Stava male, quell’insofferenza, quel male dentro sbrigativamente liquidato come “Un po’ di depressione”, di cui nessuno si era accorto, anche perché era bravissima a mostrare a tutti il volto sereno e sorridente di sempre.
Ma era cambiata, e anche parecchio, soprattutto aveva cambiato la sua vita: lavoro, solo lavoro, non aveva voglia di vedere più neanche gli amici, voleva stare per conto suo.
Spesso il sabato o la domenica usciva in macchina, da sola, senza meta. Guidava per ore in città, oppure fuori, sul GRA (una volta ne fece il giro completo due volte di seguito, quasi 140 km) o sulle consolari, senza andare mai da nessuna parte, senza fermarsi, a vuoto: non voleva stare a casa ma neanche voleva andare da qualche parte in particolare.
A volte, specialmente d'inverno, andava al mare, alla spiaggia libera, che d'inverno è deserta (e anche un tantinello pericolosa): ore e ore a fissare l'orizzonte, senza neanche accorgersi che faceva buio, e rimanere lì al buio era sconsigliabile.
Di questi giri a vuoto per fortuna ora lei ricorda poco, anche se non dimentica l'angoscia che la prendeva e che la spingeva a guidare per ore. Però ricorda benissimo l'ultima volta che l'ha fatto. Era il pomeriggio di una domenica di gennaio, girando a vuoto era finita sotto casa di una coppia di amici, che conosceva fin dai tempi di scuola, ma che non vedeva se non di sfuggita da quasi 2 anni.
Tuttora lei non sa dire il perché quel giorno, in quella strada, abbia deciso di fermarsi, parcheggiare e suonare al loro citofono. Era quasi l'ora di cena, un'ora poco civile per presentarsi senza preavviso a casa di qualcuno, e infatti quando il marito ha risposto al citofono è rimasto per un attimo titubante, stupito, forse per l'ora o forse per il fatto che era un pezzo che lei era sparita. Ma è stato solo un secondo, ha aperto subito e le è andato incontro sulle scale, salutandola con un abbraccio. E un attimo dopo anche la moglie, che stava allattando la terza figlia nata da qualche settimana, l’ha salutata con un abbraccio. Non le hanno chiesto nulla, nemmeno "come mai qui?". Niente di niente.
Lei si sorprende a sorridere, guardando i suoi amici e la loro piccola, come se entrare in quella casa l’avesse finalmente liberata dall’angoscia, come se incrociare il loro sguardo sereno l’avesse finalmente confortata, rinfrancata, il tutto nel giro di una manciata di minuti. E parlando di banalità tipo il tempo aiuta a cambiare la piccola Claudia e a preparare la cena per gli altri due figli che arrivano da lì a poco, dopo aver trascorso il pomeriggio con i nonni. Paolo, di 3 anni, entrando in casa non sembra affatto turbato dalla sconosciuta e le fa "Ciao, io sono Paolo, e tu chi sei?"; invece Francesca, 5 anni, la guarda con sospetto per un bel po', prima di farsi scappare un sorrisetto. E' come uno schiaffo in piena faccia: li ha praticamente visti nascere tutti e due, anzi Francesca le ha fatto passare notti insonni quando andavano in vacanza insieme e la mamma aspettava il secondo figlio, ma ora per loro è un’estranea, e d’altra parte sono passati 2 anni dall'ultima volta che li ha visti.
Due anni… eppure in quella casa è stata accolta con un abbraccio, di quelli che implicano accoglienza, dedizione e difesa, direbbe un suo amico, di quelli come un punto esclamativo, dice lei. Il sorriso disarmante dei figli le fa riconoscere come dono quell'abbraccio dei suoi amici, un abbraccio muto, che non chiede quelle spiegazioni che lei non vuol dare, un dono che la commuove fino a farle spuntare le lacrime, che nasconde chiudendosi in bagno.
Poco dopo saluta e va via, anche se i suoi amici insistono perché si fermi a cena. Tornando a casa, in macchina, piange per tutto il tragitto. Di quella sera non ha più parlato con i suoi amici, solo parecchi anni dopo, parlando di altro insieme ad altre persone, lei ha accennato a quella sera come l'inizio della rinascita, quando nel tunnel cominci ad intravedere, seppure lontanissima, la luce dell'uscita.
Inutile dire che quei due sono tra le persone a lei più care, la gratuità di quell'abbraccio le torna in mente tutte le volte che va a casa loro.
Altro che Prozac: amici, anzi Amici così sono il vero antidepressivo. Un'amicizia vera e per sempre.
