secche: ho paura di spezzarle, le prendo con la punta delle dita, con un garbo che di norma non mi appartiene.
Ma i personaggi di quelle foto antiche paiono vivi, però quasi intimiditi, come clandestini sorpresi dove non dovrebbero, e spaesati, per la luce che improvvisamente ha infranto il buio della scatola dove erano rimasti chiusi per anni.
C'è una donna, vestita di nero, i capelli grigi a crocchia, i lineamenti forti e dolci delle donne di campagna, e accanto a lei un uomo, con il viso da vecchio su un corpo dritto e non domo, gli occhi così chiari che quasi spariscono sotto le sopracciglia folte e scure. C'è la generazione successiva: i maschi fieri e belli, in divisa militare, in partenza per il fronte, le femmine ridenti, con i capelli a onde, belle, splendenti, radiose come può esserlo solo chi è ignaro di ciò che di brutto gli riserva il futuro.
Di tutte quelle persone so la storia, di alcuni quella è l’ultima foto, di altri nella scatola ci sono foto più recenti, dove i maschi appaiono non più così fieri e alteri, e le femmine non più così radiose ed ignare. Come nella foto di un matrimonio datata 1945: nozze postbelliche lungamente attese e sognate, e nei volti degli sposi si legge soprattutto la gratitudine di chi è riuscito raccontarla.
E poi i figli dei figli, delle varie generazioni successive, e anche qui chi c’è ancora e chi non c’è più, ma tutti appaiono così diversi, come se quelle foto scandissero il passare del tempo, ed insieme lo stupore di chi le guarda ora, e la paura.
Per fortuna a guidare la vita c’è una straordinaria speranza, che salva dal buco in cui cadi aprendo una vecchia scatola polverosa sepolta in un armadio.
Pescato ampiamente in giro…
«È che ogni bambino che nasce è una storia che comincia. I bambini nascono e ti guardano, non è vero che hanno gli occhi chiusi, ti guardano con quegli occhi spalancati. E attorno, tra chi assiste, c'è un istante, sempre, di silenzio. Anche se si è assistito a mille parti, si tace per un momento. E il bambino urla il suo vagito, che vuol dire che respira, che è vivo, ed è come un grazie, qualcosa che fa tremare. È come essere davanti a una grande sorgente inesauribile, e ogni volta ti sembra di nascere ancora, aiutando quella madre».
Flora Gualdani ha 67 anni, è maestra ostetrica a Indicatore, un piccolo paese in provincia di Arezzo. Ha fatto nascere la sua prima bambina all'Istituto degli Innocenti a Firenze, 50 anni fa. Poi, tra Firenze e questa campagna aretina, ne ha aiutati a venire alla luce migliaia. Negli anni Sessanta ha aperto una casa per ragazze madri e per i loro bambini. Poi ha girato il Terzo Mondo: ha aiutato le partorienti che nell'inferno della guerra cambogiana mettevano, comunque, al mondo un uomo. Racconta, la signora Flora, che nei paesi più poveri dell'Asia quando nasce un figlio, anche in zone i cui di figli ogni famiglia ne ha otto, è una festa; e aggiunge che un po' era così anche da noi, in Italia, nel dopoguerra, in campagna. «Il parto in casa era la festa delle donne, il gran giorno del paese».
Mondi finiti, inutile avere nostalgie. Di vero ancora però c'è che ci hanno tolto la gioia del mettere al mondo. Fin dall'inizio della gravidanza, l'ansia: due, tre, quattro ecografie, e screening, come se quell'attesa fosse una malattia, da tenere rigorosamente sotto controllo. E il parto: corsi, preparazioni psicofisiche. Chissà come facevano le nonne, senza corsi. Facevano, e bene, perchè nessuno aveva loro instillato l'idea che partorire fosse cosa strana e difficilissima, da affidare completamente a medici, macchine, quando non alla chirurgia.
Bisognerebbe ricominciare a dire alle figlie che le donne sono naturalmente capaci di partorire. Che il parto - il primo, gli altri molto meno - è vero, è doloroso, ma non del dolore di una malattia. Far nascere un figlio è una battaglia: per la vita, però, non per la morte. E non esistono battaglie incruente, né senza paura. Ma quando te lo mettono tra le braccia e ti butta addosso gli occhi sbalorditi, non è una banale vittoria. Abbracci uno che hai sempre aspettato - segno, e primizia. Per questo, attorno, tacciono.
(Senza paura per quegli occhi sbalorditi, di Marina Corradi, su Tempi)
Giorni fa, mentre ero in altre faccende affaccendata, seguivo distrattamente un programma in TV, dove intervistavano due ragazzi che stanno per sposarsi, e che raccontavano la fatica, le preoccupazioni e soprattutto le spese di un matrimonio.
In pratica la sagra dei luoghi comuni, quelli che – verissimi per carità – periodicamente ci propinano, con particolare frequenza a maggio/giugno e ad ottobre, mesi classici per i matrimoni.
E quindi la solita solfa sugli inviti, l’abito, la cerimonia, l’addobbo, il ricevimento, le bomboniere, i regali ecc. ecc., su quanto costa, in soldi e fatica, il matrimonio, e così via…
Ma si sa, è il giorno più bello, non si bada a spese, e non si bada neanche alla fatica, tanto le occhiaie te le fa sparire il trucco sapiente, e ci mancherebbe che non fosse così, visto quanto lo paghi!
Ma mai, dico mai, una parola che fosse anche solo un blando accenno a quello che è il matrimonio.
