Questo è un furto, mi approprio delle riflessioni di un amico.
Scena: Una cena tra amici che tra di loro si conoscono più o meno tutti, salvo uno, Claudio, che vive in Brasile e conosce solo un paio dei presenti.
Fatto: Uno dei convitati chiede a Claudio “Ma come mai ti sei trasferito in Brasile?” e lui risponde “Per vivere”; quello che ha fatto la domanda ma anche gli altri intorno rimangono per un attimo spiazzati, evidentemente si aspettavano una risposta diversa, tipo “Lavoro lì”.
Riflessioni: 1) ma perché quando conosciamo uno gli chiediamo “Che fai?” e ci aspettiamo una risposta del tipo sono un medico, oppure un ingegnere, oppure un impiegato, come se l’unica cosa che conta di una persona fosse la sua professione, tanto che se ci risponde una cosa diversa rimaniamo spiazzati? 2) la risposta “Per vivere” è bellissima, e la può dare solo uno che ha veramente a cuore la sua vita; 3) la domanda “Che fai?” non ha senso, si dovrebbe chiedere “Chi sei?”.
Qualche giorno fa un’amica ha paragonato la fede a un bambino che si addormenta nelle braccia di sua madre: all’inizio è ancora teso, poi il suo corpo diventa pesante e si affida totalmente.
Qualcuno degli amici che transitano da queste parti non sarà sicuramente d’accordo, ma questa immagine mi ha colpito perché al di là di tutti i discorsi teologici, filosofici o quant’altro, è talmente semplice da sembrare banale, eppure è bellissima, ed anche efficace.
Dice un mio amico che lui non è affatto un pessimista, ma un ottimista con esperienza.
In pratica un realista. Uno che non si fa illusioni.
Non so perché ma non mi convince: un po’ di sogni nella vita ci vogliono...
La vita è solo la realizzazione del sogno della giovinezza.
(Giovanni Paolo II)
Nel tempo dell’infanzia e della giovinezza c’è già tutto l’evolversi della vita di un uomo? Io credo di si, anzi ne sono certa.
Più o meno un anno fa, qui, su queste stesse pagine, molto prima dell’infuriare delle polemiche legate alla sua conversione, ho parlato di Magdi Allam, ora Magdi Cristiano Allam.
E’ di appena due giorni fa l’ultimo attacco, in cui è stato definito “Un morto che cammina”, e ancora una volta la gran parte della stampa (e di conseguenza anche le persone che incontri per strada) non hanno trovato di meglio che ritirar fuori il discorso della sua conversione, del battesimo impartito dal Papa durante la Veglia Pasquale in s. Pietro, come se tutto il problema fosse il convertirsi privatamente oppure pubblicamente.
Il voler considerare la religione un fatto esclusivamente privato (e anche questo, mi vien da dire, a seconda dei casi…) è una vittoria del laicismo, e una sconfitta della vera laicità; e non lo dico io, lo dicono persone molto più autorevoli di me, e non alti prelati di curia, lo dice per fortuna anche buona parte del mondo così detto laico, amici di Magdi Cristiano (come Fabio Cavallari) e non.
Ma quel che mi preme ribadire è che la condanna a morte che pende sulla testa di Magdi Cristiano Allam è stata pronunciata molto prima che Magdi diventasse Magdi Cristiano, cioè molto prima che dichiarasse pubblicamente la sua conversione.
Quindi se è vero che in ballo c’è la libertà di religione, è altrettanto vero che c’è in ballo anche la libertà di parola. E’ da tempo che si tenta di chiudere la bocca a Magdi Allam, il fatto che Magdi ora sia Cristiano è solo un elemento in più, quello che ora “giustifica” la sua condanna in quanto ha abiurato la sua precedente appartenenza alla fede islamica.
L’ennesimo attacco frontale a Magdi Cristiano Allam è quindi l’ennesimo tentativo di impedirgli di parlare, ed allora è giusto che, come ho già avuto modo di scrivere commentando l’appello dell’amico Fabio Cavallari, la nostra voce si debba fare forte e chiara, non solo per lui, Magdi Cristiano Allam, ma per tutti noi.