Una volta non esistevano quelle pompe d'irrigazione potentissime che ora permettono d’irrigare con facilità grandi superfici coltivate. Una volta per le colture estensive si contava sulla pioggia, e per le colture da orto si utilizzava la c.d. irrigazione a scorrimento, o a zappa: una rete di piccoli canali d’irrigazione larghi tra i 15 e 30 cm e profondi al massimo un palmo o due, alimentati dai canali più grandi che scorrono ai bordi dei campi. Tanti piccoli canali (praticamente dei solchi) che seguono l’andamento del terreno per sfruttare al meglio le piccole pendenze: in questo modo l’acqua viene portata direttamente alla base delle piante, sulle radici e non sul fusto e sui frutti (che potrebbero essere rovinati dall’acqua), peraltro riducendo di molto la crescita delle erbe infestanti.
Questi piccoli canali vanno nella stessa direzione seguendo, cercando le pendenze del terreno, quindi non sono mai paralleli: ogni tanto s'incontrano, hanno punti di contatto, di scambio. E i punti di contatto servono anche per arricchire, per scambiare reciprocamente l'acqua che scorre nei solchi: infatti la portata di questi canali cambia in continuazione, perché a monte sono alimentati da fonti diverse - per esempio pozzi artesiani o sorgenti - situate in punti diversi del territorio, e la quantità d’acqua che viene immessa in un canale o in un altro varia a seconda delle necessità.
Però è un sistema molto faticoso da mantenere, perché i canali e i solchi vanno tenuti puliti dalle erbacce, vanno continuamente appianati i piccoli ostacoli che si formano, per fare in modo che l’acqua scorra il più facilmente possibile e non si disperda. Insomma ci vuole un gran lavoro di zappa.
Noi ragazzini di campagna capaci di inventarci i giochi con poco, eravamo affascinati da questi canali: ci mettevamo dentro dei tappi di sughero sormontati da una piccola bandierina sorretta da uno stecchino, e poi scommettevamo su dove il tappo andava a finire, e i punti di arrivo erano sempre diversi, perché le micro-correnti che si creavano nei solchi cambiavano in continuazione al variare dell’apporto iniziale, alla fonte.
Mi sono tornati in mente, questi canali, pochi giorni fa scrivendo ad un amico. Ho paragonato i punti di contatto, di scambio che notavo nelle nostre chiacchierate a quei piccoli canali, che appunto scorrono, si intersecano e si scambiano in un arricchimento continuo.
Eccessivo dire che l’amicizia funziona come l’irrigazione a scorrimento? Probabile. Però, forse anche per l’amicizia occorre lavorare di zappa.
Anno terribilis… ma non mi riferisco al solito “sessantotto” che peraltro, secondo me non è da definire terribile, anzi.
E’ l’anno in cui, nel giro di neanche 5 mesi, nella nostra "isola felice", sono morte quattro persone, e noi che allora eravamo bambini di 8-10 anni, cresciuti sereni e spensierati, quasi illusi che il massimo del dramma fosse un pallone che si bucava, abbiamo fatto l’esperienza della morte.
Non che non ci fossero state altre morti, prima, ma eravamo troppo piccoli per rendercene conto. E poi fu una tragica sequenza, le prime due morti a distanza di 10 giorni, e le altre due nei mesi subito successivi, abbracciando tutto l'arco dell'estate.
La prima della serie fu un vero shock: mio zio, un ragazzo di neanche 20 anni che si andò a schiantare con la moto a poche centinaia di metri da dove vivevamo tutti. E anche l’ultima – per me ancora più drammatica, perché per quanto da lontano io vidi l’incidente e fui io a dare l’allarme – non fu da meno: un uomo di neanche 30 anni, padre di due figli piccolissimi (2 anni il primo e pochi mesi la seconda), morto schiacciato per il ribaltamento del trattore che guidava. E di mezzo tra i due, mio nonno (il “patriarca”) e uno degli operai più anziani dell’azienda agricola dove sono cresciuta, uno che prima di me aveva visto nascere anche mio padre.
Gli adulti tendono sempre a proteggere i bambini, cercano di fare in modo che il dolore per la morte di persone care non lasci segni indelebili. Ma sulla nostra isola felice era calato un silenzio strano, che noi percepivamo chiaramente, nonostante la naturale spensieratezza dei bambini e gli sforzi degli adulti a che tutto sembrasse "normale".
E non solo perchè allora, in campagna, il lutto ed il dolore venivano quasi esibiti ("portare il lutto" era un obbligo) e non potevi far finta di non vederli. Per esempio le donne, vestite di nero: d'estate, specialmente in campagna, nessuno si vestiva di nero, perchè il nero attira il caldo e poi la polvere che in campagna regna sovrana sullo scuro si vede subito. Ma anche gli uomini, che portavano un bottone nero sul bavero anche quando andavano a lavorare.