Sembra che debba passare il concetto che il matrimonio è solo quel giorno, quello della festa, quello di una fastosa cerimonia seguita da un altrettanto fastoso ricevimento, una sorta di punto d’arrivo, come se l’esito di una storia d’amore tra due persone sia appunto una grande festa, e basta.
Mai qualcuno che vada oltre la banalità de “il giorno più bello”, che anche solo accenni al fatto che la cerimonia, seppur fastosa, è solo l’inizio di una strada da fare insieme, che, almeno nelle intenzioni, è una scelta per tutta la vita, e che comunque non è un punto d’arrivo, ma semmai un punto di partenza, appunto, un “Via!”.
Da questo punto di vista ammiro tantissimo due miei amici, Marco a Francesca, che si sposeranno appunto tra 10 giorni, e che nel preparare il loro matrimonio hanno cercato di sfrondarlo il più possibile da inutili orpelli, e pur avendo dovuto “cedere” su qualcosa – fosse stato per loro, ad una semplice cerimonia sarebbe seguito un pic-nic con le persone più care – sono riusciti a non farsi travolgere e mai hanno perso di vista il fatto che, prima di tutto, venivano loro due, il loro amore, e la strada che percorreranno insieme.
E pensando a loro mi sono ricordata della predica più breve e più bella che mi sia capitata di sentire ad un matrimonio, talmente bella che me l’annotai sul retro della partecipazione, che ho ritrovato.
Il prete, raro esempio di intelligenza e umanità, disse: “Molti dicono che il giorno più bello della vita è quello del matrimonio. È sbagliato, perché vuol dire che quelli successivi sono meno belli, invece ogni giorno deve essere il migliore.”
Poi, citando non ricordo chi, aggiunse: “C'è una bella differenza tra coniugo (da cum e iugum: colui o colei con cui divido il giogo), e compagno (da cum e panis: colui o colei con cui divido il pane): quest'ultimo è un semplice commensale, ma il pranzo lo divido con chi voglio, la sorte no. Il consenso espresso il giorno delle nozze non è dunque soltanto un momento di particolare intensità nella vicenda sentimentale tra un uomo e una donna, ma è quell'atto unico e irripetibile che li fa diventare sposi, ossia definitivi debitori di reciproco amore. E proprio l'esistenza di questo vincolo che segna la differenza tra amanti e sposi, tra il convivere e l'essere marito e moglie, tra il generare dei figli e l'essere famiglia.”
Questo è il mio augurio a Marco e Francesca, a 10 giorni dal “Via!”, cioè dal nuovo inizio.
Mi rendo conto che ha un po’ l’aria del discorsetto augurale che tanti anni fa si usava fare durante il brindisi (mio padre era uno specialista: lo incastravano, suo malgrado, ogni volta, ed io non lo sopportavo), ma proprio per questo ho scelto di inviarlo qualche giorno prima, anche perché – ne sono sicura – nonostante tutti gli accorgimenti, gli ultimi giorni saranno frenetici, anche per loro.
Mettendo ordine tra vecchie cose, ho ritrovato una foto in cui compare una adorabile vecchia signora, ormai passata a miglior vita. E subito mi è tornato alla mente lo strano rapporto che avevo con questa minuta vecchina, che andavo a trovare spesso, e anche volentieri; non saprei dire il perché, se non il fatto che chiacchieravamo tanto, e delle cose più disparate, perché la vecchina aveva una cultura straordinaria, ed un modo di esprimersi e di rapportarsi con gli altri assolutamente travolgente: non sembrava affatto di parlare con una che aveva almeno 50 – 60 anni più di me. E non ero l’unica, eravamo in tanti a frequentare questa vecchina che aveva una testa e una mentalità più aperta e più… “moderna” di tutti noi “giovani” messi insieme.
Ma la cosa che non dimenticherò mai sono i suoi occhi: dal basso all'alto (era piccolina di statura, e anche piegata dall’età) ti piantava in faccia quei suoi occhi chiari, che non erano aggressivi, ma neanche dolci, nel senso sentimentale del termine. Quegli occhi ti guardavano con un intenso interesse umano, come un appassionato d'arte che guarda un'opera mai vista prima, come uno studioso che apre un manoscritto antico e raro. E sotto a quello sguardo ci si sentiva brutalmente svelati.
La prima volta che incontrai quello sguardo avevo pensato “Questa donna sa leggerti dentro”, ed ero arretrata istintivamente di un passo, quasi per una sottile paura, quasi per sottrarmi. E tuttavia, nel rapidissimo e tacito scambio di sguardi qualcosa mi aveva subito rassicurato: in quegli occhi chiari non c'era la luce fredda dell'avidità puramente intellettuale, non c’era solo un'ansia di conoscere, ma una evidente passione di capire lo sconosciuto che le stava davanti, di comprenderlo.
Appena un attimo, e già quell'affondo da scrutatrice dell’anima altrui era finito, come se in quel solo, velocissimo sguardo avesse già letto, e capito la tua anima, e allora quello stesso sguardo si allargava in una sorta di abbraccio e in un sorriso, inarrestabile, e coinvolgente, tanto da aprirti il cuore.
Un popolare detto recita che gli occhi sono lo specchio dell'anima: a quell'anziana, dolce signora gli occhi servivano a mostrare, a fare emergere, ad aprire l'anima, il cuore di chi le stava davanti.
Per onestà va detto che il racconto è mio, molte delle espressioni usate no: frasi ad effetto appuntate sul quaderno. Provenienza... boh!