Nessuno che abbia minimamente a cuore la sua vita, il futuro suo e quello dei suoi figli, può in coscienza tirarsi indietro. Neppure io, seppure da questo miserrimo blog.
Credo che ormai sia un problema comune il correre sempre, avendo difficoltà a trovare un po’ di tempo per godersi le cose piacevoli.
A me è sempre piaciuto leggere, ho sempre letto moltissimo, di tutto, dappertutto. Mi sono rovinata gli occhi per leggere: ricordo che da bambina, d’estate, ci costringevano al riposino pomeridiano (il riposino in realtà lo volevano fare gli adulti, ma l’unico modo per star tranquilli era costringere a letto anche noi) ed io, che non avevo né sonno né voglia di perdere tempo, leggevo di nascosto, praticamente al buio.
Più grande leggevo sull’autobus andando e venendo prima da scuola, poi dall’università, indi dal lavoro. Poi ho comprato l’automobile, la usosempre e non prendo più l’autobus, ma se lo prendessi sarebbe lo stesso: saranno gli orari diversi rispetto ai tempi della scuola, ma si viaggia talmente pressati ed in equilibrio precario che mettersi a leggere è impensabile.
Poi le incombenze famiglia-lavoro, poi sei a pezzi e se ti siedi e ti rilassi dopo neanche due minuti ti si chiudono , poi se hai un attimo dai un’occhiata al giornale, che compri ogni mattina ma raramente riesci ad andare oltre i titoli, poi...
Insomma finisce che non leggi quasi più, che leggere diventa un piacere praticamente dimenticato, ma proprio per questo è ancor più gradito quando riesci a trovare lo spazio per farlo.
Stante la mia vita incasinata di norma evito di iniziare corposi romanzi che non riuscirei a terminare se non nell’arco di molti mesi, e preferisco libri che, per la loro struttura (ad esempio brevi racconti) riesco ad apprezzare anche se ho solo mezz'ora di tempo, non dovendo impiegare 25 minuti per ricordarmi cosa diamine è successo nelle pagine già lette.
Io leggo molto solo quando sono in ferie, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare la lettura durante le vacanze non è affatto più proficua: divoro letteralmente i libri, e proprio per questo finisce che non li gusto.
Mi è successo spesso, negli anni. E mi è successo ultimamente con il libro Volti e Stupore, di cui ho parlato più volte, perché forse il libro più bello che mi è capitato tra le mani negli ultimi tempi. Quando l'ho letto, l'estate scorsa, in ferie, l'ho letteralmente divorato, pagina dopo pagina, ma alla fine non l'ho gustato. Però l’ho riscoperto negli ultimi mesi: nei ritagli di tempo lo riprendo in mano, e visto che la struttura lo consente, me lo gusto pagina per pagina, peraltro con un approccio diverso, con lo sguardo trasformato dall'aver conosciuto i due autori.
Insomma il piacere della lettura (o, volendo, il tempo libero) è un po’ come il piacere del gusto (il che, detto da me….), quando c’è abbondanza, se non ti sai controllare è come quando ti trovi ad un banchetto pantagruelico: mangi di tutto, tanto, troppo, e alla fine non gusti nulla, neanche ti ricordi cos'hai mangiato. Invece quando l'abbondanza non c'è cerchi di sfruttare al meglio il poco che hai: scegli con cura il boccone, lo metti in bocca con attenzione, lo mastichi lentamente e piano piano lo assapori e lo gusti.
E soprattutto lo apprezzi.
Si fa presto a dire birra... tanto per dire: c’è una bella differenza tra una birra artigianale e una birra industriale, anche di buon livello.
Senza scendere nel tecnico, una birra artigianale la riconosci subito: per quanto t’impegni nel versarla fa una schiuma abbondante (come deve essere! La birra senza schiuma è una bestemmia), profumata e consistente, che quasi si mastica, e in bocca senti fragranze che mai immagineresti, un carosello di aromi e profumi che si rincorrono e si trasformano in una fantasia degustativa inaspettata.