Noi, il dolore e il lutto lo leggevamo negli occhi e nei volti di chi ci stava intorno, ma lo percepivamo soprattutto nello strano silenzio che regnava tra le case e nei campi: si era in lutto, nei campi non si sentivano più i canti che aiutavano ad alleviare la fatica, e sul piazzale, la sera, si continuava a stare seduti fuori la porta di casa, ma non si rideva, non si giocava a carte, non si beveva un bicchiere di vino insieme. Anche le voci erano scese di tono, trasformandosi in bisbigli, quasi a non voler disturbare il dolore di chi era stato più colpito dal lutto. E se gli adulti non cantavano, non ridevano fragorosamente nei momenti di riposo, se addirittura parlavano sottovoce, noi ci adeguavamo: nessuno ce lo aveva vietato, eppure anche noi evitavamo di gridare, le corse e i nostri giochi erano improvvisamente diventati silenziosi, come se ci rendessimo conto che il nostro chiasso da bambini sarebbe stato fuori luogo in quel silenzio irreale.
Quel silenzio non imposto, ma condiviso, tolse qualcosa alla nostra infanzia: quella tragica estate del 1968 ci costrinse a renderci conto che, ad un certo punto, e non necessariamente da vecchi, si muore. Ci costrinse a diventare grandi. E quando si diventa grandi, molte cose cambiano.
Cumpanis, colui con cui divido il pane, da cui deriva la parola “compagno”. Più che la parola dividere, o condividere, mi colpisce la parola pane. Si dividono o condividono tante cose (la strada, il lavoro, la scuola, l’amicizia, le idee…), ma per tutte si dice “compagno di..”: compagno di strada, compagno di scuola… come se il cum-panis venisse prima: si condivide il pane… e poi anche il resto.
Forse la mia è una forzatura, cioè la parola compagno viene sì dal condividere il pane ma poi il termine si è esteso a tutte le altre condivisioni della vita. Però è anche vero che, a pensarci bene, la prima condivisione è proprio il pane, cioè il sostentamento stesso, il bisogno primario della vita (almeno quella materiale).
Io sono cresciuta in campagna, in un’azienda agricola che era un po’ un piccolo villaggio indipendente: ogni famiglia aveva la sua casa, il suo piccolo orto sul retro, e anche un piccolo recinto con qualche gallina e qualche coniglio. Le famiglie in genere erano identificate non con i cognomi ma con il nome del capofamiglia, e visto che i nomi erano sempre gli stessi, c’era Giuseppe e poi Peppe e Peppino, Antonio e Tonino, Francesco, Franco e Checco. Usare i nomi è certamente più famigliare, però può sembrare più complicato, ma non era così: le famiglie erano tutte imparentate tra loro, per cui le 12-14 famiglie alla fine giravano tutte su 3 o 4 cognomi. Mogli e i figli erano identificati anche loro con il nome del capo famiglia: Maria di Nicola, Antonietta di Peppino, Franca di Antonio, Mario di Rocco, Franca di Giuseppe, Roberto di Checco e così via. Ma usare il “di…” era sottolineare un’appartenenza, una compagnia che il cognome non poteva rendere.
Tutte le case, quella di Rocco, quella di Nicola, quella di Peppino ecc. si affacciavano sul cortile centrale dell’azienda, chiamato “piazzale”, perché il effetti era come una piazza di un piccolo paese: dal piazzale si partiva la mattina per i campi, secondo quanto stabilito negli “ordini” affissi in una specie di bacheca, nel piazzale la sera ci si ritrovava a fare quattro chiacchiere, le donne a cucire o sferruzzare, gli uomini a fumare o a fare un giro a carte, i bambini a giocare. Le porte delle case erano sempre aperte, al massimo accostate, d’inverno, per non fare entrare il freddo.
Sul piazzale si affacciava anche la casa del “padrone”. Sì, veniva chiamato padrone, ma allora, in quell’ambito di campagna, la parola “padrone” non aveva alcunché di sprezzante né di sottomesso. Ad un certo punto qualcuno provò anche a sostituire “padrone” con “principale”, ma vuoi perché è più lungo, vuoi perché specie in campagna le tradizioni sono dure a morire, fatto sta che il principale restò padrone. I figli del padrone crescevano insieme ai figli degli operai: studiavano insieme e insieme giocavano (delle vere e proprie bande, divise dalle diverse età) e ne combinavano di tutti i colori, tipo tuffarsi (non sapendo nuotare) nella vasca di raccolta dell’acqua per l’irrigazione, oppure cavalcare di nascosto e senza sella i puledri al pascolo, oppure infilarsi – armati di candele e cordicelle per ritrovare l’uscita – nelle grotte di tufo per far volare via i pipistrelli. Ed insieme si pigliavano gli schiaffoni del primo adulto (operaio o padrone non era rilevante) che scopriva il fattaccio. Anzi, per dirla tutta, i figli del padrone in genere si beccavano la doppia razione: prima dall’operaio che li aveva beccati, e poi dal padre (il padrone) a casa, secondo la regola che “Tu dovresti dare il buon esempio!”.