Ciao, Paola.
E grazie per tutte le cose belle che ci hai regalato.
Non dimenticherò mai la pace che traspariva dal tuo volto, nonostante le atroci sofferenze che negli ultimi mesi hanno squassato il tuo corpo, né la dolcezza del tuo sorriso, che il dolore ha inutilmente cercato di trasformare in una smorfia.
E nemmeno i tuoi figli, ai quali hai saputo infondere la stessa tua serenità e la stessa tua letizia, e addesso pur lacerati dal dolore immenso hanno la forza di sostenere Umberto, che nel tuo e nel loro coraggio sta ritrovando quelle certezze che sembravano perdute.
Abbiamo goduto troppo poco della tua presenza, Paola, ma nessuno di noi potrà dimenticare questo anno di sofferenza e insieme di speranza, né potrà dimenticare te.
Ciao, Paola.
Roma, 6 luglio 2007
In rete, in un forum, ho conosciuto diverse persone… nulla di strano, le amicizie o meglio le conoscenze virtuali ormai sono più che comuni, ma in genere rimangono virtuali o poco più, e comunque girano e continuano a girare dove sono nate, cioè sulla rete, e anche se a volte può capitare che ci si incontri di persona, rimangono comunque, in qualche modo, virtuali, ossia molto poco concrete.
Io, in rete, ultimamente, ho avuto la fortuna di conoscere due persone fuori di questa regola.
Di una ho abbondantemente parlato, direttamente ed indirettamente (…quasi… non se ne può più!) perché ci siamo conosciuti anche di persona ed in un tempo relativamente breve è diventato un caro amico.
Con l’altra il percorso è stato molto diverso: nel forum, forse anche per una serie di cose in comune (per esempio il nome, ma non solo) c’è stata subito una certa sintonia, che è rimasta tale anche nei messaggi privati, nelle mail che ci siamo scambiate e infine, dopo mesi, nelle telefonate.
Il che non è così scontato: non so perché, ma mi è spesso capitato di incontrare persone che in rete (in particolare nei forum) si presentano in un certo modo, e poi quando ti ci rapporti in messaggi privati o li conosci di persona, l’impressione è completamente diversa (non necessariamente migliore).
La mia omonima, invece, mi è sembrata sempre la stessa… una bella persona.
Oltre al nome, in comune abbiamo molte altre cose, come la passione per i numeri ma anche per lo scrivere e il raccontare; per tante altre, invece, più o meno importanti e più o meno evidenti, siamo molto diverse, o la pensiamo in maniera diversa.
Ma ho l'impressione che abbiamo in comune una cosa molto importante: la passione per la vita, nonostante tutto quello che di brutto la vita ci ha riservato (a lei probabilmente molto più che a me)…
O mi sbaglio?
Domani, forse, sarà un nuovo giorno.
Domani, forse, sarà un’altra vita.
Ma è oggi, che occorre vivere,
tenendo gli occhi spalancati sul mondo,
sulla vita, sul presente.
Anche se il dolore attanaglia il cuore,
e la paura trafigge l’anima
mentre con passo incerto precorro
quella dura strada, che è adesso la mia vita.
Erano la tua voce e il tuo respiro
che mi davano quella forza
che da sola non avrei avuto.
Erano il tuo volto ed il tuo sguardo
che mi davano quella certezza
che dentro di me non riuscivo a trovare.
Era il tuo abbraccio, che cingeva le mie spalle
e leniva il cuore
e confortava l’anima.
Era la tua mano, che stringeva la mia
e rendeva più lieve la fatica
e più sicuro il mio andare.
Era la tua presenza, erano le tue parole,
era la tua dolcezza, era la tua allegria,
eri tu, che più non sei.
Tu, che lascerai un vuoto,
ma non disperazione,
perché ancora riscalderai il cuore,
ancora conforterai l’anima
e dolce il tuo ricordo
sosterrà il pur duro cammino.
Addio, amico mio,
anzi no, ciao,
a rivederci.
Roma, 29 giugno 1997
Io ho un amico carissimo, del quale ho già parlato, ma è buffo il modo in cui siamo diventati per così dire intimi (mai termine fu più azzeccato) amici.
Ovvero, amici lo eravamo già, e da tempo, ma ci fu una questione buffa che determinò il salto di qualità.
Dunque, questo mio amico (avevamo più o meno 20 anni, allora) era il classico maschietto che era convinto che alle femminucce piace il grande amatore, l’uomo che non deve chiedere mai, e che ragiona in termini di misure del pisello.
Era innamorato perso di una mia amica, alla quale lui piaceva pure, ma essendo lei una grande romantica, proprio non sopportava l’atteggiamento suddetto.
Era chiarissimo che erano fatti uno per l’altra, e tutti noi amici dell’uno o dell’altra o di ambedue ne eravamo convintissimi, ma loro proprio non si riuscivano a capire: più lui faceva il gran fico, più lei scappava.
Era soprattutto lui che non capiva: fermo nelle sue convinzioni, non si rendeva conto che non tutte le persone (specialmente le donne) funzionano e ragionano in maniera uguale, e men che meno funzionano e ragionano come tu pensi che debbano funzionare e ragionare.
Io, amica di ambedue, mi ero un po’ stufata di sentire le confidenze, o meglio i dubbi e le lamentele sia dell’uno che dell’altra, e alla fine ho deciso che era il caso di intervenire, prima di tutto su di lui, che in fondo era il vero problema.