Sono uniche, sorprendenti, emozionanti (nel senso letterale del termine), sembrano vive, esuberanti mi verrebbe da dire, tanto è vero che di norma sono in bottiglie pesanti e solide, tipo quelle dello spumante e dello champagne. Ed evitiamo facili battute sul prezzo, ne vale sempre la pena, perché sono comunque preziose: dopo aver assaggiato una birra artigianale, una normale birra industriale ti fa l’effetto del vino in brick rispetto ad un barolo.
L’amico Massobrio perdonerà la terminologia poco tecnica, ma questo scritto non voleva essere un trattato sulle birre artigianali – su certi temi non mi addentro, lascio volentieri a lui l’incombenza – era solo per dire che ci sono persone che se hai la fortuna d'incontrarle, ti fanno l’effetto di una birra artigianale: sono uniche, ti sorprendono e ti emozionano, e lasciano il segno, tanto che, dopo, tutte le altre le riconsideri con altri occhi.
A me è successo.
P.S. Il paragone mi è venuto in mente, ovviamente, bevendo una spettacolare birra artigianale, quella dei monaci della Cascinazza, che mi ha fatto assaggiare in anteprima l'amico Massobrio di cui sopra.
Sarà la sindrome del lunedì, ma leggendo il giornale stamattina non ho potuto fare a meno di pensare che Alessandro Manzoni aveva ragione quando diceva: " Non sempre ciò che vien dopo è progresso".
Un amico mi ha girato questa frase, che aveva appena ricevuto con un sms: “La gratitudine è il sussulto dei semplici di fronte alla Bellezza della realtà”. Così, senza nessuna aggiunta, senza nessun commento, solo questa frase.
Bella, suona bene, ma il mio amico si chiede – giustamente – cosa significhi. Non mi sento di dargli torto: forse in un dato tempo e in un dato contesto si capirebbe di più, ma così…
Piccola riflessione: prendere qua e là frasi ad effetto, che suonano bene, magari anche vere, è un conto, ed in fondo è quello che faccio anch’io nei famosi quadernini, ma inviarle – foss’anche ad un amico – tramite un sms decontestualizzato e a-temporale (“ad minchiam”, dice il mio amico) che senso ha?
Verrebbe da dire: “Parla come mangi” (oppure “Cambia pusher”).
Dice Kafka: “Esiste la meta ma non la strada”, un mio vulkanico amico ribatte: “Non esistono mete, ma solo cammini.”
Io mi sento una persona in viaggio, verso una meta che spesso non mi è chiara e camminando sulle strade che di volta in volta mi si aprono davanti.
Ma cammino domandando, e spero di non fermarmi.
E camminando s'incontrano tanti compagni di viaggio, molti dei quali lasciano un segno.
Le cose belle arrivano quando meno te le aspetti, e da dove meno te le aspetti.
E’ una banalità? Oggi mi gira così. E non perchè mi sono alzata bene.
Leo Longanesi diceva: “Non è la libertà che manca, mancano uomini liberi”.
La libertà è un bisogno radicale dell’uomo. Attenzione alla parola radicale: viene da radice, quindi questo aggettivo metaforicamente va inteso nel senso di principale, capitale, imprescindibile.
Ma se la libertà è un bisogno radicale, cioè imprescindibile, dire che mancano uomini liberi significa dire che mancano uomini veri?
L'esistenza è inverosimile rispetto a che? Appunto...
Lo scambio continuo tra soggetto e oggetto forma una soggettività oggettiva di cui l'arte è cifra.
Nessun segno particolare di cultura è fuori da un testo generale storico, e nessun testo generale storico o interpretazione di mondo è fuori dall’enigma più generale dell’universo.
Le prime due sono scritte gigantesche che campeggiano nel Foyer della sala Sinopoli, all’Auditorium di Roma, dove è in corso una mostra di Fabio Mauri, appunto, dal titolo “L’universo d’uso”.
La terza apre la presentazione di detta mostra nel sito dell’Auditorium.
Io sono ignorante e anche un po’ dura di comprendonio, mi verrebbe da chiedere se c’è qualcuno che sappia spiegarmele... ma giusto così, per curiosità.
Fiducia, nel normale parlare avere fiducia diventa mi fido, per esempio “mi fido di quel che dici” inteso come “credo a quello che dici”, “mi fido della qualità di quel prodotto” per dire che non mi aspetto brutte sorprese.