C’erano com’è ovvio tante differenze, tra il principale e gli operai, ma anche tanta condivisione: il principale conosceva uno ad uno i membri delle famiglie degli operai, sapeva le storie di tutti, i problemi, le difficoltà. Era il principale che si caricava in auto chi stava male per portarlo in ospedale, comprese le partorienti quando il parto si presentava difficoltoso e non era il caso di far nascere il bambino a casa con il solo ausilio della levatrice: succedeva di rado, però, perché la gente di campagna preferiva far nascere i figli a casa, e poi l’ospedale era lontano.
Già, la levatrice: per decenni li ha fatti nascere tutti lei, i figli dei padroni e quelli degli operai, e per decenni lo stesso prete li ha battezzati, comunicati, sposati: sul piazzale si festeggiavano le nascite, i battesimi, le prime comunioni e le cresime (c’erano talmente tanti bambini, che ogni anno erano almeno un paio, e si faceva un’unica festa), i matrimoni, dal piazzale partivano i funerali: nella gioia e nel dolore quel piccolo popolo era sempre unito, fianco a fianco, come un’unica grande famiglia.
Ogni famiglia aveva la sua casa, e anche il suo pane: ogni famiglia faceva il pane in casa. Non due o tre pagnotte, ma tante, tantissime pagnotte tutte uguali, grandi, perché le famiglie erano tutte numerose e il pane – che era l’elemento a base dell’alimentazione – doveva bastare per un’intera settimana: le famiglie erano tante e il forno era uno solo, e quindi si usava a turno, una famiglia la mattina ed una il pomeriggio; il forno, anch’esso sul piazzale, accanto alla stalla, era sempre acceso, e sul piazzale c’era sempre l’odore del pane appena sfornato.
Ed ogni famiglia, quando faceva il pane, portava una pagnotta a casa del principale o padrone che dir si voglia: non un atto dovuto, tutt’altro. Anzi, la moglie del padrone provò a rifiutare, perché due pagnotte al giorno erano troppe, e in campagna il pane è sacro, non viene gettato mai via, ma sempre utilizzato fino all’ultima briciola; però il rifiuto fu percepito come un’offesa, e siccome fare i turni anche su quello era complicato, la cosa fu risolta salomonicamente: a casa del principale ogni famiglia portava una pagnotta appena sfornata, ma molto più piccola delle altre, in modo che a nessuna famiglia fosse tolto quello che veniva considerato un onore e contemporaneamente senza che neanche una briciola di quel tesoro prezioso che è il pane andasse sprecato.
Cum-panis.
E’ notte fonda, mi ha svegliato un violento temporale, quasi un nubifragio, condito da tuoni e fulmini. I rami del grande cedro nel giardino però fanno arrivare sulla finestra solo poche gocce di pioggia che, trascinate dalla gravità verso il basso ognuna con percorsi diversi, compongono sui vetri strani disegni.
I fulmini che illuminano la notte fanno brillare le gocce, e i disegni sui vetri sembrano preziosi ricami cangianti, che durano quanto la luce del lampo: un attimo. Ed io rimango incantata a guardare verso la finestra di nuovo buia, come a voler cogliere, in quell’attimo di luce sulla geometria misteriosa tracciata dalla pioggia sul vetro, un segno, o un sogno.
Che strani effetti produce la diversa velocità del fulmine e del tuono! Il sogno dura pochi secondi, quelli che separano il fulmine dal tuono, che irrompendo fragoroso mi riporta alla realtà, quella del buio e della pioggia appena al di là del vetro.
E come quando ero bambina, torno a rifuggiarmi tra le coperte, per cercare i sogni del sonno, lasciando sui vetri quelli disegnati dalla pioggia.
Era una bambina con gli occhi pieni sogni.
Capace di sognare a partire dall’oggetto più insignificante che le capitava tra le mani, di inventarsi le favole (sogni appunto) che nessuno le aveva mai raccontato.
Quanto più la realtà le incideva la vita, tanto più lei si rifugiava nei sogni. Quanto più la vita era dura con lei, tanto più lei era capace di sognare.
Sogni. Non chimere, piuttosto desideri, e speranze.
Ed infatti i suoi sogni nascevano sempre dalla realtà, erano la sua capacità di cercare di vedere sempre il lato bello delle cose reali, in cui i principi azzurri in groppa a cavalli bianchi non avevano posto.
Infanzia infelice? Forse a vederla dall'esterno. Ma per lei no. Lei, Nina, sognava. E viveva: i suoi sogni altro non erano che i suoi desideri e le sue speranze.
E anche quando la bambina è diventata una donna adulta, che viveva (e combatteva) ogni giorno la sua vita, ancora i sogni ricamavano la sua giornata, ancora era capace di commuoversi davanti ad un tramonto, di sognare guardando un fiore che sboccia.