In genere tendo a farmi i fatti miei, specie nelle questioni affettive, ma lì la cosa era troppo evidente e poi proprio non ne potevo più.
Comunque: chiesi a lui di uscire, per una normale pizza, e appena seduti, prima ancora che attaccasse a parlarmi di lei (come succedeva di solito), iniziai io, prendendola da lontano: mica era facile, eravamo due ventenni imbranati (e i tempi erano diversi), e per quanto amica io con lui non avevo la confidenza necessaria per un discorso diretto su un tema diciamo così imbarazzante.
Insomma la presi talmente da lontano che finita la pizza non ero ancora arrivata al nocciolo del problema, anche perché il chiasso e la vicinanza degli altri tavoli certo non facilitavano la faccenda.
E infatti uscimmo dalla pizzeria e ce ne andammo a chiacchierare su un prato del parco dell’EUR, che allora era ancora frequentabile, anche a tarda ora.
Che sia stato il fatto che l’avevo presa larga, o che l’avevo trascinato su un prato, fatto sta che evidentemente lui si convinse che io ci stavo provando, anche se la cosa proprio non gli tornava: ci conoscevamo da anni, eravamo amici, ci eravamo raccontati un sacco di cose, amori compresi, cos’era cambiato, improvvisamente?
Io mi ero resa conto del fraintendimento, ma la cosa era troppo divertente per darci un taglio, e anche se in quel caso era a fin di bene, quando mi ci metto sono proprio una vipera (come dice qualcuno di mia conoscenza); quindi, pur vedendolo in evidente imbarazzo, imperterrita ho continuato: lui sempre più imbarazzato, e mentre continuavo, non sapeva più che pesci prendere.
Adesso la faccio breve, ma la cosa è durata parecchio, ma a tutto c’è un limite e anche le vipere si impietosiscono e ..”Ma che pensi che ci sto provando?" Lui è diventato un peperone e farfugliava “No… beh, sì, forse… però… boh…” ecc. ecc.
Insomma, alla fine gli ho spiegato che non ci stavo provando, e finisce con una gran risata liberatoria.
Finisce, si fa per dire, perchè chiarito che non lo stavo adescando, rimaneva di fargli capire qual era il problema, e lì la cosa è diventata tragicomica.
Insomma, con parafrasi e sinonimi gli ho spiegato che non è così scontato che le femminucce apprezzino certi atteggiamenti, anzi, e poi tutto il resto, da una parte passando dal discorso generale al caso specifico (la mia amica) e dall’altro cercando di scendere nei particolari, con lui che scrollava la testa perchè era tutto il contrario de quello che pensava lui, tipo il grande amatore che non deve chiedere mai.
Detto così sembra – e forse è – niente di che, e neanche mi ricordo bene quello che gli dissi, ma quando ci ripenso ancora mi viene da ridere: due imbranati che parlano di sesso, e non è che io fossi in imbarazzo meno di lui, che con gli occhi sbarrati non so se era più stupito della diversa visione del mondo femminile che gli stavo fornendo, o del fatto che io, femminuccia, gli parlassi in modo così esplicito, quasi quanto era abituato a fare con gli altri maschietti, ma spesso raccontandosi a vicenda enormi pallonate.
Fatto sta che da lì a pochi giorni i due si sono messi insieme, ma lei non ha mai saputo del mio ruolo, era così contenta di aver scoperto che lui era così diverso da quel che pensava… che non ho mai avuto il coraggio di raccontarle la faccenda.
Sono stati insieme per parecchio tempo, poi si sono lasciati, ma dopo anni è ancora evidente che è stata una storia importante per tutti e due.
Io sono rimasta amica di entrambi, ma lui lo vedo molto più spesso, anche perché abbiamo diversi amici in comune.
Comunque da lì è cominciata la nostra grande amicizia, ma la cosa buffa è che a volte capita che, magari mentre siamo insieme ad altri amici, per caso esce fuori una battuta o anche solo una parola che in qualche modo evoca quella sera, ci guardiamo come per dire "Ma ti ricordi?" e poi cominciamo a ridere come due scemi.
E gli altri ci guardano stupiti, prendendoci per matti.
Scena: qualche anno fa, il giorno del mio compleanno, a casa mia.
Sono appena uscita dalla doccia, sono in piedi davanti allo specchio tentando di aver ragione dei miei capelli, lunghi e ricci.
Arriva mio fratello insieme a mia nipote, poco più di quattro anni, mi fanno gli auguri, poi qualche battuta del tipo “Stai diventando vecchia, cara sorellina, se non ti sbrighi chi ti si piglia più?”
Sempre carino, il fratellino, ma la battuta è sempre la stessa, da quando avevo 15 anni.
Poi se ne va, e la nipote resta e mi osserva.
- Zia, che capelli lunghi hai…
- Hai visto? Ci vuole tanto tempo, per farli diventare lunghi.
Qualche attimo di silenzio, lei continua ad osservare, poi si toglie il fermaglio e i capelli le ricadono sulle spalle.
- Zia, ma sono più lunghi i tuoi o i miei?
- Tesoro, credo siano più lunghi i miei.
Lei butta indietro la testa, come per fare in modo che le punte dei capelli scendano di più verso il fondo schiena
- Zia, sei sicura? Guarda, mi arrivano quasi al sedere….
- Hai ragione, sono diventati molto lunghi, i tuoi capelli….
- Più dei tuoi….
- Beh, tesoro, sono molto lunghi, ma non quanto i miei, tu sei piccolina, fra un po’ forse, quando sarai più grande…..