Ma fiducia viene dal latino fidere, più precisamente fidere se alicui, cioè affidarsi ad uno, ragion per cui pensare che la parola fiducia venga accostata ad un formaggio mi fa accapponare la pelle: posso credere in quello che qualcuno dice, posso non aspettarmi brutte sorprese da qualcosa o da qualcuno, ma affidarmi a qualcuno è tutta un’altra faccenda.
In questo senso fede e fiducia non sono dissimili.
Pane per l'anima: mi sono innamorata di questa bellissima espressione sentendola usare da un amico.
Pensando alla definizione di anima che si trova su un qualsiasi dizionario (De Mauro: “Principio immateriale della vita, concepito come origine delle attività spirituali e della coscienza umana, che, in molte religioni, si suppone separabile dal corpo e immortale”) verrebbe in mente di usare altri termini, più eterei, quasi trascendenti (!!!): per esempio comunemente ho sentito usare “sollievo dell’anima”.
Anche “cibo per l’anima” è espressione comune, ma la parola cibo è molto più generica della parola pane. Cibo è sinonimo di nutrimento, e con nutrimento si intende qualsiasi cosa, materiale o immateriale, che dia sostentamento al corpo, ma anche alla mente, o all’anima.
Dire “cibo per l’anima” o “pane per l’anima” per molti, probabilmente, è la stessa cosa. Secondo me no, perché quando dici “Pane” vuoi dire una cosa concreta, che si può toccare: è una parola che non ha doppi o tripli significati, che non lascia spazi ad elucubrazioni. Il pane è pane, non è un generico cibo qualsiasi, è "il" cibo.
Forse, anzi sicuramente è uno dei miei soliti voli, però per me dire “Pane per l’anima” è dire la risposta a quel bisogno primario ed insostituibile che l’anima ha. Cioè quel desiderio che, saziato, rimane aperto, cioè vivo.
Sdraiata su un prato guardo le nuvole che si muovono nel cielo: sospinte dal vento, è impossibile imbrigliarle.
Anche i miei pensieri, specialmente quelli più belli: si muovono liberi sospinti dalle sensazioni, ma sono impossibili da trattenere.
Mi viene in mente che forse anche la libertà funziona allo stesso modo: è sospinta dalle situazioni della vita come le nuvole dal vento, ma è impossibile fermarla, perché la libertà si muove (e muove), sempre.
Scovata in un quaderno di quando avevo neanche 18 anni, trascritta qui senza cambiare una virgola, titolo compreso.
Riflessione senza pretese, non seria, al massimo seriosa.
Ultimamente, con molta più frequenza di quanto non accadesse prima, sento utilizzare la parola “marchette”.
Dato per appurato che frequento più o meno le stesse persone di prima, mi chiedo se questo infilar marchette in ogni frase è perché la parola è diventata di moda, oppure se sono aumentate le marchette che, volente o nolente, ognuno è chiamato a pagare.
PS: appurato anche che molti non sanno perché si dice “marchette”.
E’ veramente libero dalle cose solo chi non consiste di quelle cose.
Quindi è libero dal potere solo chi non consiste del potere.
Nihil nisi per amicitiam cognoscitur: vivere una dimensione così è un’esperienza emozionante, anzi eccezionale.
Di quelle che smuovono, e commuovono.
Andando a scavare nell’etimologia delle parole ogni tanto vengono fuori cose simpatiche, tanto più perché il dizionario etimologico usa spesso una prosa ridondante e un linguaggio un po’ inusuale, ma efficace.
L’altro giorno, mentre stavo riflettendo sull’etimologia di affetto, un mio amico mi ha mandato il racconto di cui parlo nel post precedente, dove peraltro di affetto ce n’è a vagonate. Poi (per caso?) nei commenti è venuta fuori la parola empatia. Bene, mi sono detta, anche questa è una parola di cui andare a vedere l’etimologia.
Ed il giochino si è rivelato ancora una volta interessante, perché le due parole, affetto ed empatia, non sono così lontane come sembra visto anche il normale contesto in cui sono usate.