Ma non era fuori dalla realtà, tutt’altro: viveva pienamente la realtà – e come avrebbe potuto sottrarvisi? – solo che la realtà non è mai riuscita a sconfiggere i suoi sogni, i suoi desideri e le sue speranze.
Un po’ come la “disperata vitalità” di Pasolini, un’aggrapparsi disperato alla vita partendo dalla vita stessa, disperato non perché senza speranza, ma perché è speranza di chi può mettersi totalmente in gioco, tanto non ha nulla da perdere.
Era una bambina con gli occhi pieni di sogni, poi una donna che nei sogni trovava la forza per continuare a combattere, e a vivere, perchè i sogni non si possono fermare, anche se la vita fa di tutto per fermarli.
Solo la morte. Ma la morte può fermare la vita, non può spegnere i sogni, i desideri e le speranze che sono già stati donati al mondo.
Qualche giorno fa il cielo era d’acciaio, con nuvole livide che promettevano quella pioggia che, puntuale, durante la notte si è rovesciata sulla città. Oggi invece nel cielo c’è una luce più chiara e anche – se appena viene un po’ di sole, e se stai attento – un odore diverso nell’aria. Fa ancora molto freddo – in fondo è ancora inverno pieno – ma pare l’ultimo assalto di un esercito ormai sconfitto.
Un piccolo parco giochi ritagliato tra l’ultima fila di palazzoni enormi ed uguali della periferia romana e la campagna spoglia che si protende verso il mare, al calar del sole le mamme tentano invano di indurre al rientro i bambini che invece ancora corrono tra gli scivoli e le altalene, sordi ai richiami. Vengono in mente le rondini – che ancora sono lontane a venire – e il loro giostrare pazzo attorno ai campanili, al tramonto. Ma poi, mentre il cielo sereno si tinge di rosso, ad uno ad uno i bambini, come le rondini, finalmente tornano al nido.
E allora il buio, pian piano scende giù, e stasera non si ferma come sospeso, ma cala fino alla strada: il temporale dei giorni scorsi ha messo fuori uso i lampioni, e il marciapiede è illuminato appena dalla luce che filtra dagli androni dei palazzi, e dai fari delle rare auto che passano in quella strada secondaria e silenziosa di periferia.
Dalle finestre i bambini guardano quel cielo insolitamente buio – in città l’hanno mai visto così – che si stende sopra la campagna brulla davanti alle loro case, ed i loro occhi spalancati di sbalordimento si riempiono di quei bagliori che, di solito cancellati dai riflessi dell’illuminazione stradale, non sono più abituati a vedere: “Mamma, il cielo è pieno di stelle!”.
I tuffi nel passato sono sempre ricchi di sorprese, e dopo la passeggiata nella vecchia casa dei nonni mi è venuta voglia di farne un altro, di tuffo: nell’armadio in soffitta, sul fondo del quale giace una vecchia scatola rimasta lì da anni.
Dentro, fasci di foto ingiallite, sul retro di molte di esse sono annotate le date: alcune, vecchie solo lo spazio di una vita - settant’anni - sembrano sideralmente lontane, altre sono più recenti, eppure appaiono altrettanto vecchie.
Dopo tanti anni il bianco e nero s’è addolcito di avorio, e quelle foto sembrano fragili come foglie secche: ho paura di spezzarle, le prendo con la punta delle dita, con un garbo che di norma non mi appartiene.
Ma i personaggi di quelle foto antiche paiono vivi, però quasi intimiditi, come clandestini sorpresi dove non dovrebbero, e spaesati, per la luce che improvvisamente ha infranto il buio della scatola dove erano rimasti chiusi per anni.
C'è una donna, vestita di nero, i capelli grigi a crocchia, i lineamenti forti e dolci delle donne di campagna, e accanto a lei un uomo, con il viso da vecchio su un corpo dritto e non domo, gli occhi così chiari che quasi spariscono sotto le sopracciglia folte e scure. C'è la generazione successiva: i maschi fieri e belli, in divisa militare, in partenza per il fronte, le femmine ridenti, con i capelli a onde, belle, splendenti, radiose come può esserlo solo chi è ignaro di ciò che di brutto gli riserva il futuro.
Di tutte quelle persone so la storia, di alcuni quella è l’ultima foto, di altri nella scatola ci sono foto più recenti, dove i maschi appaiono non più così fieri e alteri, e le femmine non più così radiose ed ignare. Come nella foto di un matrimonio datata 1945: nozze postbelliche lungamente attese e sognate, e nei volti degli sposi si legge soprattutto la gratitudine di chi è riuscito raccontarla.
E poi i figli dei figli, delle varie generazioni successive, e anche qui chi c’è ancora e chi non c’è più, ma tutti appaiono così diversi, come se quelle foto scandissero il passare del tempo, ed insieme lo stupore di chi le guarda ora, e la paura.