Silenzio, e lei continua ad osservare me che intanto inizio ad asciugare la folta chioma.
- Zia, ma perché non ti tagli i capelli? Se vuoi ti aiuto io, vado a prendere le forbici?
Furba la piccola, resasi conto che in effetti non può competere, tenta la mossa alternativa!
Ma la zia non si fa fregare, e forte dell’esperienza di baby-sitter che ha steso decine di bambini con le favole, cerca di dribblare la nipote buttandola appunto sul fiabesco.
- No, tesoro, non li posso tagliare.
- E perché?
- Perché li devo far diventare lunghi lunghi, per fare una treccia da far scendere dalla finestra, per far salire il Principe Azzurro….
La piccola ammutolisce, e mi fissa a bocca aperta…
Evvai – penso – è fatta, colpita e affondata!
Lei continua a fissarmi, in silenzio, e io gongolo…. Poi:
- Zia, senti…
- Dimmi, tesoro.
- Zia, ma se aspetti che i capelli ti diventano così lunghi per fare la treccia, diventi vecchia, e chi ti si piglia più? Neanche il Principe Azzurro!
- …..!!!
Morale: i bambini ascoltano e si fidano di quello che dicono i grandi, siano fiabe o semplici conversazioni; con le favole li puoi incantare, ma stanno ben attenti a quello che dici, e non li freghi facilmente, perché sono pragmatici.
La piccola non ha contestato l’esistenza o meno del Principe Azzurro, né la possibilità o meno che una treccia di capelli possa sostenere il peso di un uomo: queste cose le ha sempre sentite dire dai grandi, nessuno le ha mai detto il contrario, e comunque la sua esperienza non le ha negate, e quindi le accetta, perché nella mente dei bambini tra la realtà e la fantasia il confine è indefinito, anzi proprio non esiste.
Ma che i capelli per crescere hanno bisogno di tempo e che mentre il tempo passa gli adulti diventano vecchi, anche questo l’ha sentito dire dai grandi, anzi ne ha anche un’esperienza diretta, e appunto per questo non si è fatta fregare…
Semmai è la zia che è rimasta fregata, dal pragmatismo di un puffo di 4 anni!
Avere qualcosa da dire e avere il coraggio di farlo usando parole proprie, vere, nude, in contrasto con il volere dei tempi e delle abitudini.
Chi lo fa?
Un uomo che fugge l'inganno, la menzogna e la falsità di questa "società civile", un uomo che ancora sa scrutare la meraviglia del cielo e leggere i gesti del mondo e delle creature che lo circondano.
Un uomo che ancora sa di possedere e di difendere qualcosa di prezioso, che per questo ha qualcosa da dire e lo fa con grande coraggio, rischiando tutto.
Chi lo fa?
Un uomo che si chiama Magdi Allam.
C’era una volta un tizio, moderatore di un forum, e come quasi tutti i moderatori stava alquanto sulle sue (del tipo “non rompete le scatole tanto io ho diritto di veto”) con risposte anche un po’ stronze, lapidarie e a volte ciniche. Quasi sempre. Poi ogni tanto qualche intervento diverso, compresi alcuni esercizi in rima, che denotano una padronanza del linguaggio e una capacità di scrittura non comuni, almeno in un forum.
C’era una volta una tipa un po’ curiosa, che un bel giorno si diverte a digitare il nick del tizio sul magico Google: in mezzo ad interventi su forum vari (di cucina, di fotografia, ecc… ma di quante cose s’impiccia questo?) tutti più o meno dello stesso tono un po’ scostante già detto (ma sarà il forum che rende scostanti le persone?), la tipa s'imbatte sul blog del tizio di cui sopra.
“Sarà caso di omonimia” pensa la tipa, perché dal blog emerge una persona completamente diversa. Però c’è il link al sito del forum. “Quindi – pensa la tipa - non può essere che lui”. Ma ancora dubita, la tipa, e allora contatta in privaro il tizio, che conferma, sempre con il tono del cavolo.
La tipa – che ha la capa tosta – non si arrende, e in uno dei messaggi conclude “Sono contenta di aver incontrato uno come te, e se mi permetti ti mando un abbraccio”. Il tizio non si smentisce e risponde: “Abbraccio (di vipera) ricevuto”… sorvoliamo sulla storia della vipera che è lunga, ma è facile da immaginare.
Nella ricerca con Google la tipa becca anche una foto, piccola, neanche troppo nitida. La colpisce il sorriso, che non è proprio un sorriso, però è un viso aperto, accattivante, e s’intravede uno sguardo, come dire, profondo, quasi (!) dolce, insomma per niente l’aria che ti aspetteresti da uno come quello descritto sopra e che ti da’ della vipera.
Passa un po’ di tempo, il tizio e la tipa continuano ad incontrarsi ogni tanto sul forum, e a scambiarsi post e messaggi privati (tono del tizio sempre quello, del cavolo)
Poi il tizio ha bisogno di un consiglio professionale e contatta la tipa… s’incontrano. Ma la tipa è ancor più perplessa, perché di persona il tizio conferma l’impressione della fotografia, il che equivale a dire niente a che vedere con il tizio del forum. Non che questo non sia cosa rara, anzi, ma il contrasto è stridente. Peraltro la tipa definisce il tizio “quasi tenero”, e il tizio mette su una filippica sul “quasi” ma non dice nulla del “tenero”.