La parola affetto – dice il dizionario – viene dal latino afficere, cioè toccare, commuovere lo spirito […]. Come aggettivo dicesi di colui che è tocco di passione per qualche oggetto, per es. “essere affetto di amore”, cioè preso d’amore […]. Come sostantivo è maniera di sentire, passione dell’anima in forza di cui si eccita un interno movimento, onde incliniamo ad amare o ad odiare.
Passione dell’anima che eccita un interno movimento... è bellissimo!. La stessa cosa della parola commuovere.
La parola empatia, che è di uso molto meno comune e di norma viene usata in un contesto particolare, è un termine che genericamente significa contatto, condivisione di sensazioni, influenza, interazione tra personalità. La parola è spesso correlata al termine simpatia, ma c’è una fondamentale differenza: se la simpatia è “sentire con” ed indica un processo nel quale il sentimento e il problema dell’altro diventano i miei (perché li condivido), l’empatia è un “sentire in” qualcun altro, e può essere anche definita come la capacità di immaginare se stessi essere un’altra persona, condividendo le sue idee e sensazioni, pur senza abbandonare la propria identità.
Ma è l’etimologia greca della parola che mi dice moto di più: comprende la preposizione in e la parola pathos, che significa affetto, appunto. Sarà forse che l’empatia nasce dall’affetto, e che senza affetto non ci può essere vera empatia?
L’incontro è la possibilità di uno sguardo nuovo sulla realtà.
Se l'incontro ha un volto, reale, carnale, che corrisponde a quello che il cuore desidera, è un’esperienza che lascia senza parole, e che non si può fare a meno di cercare, di desiderare che accada di nuovo, giorno dopo giorno, sempre.
Ultimamente sono incappata in due frasi riguardanti l’errore, che mi hanno fatto riflettere:
- Invece di chiederci: “Dove ho sbagliato?” ci mettiamo a cercare chi ha sbagliato, dando per scontato che non possiamo essere stati noi.
- Scindere l’errore dall’errante.
La prima sottolinea l’enorme presunzione che, in modo più o meno cosciente, è presente in ciascuno di noi, e cioè partire dal presupposto che chi sbaglia è sempre e comunque un altro.
La seconda dice invece quella che dovrebbe essere un’ovvietà, e che invece non lo è affatto: tenere distinto l’errore rispetto a chi l’ha compiuto significa dire che il giudizio sull'errante non può dipendere soltanto dall'errore che ha compiuto, per cui se è giusto condannare l’errore, non si deve però mai condannare l’errante. Spero di non dire una bestialità, ma credo che questo in termine cristiano si chiami misericordia.
Una persona che conosco bene, non credente, mi ha detto ieri che ha deciso di fare il “Camino de Compostela”, cioè il pellegrinaggio a piedi al santuario di Santiago di Compostela, in Spagna.
Ha scelto il percorso da Roncisvalle: circa 800 km, divisi in 23 tappe.
Mi ha detto che non lo fa per fede, ovviamente, e che ha deciso di farlo dopo avere ascoltato il racconto di un suo amico, credente ma con molti interrogativi, che dal pellegrinaggio gli ha portato uno dei tanti banali souvenir, la conchiglia, su cui era scritto “Non sei tu che fai il Camino, è il Camino che ti fa”.
Dice che la decisione di partecipare al Camino l’ha presa in quello stesso momento, quasi un anno fa, e nonostante ci sia tornato su, a pensarci, non è proprio riuscito a cambiare idea, e quindi a breve parte, con l’amico credente e dubbioso. Alla ricerca della felicità, dice lui.
“Ogni volta che qualcuno percepisce un reddito che non produce c'è qualcuno che produce un reddito che non percepisce.”
Non ho idea di chi l’abbia detto, e se vogliamo è anche abbastanza ovvio. Ma se ci aggiungiamo che chi percepisce un reddito che non produce probabilmente non ci paga neanche le tasse, tasse che saranno altrettanto probabilmente pagate da chi il reddito l’ha prodotto ma non percepito, ecco, se penso a questo mi girano immensamente le scatole.