Per fortuna a guidare la vita c’è una straordinaria speranza, che salva dal buco in cui cadi aprendo una vecchia scatola polverosa sepolta in un armadio.
Pescato ampiamente in giro…
Un vago senso di disagio, amaro e dolce insieme, mi coglie allo stomaco mentre mi avvicino all’antica casa di campagna, quella che fu dei miei nonni.
Lo so che quando vengo qui i ricordi sereni dell’infanzia non riescono a cancellare la tristezza della nostalgia per una dimensione del vivere che ormai non c’è più. Lo so, e infatti evito di venirci, ed infatti mancavo da anni.
Ma stavolta a spingermi qui sono state le parole di un amico, che mi parlava di vecchi utensili ormai inusuali e comunque introvabili, ma che io ricordo bene, perché li usava mia nonna, in questa casa, tanti anni fa. E così mi è venuta voglia di tornare in questi luoghi amati e amari, a cercare neanche io so cosa, magari – chissà – un vecchio testo di rame, da ristagnare e regalare al mio amico.
Entro dalla porta sul retro, quella accanto al granaio, dove al posto dei sacchi di grano adesso sono ammucchiati in un angolo ferri da cavallo, catene e catenacci da stalla, stadere, vanghe, tutto fulvo di ruggine. E tanti attrezzi di forme strane e bizzarre, di cui ormai si è dimenticata la funzione: una specie di forcipe gigante (forse, per il parto dei vitelli?), cinture per portare in vita la roncola, due lunghe feluche di legno scurissimo e liscio, con una fessura nel fondo: sono spole da telaio, ma il telaio dove sarà finito?.
Passo nell’enorme cucina ormai vuota: a destra il camino grandissimo, a sinistra la vecchia credenza con gli sportelli a vetri, dietro i quali intravedo un colapasta di smalto bianco con il bordo blu e il ferro da stiro a carbone; appesi al muro di fronte due mattarelli – uno enorme ed uno un po’ più piccolo – ambedue lisi da oltre cinquant'anni di rotolio sulla pasta, e sullo scaffale paioli di varie misure, tutti ugualmente rugginosi. Nient’altro: qui son rimaste solo le cose troppo vecchie e troppo ingombranti per le moderne cucine di città, e quelle che nei ritmi frenetici dei tempi d’oggi non si usano più.
Salgo di sopra, ma quelle che erano le camere da letto sono ormai vuote e chiuse a chiave, nel corridoio è rimasto solo un traballante como’, vuoto. No, non proprio: in un cassetto c’è un mucchietto di lettere, gli indirizzi vergati con la calligrafia svolazzante di altri tempi, ormai illeggibili per l’umidità che ha sbiadito l’inchiostro. Sotto ci trovo un orologio da tasca, tre rosari, alcune medaglie dal nastro ormai stinto, quelle della prima comunione (di chi?). E poi una foto color seppia: il ritratto di due vecchi sposi (ma chi sono?) in una cornice pretenziosa dal vetro rotto.
Guardo quelle due facce belle, segnate, fiere, e improvvisamente mi accorgo che le cianfrusaglie antiche in giro per la casa non mi divertono più, non sono più curiosi giocattoli. Per un momento davanti alla foto di quei due ho intuito quanto di vita di uomini e donne c'è dietro gli oggetti approdati, come relitti spinti dalla corrente, nel cassetto di un como’.
Quelli che usavano queste pentole, queste zappe, e i rosari, sono morti da tempo, e da tutti dimenticati. Le cose invece restano, la materia non muore. Quelle spole di telaio che l'infinito tessere la lana ha reso lucide, sono intatte. Le mani che abili le conducevano su e giù sul telaio, non ci son più.
E non è solo la musica dalla vecchia radio che ho acceso appena entrata, quasi a cercar compagnia, quasi a voler esorcizzare tutto quel silenzio, vecchie canzoni di De Gregori che ascoltavo al liceo. Non è un sentimento, la malinconia addosso in questa casa antica e polverosa. È invece un dubbio, ragionevole e doloroso. Gli uomini e le donne che usavano queste cose, scomparsi, foto sbiadite buttate in un cassetto. E noi, dunque, un giorno, come loro. Un giorno nei vecchi cassetti si troveranno i nostri cellulari, e appariranno grossi, goffi, preistorici. «Mamma, guarda, cos'è quello?», chiederanno i bambini.
E noi, di noi più niente. È il dubbio, radicale, e mi trafigge, nel silenzio e in mezzo alla stanza enorme e vuota, in cui non risuonano più le voci allegre di un tempo, sembra insensato persino sperare.
Quando avevo più o meno 15 anni amavo l’autunno.