Passa qualche mese, il tizio e la tipa si sono rivisti due o tre volte, anche se solo per mangiare un panino insieme, in pausa pranzo; però continuano a chiacchierare fitto fitto tramite msn, ma anche lì, spessissimo, il tono del tizio è ancora quello, del cavolo, e la tipa non riesce proprio a farsene una ragione, e lo pungola, lo provoca, praticamente un martello pneumatico. Il tizio resiste, ma un martello pneumatico è pur sempre un martello pneumatico, e ogni tanto il tizio barcolla, perde per un attimo il controllo del tono (del cavolo) ma lo recupera subito appena la tipa tenta di affondare. Comunque si potrebbe dire che sono diventati (quasi?) amici, anche se la tipa continua a fare (e a farsi) domande.
C’era una volta un tizio, e c’era una volta una tipa, e un bel giorno, insieme alla fidanzata del tizio, decidono di andare a pranzo da un amico della tipa, che ha un locale carino e cucina divinamente: il tizio e la fidanzata del tizio stanno cercando un posto per il loro pranzo di nozze.
La tipa non conosce la fidanzata del tizio, anzi è anche un po’ preoccupata: il tizio in tutte le chiacchiere le ha parlato molto poco di lei, e nemmeno sa cosa lei (la fidanzata) sappia di lei (la tipa). Insomma un’incognita, che va aggiungersi all’incognita tizio.
Il tizio, la tipa, la fidanzata del tizio, tutti e tre a pranzo dall'amico della tipa.
La tipa osserva attentamente il tizio e la fidanzata del tizio, e osserva soprattutto lo sguardo che il tizio ha sulla sua donna.
E finalmente lei capisce, capisce che lui “fa” lo stronzo, ma non lo è, perché solo uno che fa lo stronzo, ma non lo è, può essere capace di uno sguardo così.
Per la cronaca: dopo questa folgorazione non è che il tipo faccia meno lo stronzo e la tipa faccia meno domande, ma… almeno qualcosa è più chiaro, e forse sono diventati un po' più amici (ma il tizio sicuramente non sarà d’accordo).
Domenica sono stata a pranzo in un posto delizioso, a Campagnano, gestito da Marco, un amico di vecchia data, bravissimo.
Sono sempre contenta di andarci, e non solo perché si mangia bene, ma perché è un posto dove si sta bene. Per l’ambiente (piccolo), per quello che si mangia e si beve (appunto) ma soprattutto per le persone che ci lavorano, cinque in tutto: il mio amico, sua moglie, e tre dipendenti.
Ma a parte per la competenza soprattutto nel consigliarti il vino, non distingui il titolare dai dipendenti (cuoca e camerieri), e questa è una cosa non scontata, anzi piuttosto rara: in quel locale, in tutti quelli che ci lavorano, vedi la stessa passione di chi sa che sta lavorando per uno scopo che non è (o almeno non è solo) portare i soldi a casa alla fine del mese.
Lo vedi da come si muovono, dall’attenzione che hanno non solo per i clienti ma anche tra loro, con i ruoli che sì sono definiti (la cuoca fa la cuoca e il cameriere fa il cameriere) ma anche complementari, dove ognuno fa quello che in quel momento è necessario fare, compreso lavare le pentole.
Lo vedi dagli sguardi che si scambiano, da come si aiutano e si supportano, dove è chiaro che non è solo per offrire il miglior servizio al cliente, ma che lo fanno in maniera assolutamente naturale, per loro stessi e per la cosa che stanno facendo insieme, cioè lavorare, ma insieme.
Come in una grande famiglia affiatata, dove il singolo è sì importante, ma non come singolo, bensì come parte importante e imprescindibile di qualcosa di più grande, che trascende i singoli.
Insomma è chiaro che lì tutti, sia Marco che i suoi collaboratori, hanno a cuore e condividono la stessa cosa, che non è banalmente l’impresa commerciale e quindi il lavoro e la sua remunerazione, ma è un’avventura, un cammino insieme, la loro stessa vita, quindi molto di più dei soldi che portano a casa: quando si ha la possibilità di lavorare così anche la fatica diventa più lieve, e lieta. E commuove. Anche te che sei andato lì semplicemente a goderti un buon pranzo: di questa atmosfera te ne accorgi immediatamente e, e ti rendi conto che quelle cose già ottime che hai nel piatto acquistano il sapore della passione e rendono anche più piacevole il tempo che passi in quel posto.
Marco, in soli due anni, con un piccolissimo locale in un piccolissimo paese della provincia di Roma, ha realizzato un sogno che ha inseguito per tanto tempo, guadagnandosi entusiastiche recensioni su prestigiose guide enogastronomiche, ma io sono convinta che questo risultato è dovuto sicuramente alla sua bravura, ma anche alla squadra che ha saputo mettere insieme, alla passione che ha saputo comunicare e quindi al modo di lavorare e stare lì.
Questo post non voleva essere una recensione – sul locale di Marco ce ne sono, tutte lusinghiere e fatte da chi lo sa fare molto meglio di me – ma un omaggio ad un amico, alla sua passione e al suo sogno finalmente realizzato.
PS (1): Per chi volesse provare, il posto si chiama “Iotto, birbo e mardevoto” ed è a Campagnano di Roma, C.so Vitto rio Emanuele 96, Tel 06 9041746
PS (2): Ho passato una bella giornata, e non solo per quanto scritto sopra.... ma parlarne oggi era un po' come togliere qualcosa a Marco.