Filosofia: dal greco φιλος = amore e σοφια = sapienza, quindi letteralmente Amore per la Sapienza. E fin qui, ci siamo. Bella definizione, anche accattivante, anzi affascinante, ma cambia poco rispetto alla mia… poca dimestichezza con la filosofia (grazioso eufemismo per dire che non mi è mai andata troppo a genio: al liceo il mio obiettivo massimo era la sufficienza, striminzita).
Ma significato letterale a parte, alcune definizioni dei filosofi sono ancor più interessanti:
“La filosofia è l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo” (Platone): sarò blasfema, ma detta così sembra quasi una cosa semplice, e soprattutto utile, visto che capire a cosa servisse la filosofia in concreto è sempre stato un problema, per me.
“La filosofia è lo studio delle cause prime dell’essere” (Aristotele): ecco, questa sembra affascinante, il fatto è che non la capisco.
“La filosofia è l’ombra che tutte le cose gettano quando sono illuminate dal sole della conoscenza” (F. Nietzsche): questa, almeno come immagine (ma non solo) è bellissima.
“La filosofia nasce dallo stupore, ovvero dal senso di vertigine di fronte alle cose” (Platone): questa è decisamente quella che mi è piaciuta di più, e nella mia immensa ignoranza mi viene in mente una frase di d. Giussani che l’amico Michele mi ha ricordato giorni fa: "I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce"
E chi è Sordello? Un poeta mantovano vissuto nella seconda metà del 1200. Lo cita Dante nel VI canto del Purgatorio.
L’incontro con quest’anima dà l’occasione a Dante per una lunga digressione, che occupa tutta la seconda parte del canto (dal v. 76 in poi) circa la situazione politica dell’Italia: ne esce tracciato un quadro fosco e cupo, in cui la penisola appare abbandonata a se stessa, priva di una guida temporale, piagata in ogni lembo di terra da conflitti tra fazioni.
Mi auguro che nessuno – maggioranza od opposizione – se ne chiami fuori.
Ieri, ascoltando le varie trasmissioni sui risultati elettorali ne ho sentite di tutti i colori, ma non commento, ero comunque piuttosto disgustata.
Mi ha colpito una frase di Maroni, che rispondendo alla domanda “Si è stupito del successo della Lega?” ha risposto “Per niente, anzi mi stupisco dello stupore.”
Ora Maroni parlava di risultati elettorali, e a caldo, però la frase non mi ha lasciato indifferente: l’ho letta – forse mi sbaglio – come un negare la possibilità dello stupore. Ripeto, forse mi sbaglio, sto in qualche modo estrapolando una frase dal contesto.
Mettiamola così (lasciando da parte cosa ha fatto scattare questa mia elucubrazione): negare la possibilità dello stupore è come negare la possibilità che qualcosa di nuovo, di inaspettato, di eccezionale accada. Questo secondo me è il vero integralismo. E negare lo stupore significa auto-condannarsi ad una vita spenta, piatta, anonima, noiosa.
Io voglio continuare a stupirmi.
E’ il titolo di un quadro di Giuseppe Pellizza, che conoscono tutti, anche se magari non sanno il titolo del quadro o il nome dell’autore.
E’ un quadro fortemente simbolico, sia perché è l'immagine simbolo delle lotte della classe lavoratrice all’inizio del secolo scorso, sia per la forza espressiva delle figure dei lavoratori in primo piano, che sottolinea la volontà di riscatto, anzi quasi di glorificazione di un'intera classe che procede dall'oscuro tramonto di un tormentoso passato verso un radioso avvenire.
E’ riprodotto su tutti i libri di storia, è stato anche utilizzato come immagine simbolo nei titoli di testa e nelle locandine del film di Bertolucci Novecento.
Mi è venuto in mente vedendo per strada la locandina del film di Virzì Tutta la vita davanti. La disposizione delle tre persone in primissimo piano è praticamente la stessa: a destra una donna con in braccio una bambina, a sinistra un uomo con la giacca buttata sulla spalla.