Amavo le foglie rosso ardente, il crepitio secco sotto i miei passi, l’odore della terra umida che mi avvolgeva dentro il suo nulla.
Amavo il buio della notte che la sera calava sempre più presto.
Mi affascinava il tempo che lentamente dal tepore ancora luminoso di fine estate volgeva verso il freddo e il buio dell’inverno incipiente.
Mi stupiva lo spettacolo della natura che quasi si ranicchia su se stessa, spegnendo i colori, regalando gli ultimi suoi frutti, e si arrende ad un sonno che un po’ assomiglia alla morte.
Ma non mi metteva tristezza, perché ero talmente giovane e viva che qualsiasi rappresentazione della morte non mi toccava, anzi credevo che non mi riguardasse.
Mi piaceva camminare sotto la pioggia sottile e tra le folate di vento, farmi spingere come fossi anch’io un mulinello di foglie secche, con le guance rosse di freddo ed i capelli bagnati dalla pioggia e scompigliati dal vento, nel buio della notte che con il suo alito freddo piombava ogni giorno più rapida... era come una sfida: avanza la morte, ma io sono assolutamente viva.
Oggi, tanti anni dopo, mancano pochi giorni dall’inizio ufficiale dell’inverno, ma l’estate sembra finita da pochissime settimane, l’autunno sembra si sia accorciato (“eh, non esistono più le mezze stagioni…”), però le foglie dell'albero davanti alla mia finestra sono color fiamma, più belle che nel verde del trionfo estivo, struggenti in quel voler vivere ancora.
Qui, lontano dallo smog cittadino la pioggia ha ancora lo stesso odore buono, ma sono diversa io: non ho più 15 anni, e il tempo che passa – segnando i passi del mio andare verso il destino – e che impregna i giorni d’autunno, ora comincia a riguardarmi, come fosse eco di me, e profezia di ciò che sarà.
Le foglie che restie si staccano dai rami e planano in terra con un fruscio inavvertibile accendono un retropensiero su cui non voglio soffermarmi, ma che non sono capace di ignorare: provo ad affrontare a viso aperto quel bisbiglio fastidioso, e taglio corto borbottando tra me e me che…vabbe’, è normale, s’invecchia e si muore.
Le strade, le case, le piante e tutte le cose, tutto ciò che conosco di quei posti fin da bambina, dopo tanti anni, sono immutati, e sembra quindi strano che il riflesso che rimandano sia così diverso: forse è la viscerale, animalesca paura del nulla che sta nello sguardo che evita i rami scheletriti?
Ritraggo lo sguardo, appunto, e lo abbasso su un libro d’arte che mi hanno appena consegnato come regalo di Natale, lo sfoglio, e lo sguardo cade su una scritta che campeggia sul muro di una chiesa di Assisi: “Il tempo che passa è il Dio che viene”.
E l’anima s’acquieta nel pensare che l'autunno è il tempo dato all'Io per abdicare, e lasciarsi, finalmente, abbracciare.
E’ notte fonda, i passi risuonano sul viale buio e polveroso che attraversa l’ampio spicchio di campagna immersa nel silenzio.
Le luci della città sono lontane, nel cielo sereno chiuso dentro i confini delle chiome degli alberi, una geometria irregolare di stelle.
Tutto è immobile, solo un refolo di vento agita le foglie.
Tutto è silenzioso, solo il rumore dei passi.
Tutto è buio, solo un raggio di luna che disegna strane ombre.
Da bambina, quando percorrevo questo viale, quel lieve agitarsi delle foglie, quelle silenziose ombre ondeggianti nel buio mi terrorizzavano, perfino il rumore dei miei passi e del mio respiro mi faceva paura, eppure non ero mai da sola.
Da grande ho percorso centinaia di volte questo viale – di cui conosco ogni sasso, ogni cespuglio, sempre uguali nonostante lo scorrere del tempo – in auto, eppure ancora mi assaliva una vaga inquietudine.
Nulla è cambiato, eppure stanotte il passo è sicuro, la mano è ferma nello stringere la tua e nel guidare il tuo incerto andare in questo luogo a te sconosciuto.
Il cielo scuro ricamato dalle stelle avvolge il nostro abbraccio, mentre il silenzio è attraversato dal mio respiro che, affannato, si confonde con il tuo: l’ignoto che potrebbe celarsi nel buio non mi spaventa più.
Nulla è cambiato, eppure tutto è diverso: ora ci sei tu.
Io ammiro tantissimo (e un po’ invidio) quelli che, la mattina prima di andare al lavoro o la sera prima di cena, si fanno una bella corsa.
Uno di questi – lo chiamerò podista – lo vedo quasi tutte le sere, tornando a casa in macchina.
E tutte le sere non posso fare a meno di pensare che questo podista, che avrà intorno ai 30 anni, evidentemente tiene molto alla sua salute, ma in realtà tiene pochissimo alla sua vita.