Fino a quando è stato vivo mio nonno, tutte le feste comandate, Natale, Capodanno e Pasqua in primis, ma anche S. Giuseppe – che allora era festivo ed era l’onomastico di mio nonno (noi festeggiavamo più gli onomastici che i compleanni) – si trascorrevano a casa dei nonni, tutti insieme.
Cadevano tutte in inverno o in primavera, quindi non si poteva mangiare all'aperto, sotto il pergolato, come si faceva nella bella stagione, tutti i giorni. Allora si mangiava in cucina - se non altro perché la sala da pranzo era più piccola, e ci si mangiava solo quando c’erano ospiti di riguardo - dove c’era un tavolo enorme, di quelli con il piano in marmo, al quale per queste occasioni si aggiungevano due prolunghe di legno, talché ospitava comodamente gli adulti e i ragazzi più grandi, quattordici persone in tutto, più un tavolino per i quattro ragazzini più piccoli, in totale diciotto persone. Più tutto lo spazio intorno necessario per muoversi, cucinare, servire a tavola eccetera. E un camino dove si sarebbe potuto arrostire un maiale intero. Insomma uno stanzone talmente grosso che adesso ci farebbero due mini appartamenti.
Accanto alla cucina c’era la dispensa, stretta (si fa per dire) e lunga quanto la cucina: la madia per il pane era talmente grande che noi ragazzini c’entravamo dentro anche in due o tre. E poi scaffali con conserve di ogni tipo, marmellate, formaggi, e dal soffitto penzolavano prosciutti, salami, caciocavalli, pomodori secchi e quant’altro, e in fondo la scala che portava alla cantina, scavata nel tufo sotto la casa, dove veniva conservato il vino e l’olio.
Tornando alle feste comandate: mia nonna, coadiuvata da figlie e nuore, iniziava a preparare le cose fin da un paio di giorni prima, tutto rigorosamente fatto in casa, e noi ragazzini capivamo che si avvicinava la festa non tanto dal calendario quanto dalla pasta all’uovo messa ad asciugare su candide tovaglie stese sul tavolo e sulle sedie della sala da pranzo (che ovviamente in quei giorni era off limits), dalle cose deperibili tipo la carne messa nei posti freschi come appunto la dispensa perché il frigorifero non era abbastanza capiente.
Quando, finalmente, arrivava il giorno della festa, noi ragazzini eravamo incaricati di apparecchiare, i più piccoli posate e tovaglioli, i più grandi piatti e bicchieri, e poi il pane, le brocche con l'acqua, le bottiglie di vino e le sedie intorno al tavolo. Intanto sui fornelli c'erano i pentoloni con l’acqua per la pasta, il sugo e tutto il resto e dai coperchi usciva il vapore che appannava i vetri delle finestre, mentre il calore rendeva inutile il riscaldamento, che infatti in cucina non c’era.
Poi man mano, entrando dalla porta della cucina che dava direttamente sul giardino, arrivava il resto della tribù, e il vociare era tale che non si sarebbe sentito l’acuto di un tenore; mancava solo il nonno, che se ne stava sulla sua poltrona in sala, immobile, davanti al caminetto, come se tutto quel chiasso non lo sentisse nemmeno. E quando nonno era seduto sulla sua poltrona, nessuno osava avvicinarsi, quasi fosse un asceta in meditazione, neanche per salutarlo.
Dava le spalle alla porta, quindi non poteva vedere cosa succedeva in cucina, che peraltro era separata dalla sala da un enorme androne. Eppure sapeva perfettamente quando erano arrivati tutti, e quando ormai il pasto era pronto da mettere in tavola, e allora lentamente si alzava dalla poltrona e poggiandosi sul suo bastone si avviava verso la cucina, dove entrava accolto come si conviene ad un patriarca: i primi a salutarlo eravamo noi bambini, poi i nipoti più grandi ed infine i figli con i rispettivi coniugi.
Poi si dirigeva a capotavola, e improvvisamente nell’enorme cucina, senza che nessuno l’avesse ordinato, calava il silenzio: tutti in piedi intorno al tavolo, ognuno davanti al suo posto che era da sempre lo stesso, nonna dal capo opposto, in silenzio. Il nonno allora alzava il suo sguardo severo ma insieme dolce, lo posava per un attimo su ognuno di noi quasi a far l’appello per controllare che ci fossimo tutti (ma lui lo sapeva benissimo che non mancava nessuno), poi allungava la mano sulla pagnotta di pane, ci faceva sopra il segno della croce e poi finalmente si sedeva, e in un attimo riscoppiava il vocio, mentre mia madre e le mie zie riempivano i piatti.
Lui era il primo ad essere servito, ovviamente, ma non iniziava a mangiare prima che tutti fossero serviti e seduti, e nessuno iniziava a mangiare, nemmeno noi più piccoli, se non iniziava lui.
Parlava poco (quasi non ricordo la sua voce) ma ascoltava tutto e dal suo sguardo si poteva capire quale fosse la sua opinione, e quando ti fulminava con gli occhi capivi subito che bisognava cambiare argomento.
Io me lo ricordo così, sempre silenzioso e severo, quasi austero se non fosse stato per il tremore del Parkinson, tremore che però riusciva a controllare quando benediva il pane. Non ricordo nessuna sua sfuriata, nessuna discussione, ma credo che non fosse necessaria: parlava poco, ma la sua volontà era sempre chiara e non servivano chiacchiere, anche perché quello che decideva lui era sempre la cosa migliore per tutti. E tutti di lui avevano il massimo rispetto, per non dire una sorta di sacro terrore.