Solo che nel quadro di Pellizza quelli raffigurati sono i lavoratori del c.d. Quarto Stato, quelli che all'inizio del secolo scorso erano i più sfruttati, e marciano evidentemente insieme, verso un avvenire diverso. Nella locandina del film no, o almeno non solo: appena dietro ai tre in primissimo piano ci sono gli altri tre protagonisti del film. Capisco le esigenze: se tra i protagonisti ci sono attori famosi nella locandina ce li devi mettere e pure in bella evidenza, anche se (la Ferilli e Ghini) recitano in un ruolo opposto, quello degli sfruttatori. Allora avrei preferito una locandina diversa, che non ricordi quel quadro così fortemente simbolico: lo stare da un lato diverso della barricata ti impedisce di marciare insieme.
Io non so se l’evidente richiamo della locandina del film di Virzì al quadro di Pellizza è voluta o casuale, ma se è voluta a me non è piaciuta affatto.
In questi giorni mi è capitato di scambiare diverse mail e SMS con un amico, e spesso ci siamo reciprocamente detti “Grazie per la tua amicizia”. Avevo detto al mio amico: “Piantiamola di dirci reciprocamente grazie, lo sappiamo, è inutile che ce lo ripetiamo”. Però mi è venuta la voglia e la curiosità di rinfrescarmi la memoria sull’etimologia della parola “grazie”.
Dai tempi della scuola mi sembra di ricordare che la parola grazie è anche un augurio, una contrazione di una frase del tipo “Che Dio ti dia grazie”, detto per ricambiare qualcosa che si è ricevuto. Ma non basta.
Se nel dizionario etimologico si cerca grazia si legge “Cosa grata: e per conseguenza (…) significazione d’animo grato per favore ricevuto, nel qual caso si usa per lo più al plurale; aiuto che Iddio dà all’uomo per operare la sua salvezza”.
Ma sotto grazie, sempre dal dizionario etimologico, vengono fuori cosette ancora più interessanti. Trascrivo: ” (…) Così furono dette dai Greci le tre figlie di Giove e di Venere, dispensatrici dei doni costituenti la perfetta bellezza (…) da principio le Grazie furono rappresentate da semplici pietre non lavorate e poi in figura umana vestite di un velo trasparente o affatto nude, per indicare che la semplice natura soltanto e le grazie naturali sono amabili. Si fecero giovani perché la memoria dei benefizi non deve mai invecchiare, vergini perché i benefizi debbono farsi con mire pure, scevre di vile interesse, vivaci e snelle, perché i benefizi non si devon far lungamente aspettare, danzanti in giro perché i benefizi debbono circolare e ritornare d’onde partirono, tenentesi finalmente per mano, perché i benefizi reciproci soavemente stringono i legami dell’umana società”. Ho trascritto letteralmente, nonostante la prosa un po’ ridondante, perché è bellissima!
Ma mi colpisce l’ultima frase “…perché i benefizi reciproci soavemente stringono i legami dell’umana società”. Se ripenso a quanto ho riportato nel post precedente (“Amico ha la stessa radice etimologica di Amore”) mi tremano i polsi a pensare che valore enorme ha il dire “Ti ringrazio per la tua amicizia”: non è solo un ringraziare, un esser grati, è un continuo beneficio reciproco, che "soavemente stringe un legame". Soavemente, e fortissimamente.
Avevo detto al mio amico: “Piantiamola di dirci reciprocamente grazie, lo sappiamo, è inutile che ce lo ripetiamo”. Lui ha ribattuto: “Grazie è tutt’altro che una parola inutile, se detta con serietà non è retorica né di cortesia. Lasciami la possibilità di dirti grazie”. Ed ha ragione.
Grazie per la tua amicizia.
Tolstoj da qualche parte (ma non ho idea dove) ha scritto: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima.”
Mi permetto di aggiungere: l’importante è avere la speranza. Perché se non hai la speranza, dove la prendi la forza per ricominciare?
Questa citazione ce l’avevo annotata da un sacco di tempo (anzi l’avevo pure già riportata, qui), ma c’era qualcosa che non mi convinceva. Era come zoppa: quello che ti spinge a ricominciare non può essere solo l’essere convinti che la calma sia una vigliaccheria. Non basta!
Invece era così semplice… la speranza! Me l’ha fatto venire in mente una frase sentita l’altra sera, alla già citata presentazione del libro Volti e stupore, mi pare l’abbia detta Fabio Cavallari : “Come si fa ad immaginare un mondo senza speranza?”
Appunto, non si può.