Qualcuno racconta che l’unica persona in grado di farlo sorridere fossi io, che a quanto pare ero la sua nipote preferita, tanto è vero che dagli altri nipoti aspettava il saluto come se fosse dovuto, mentre quando mi avvicinavo io perdeva la sua aria severa e con un ampio sorriso mi diceva “Ciao, bionda”. In tutte le foto ha sempre l’aria severa del patriarca, solo in una foto s’intravede il sorriso, mentre mi abbraccia, il giorno della mia Prima Comunione: però le cronache raccontano che quella foto fu scattata senza che lui se ne accorgesse, e probabilmente non l’ha mai vista.
Noi nipoti trascorrevamo molte delle nostre giornate nella casa dei nonni: abitavamo tutti nelle vicinanze, ma specie durante le vacanze passavamo l'intera giornata a casa dei nonni, dove potevamo giocare insieme. Allora la tavolata era di "sole" dodici persone, noi dieci nipoti più i nonni, ma il rito era lo stesso: silenzio assoluto quando ci si metteva a tavola, fino a quando il nonno non si sedeva.
Qualche anno dopo il nonno fu costretto ad abbandonare quella casa, costruita da suo nonno e dove erano nati sia lui che suo padre: il Piano Regolatore di Roma, al posto di quella casa e dei campi intorno, prevedeva ampie strade, un centro commerciale e degli uffici. Si trasferì in un’altra casa, sempre in campagna, nuova e comoda, costruita apposta dai suoi figli, e ci morì dopo neanche tre mesi: nella nuova casa non abbiamo mai festeggiato nulla, per cui il ricordo delle feste e delle grandi tavolate è tutt'uno con la vecchia casa e con il nonno.
La vecchia casa, per vari ritardi nei cantieri, rimase in piedi ancora per qualche anno, e si vedeva dalle finestre di casa mia, che era a poche centinaia di metri; mia nonna, quando veniva a trovarci, non guardava mai dalla finestra la sua vecchia casa, dove era andata sposa e dove aveva partorito i suoi figli. Anch’io, per quanto ero un’adolescente spensierata, provavo una certa tristezza a guardare quella casa ormai buia e con le finestre serrate.
Ci sono tornata solo una volta, pochi minuti prima che l’abbattessero: entrai dalla porta della cucina, come facevo sempre quando c’erano i nonni, ma oltre quella stanzone buio e ormai pieno solo di polvere e di ricordi non sono riuscita ad andare, perché le lacrime mi offuscavano la vista più del buio. Sono uscita subito e scappata via, per non sentire il rumore delle ruspe.
Ora al posto della casa dei nonni c’è una centrale della Telecom, l’unica cosa che si è salvata del grande giardino è una palma che mio nonno piantò quando nacque mia mamma, ormai oltre 80 anni fa. Io ci passo davanti tutti i giorni, ma quasi automaticamente volgo lo sguardo dall’altra parte, e mi sale sempre un groppo alla gola: i ricordi sono belli, ma qualche volta fanno stringere il cuore.
Mettendo in ordine vecchie carte ho trovato alcuni scritti di mio padre, risalenti a decine di anni fa. Sono dei vecchi quaderni, di quelli con la copertina nera e il bordo rosso, di una volta. Si potrebbero forse definire diari, ma insieme ad annotazioni di fatti e pensieri, ci sono anche poesie, piccoli racconti, disegni. Insomma, una specie di blog ante litteram, cartaceo. Esattamente come i miei quadernini (ma va? chissà da dove ho preso l'idea)
Nel leggerli provo un po’ di pudore, mi sembra quasi di violare la sua intimità, e infatti non ho pensato neanche per un momento di rendere in qualche modo pubblici quegli scritti, anche se lo meriterebbero: mio padre era un uomo assolutamente concreto, ma anche un poeta, e sempre in qualche modo poetiche sono le sue annotazioni, che non sconfinano mai nell’astrazione, ma conducono magistralmente al concreto dei fatti.
Da quegli scritti traspare un’inquietudine, e al tempo stesso una serenità sconvolgente, anche davanti ai fatti ed alle situazioni critiche, anche nei brevi racconti, che a volte sembrano un viaggio nell’ignoto che in qualche modo vuole compensare le miserie di quello reale.
In quegli scritti ritrovo quello stesso sguardo che sapeva farsi quasi tattile, e che ha affascinato chiunque lo ha conosciuto, me per prima, e rimpiango di averlo capito troppo tardi.
Stamattina la radio della mia auto ha deciso di non funzionare, probabilmente si è staccata l’antenna.
A malincuore, dovendo rinunciare alle notizie del GR che mi tengono attaccata al mondo, ho spinto il tasto CD, non avendo la più pallida idea di cosa avrei ascoltato, di quali CD ci fossero dentro, abbandonati lì da non so nemmeno quanto tempo.
Parte una vecchia compilation della Nannini, e mi viene in mente un tizio che ho conosciuto tempo fa in un forum; l’ho incontrato di persona una sola una volta peraltro per motivi professionali, ma da un po’ di tempo ci scambiamo mail e chattiamo quasi quotidianamente.
Che c’entra la Nannini? Beh, a me la Nannini piace perché appare dura e ruvida come si conviene a una rockettara, ma è capace di scrivere canzoni d’amore da cui traspare una tenerezza infinita.
Il tizio di cui sopra funziona alla stessa maniera.
Tizio... no, direi che è già un amico, quasi.