O forse ci tiene, ma non si rende conto che con la sua corsa salutista la mette in pericolo tutte le sere, perché tutte le sere rischia di essere investito.
Mi spiego: la strada dove incontro il podista è una strada molto bella, perché attraversa una sorta di cuneo di verde che si infila tra i palazzoni della periferia sud di Roma.
Però è una strada dal tracciato antico, che segue l’orografia del terreno, quindi piena di curve, dossi e saliscendi, non molto larga, senza marciapiedi e poco illuminata.
Ora – e mi rivolgo al podista – io capisco che è molto più piacevole e salutare correre su una strada costeggiata dagli alberi e circondata dai campi, piuttosto che nelle strade cittadine piene di traffico, e capisco anche che, se lo fai di notte, è perché probabilmente non puoi farlo in un orario diverso, di giorno.
Certamente è vero che quello di essere investiti è un rischio che si corre sempre, quando si è a piedi, perfino quando si cammina sui marciapiedi e perfino in pieno giorno (la cronaca insegna) ma se proprio vuoi andare a correre su una strada senza marciapiedi, poco illuminata e di notte, almeno evita di vestirti completamente di nero (vabbe’ che il nero sfina) scarpe comprese – che uno proprio non ti vede, se non all’ultimo momento – o magari fai in modo di avere addosso qualcosa di catarifrangente (una maglietta, una cintura, le scarpe, una semplice striscia adesiva), così sei visibile da lontano!
Tutte le sere, quando lo vedo, mi viene in mente che la scuola, ormai, tutta tesa ad insegnare ai bambini la tecnologia avanzata, dimentica di insegnare loro le piccole regole di buon senso, peraltro talmente ovvie che se il cervello fosse ancora allenato ad un minimo di osservazione e di ragionamento, ci arriverebbero da soli.
Ma che sul codice della strada sta scritto che i pedoni devono tenere la destra come le auto? No, non c’è scritto, anzi c’è scritto il contrario, che devono marciare in senso opposto. E ti sei mai chiesto il perché? Facile, così ti puoi più facilmente rendere conto dell’eventuale pericolo, se non altro perché un’auto che ti arriva addosso, se ce l’hai davanti agli occhi te ne accorgi e puoi tentare di evitarla.
Sul codice non c’è nemmeno scritto che i pedoni devono vestirsi di chiaro, ma ci vuole molto a capire che è opportuno rendersi visibili? Hanno reso obbligatorio portare in macchina il giubbino con le strisce catarifrangenti, un motivo ci sarà, o no?… Posso capire che in caso di emergenza non è detto che uno ne abbia la possibilità (e infatti è previsto il giubino), ma visto che per andare a correre ti vesti appositamente… mettiti addosso qualcosa di visibile!
Ogni sera lo vedo, il podista, e ogni sera mi sono chiesta se era il caso di fermarmi e spiegargli il pericolo che corre… ma a parte il fatto che su quella strada, piena di curva e stretta, è pericoloso anche fermarsi, ho pensato che forse il podista mi avrebbe presa per matta, e/o mandata a quel paese.
Ma due sere fa ho superato il podista circa 200 metri prima della piazzola di una fermata di autobus, e allora mi sono fermata e l’ho aspettato. Quando gli ho fatto cenno di fermarsi mi ha guardato un po’ perplesso, forse pensava che avessi forato o avessi un guasto all’auto. Poi tutto d’un fiato gli ho detto che secondo me rischiava di essere investito ecc. ecc. Mi ha guardato ancor più perplesso, poi mi ha detto solo “Buonasera” e ha ripreso la sua corsa.
Ieri sera l’ho visto di nuovo, correva sul lato opposto della strada, indossava una maglietta chiara con due belle strisce catarifrangenti… incrociandolo, ho dato un colpo di clacson, e lui evidentemente mi ha riconosciuto perché mi ha salutato e mi ha gridato: “Hai visto? Ti ho dato retta”.
Mettendo ordine tra vecchie cose, ho ritrovato una foto in cui compare una adorabile vecchia signora, ormai passata a miglior vita. E subito mi è tornato alla mente lo strano rapporto che avevo con questa minuta vecchina, che andavo a trovare spesso, e anche volentieri; non saprei dire il perché, se non il fatto che chiacchieravamo tanto, e delle cose più disparate, perché la vecchina aveva una cultura straordinaria, ed un modo di esprimersi e di rapportarsi con gli altri assolutamente travolgente: non sembrava affatto di parlare con una che aveva almeno 50 – 60 anni più di me. E non ero l’unica, eravamo in tanti a frequentare questa vecchina che aveva una testa e una mentalità più aperta e più… “moderna” di tutti noi “giovani” messi insieme.
Ma la cosa che non dimenticherò mai sono i suoi occhi: dal basso all'alto (era piccolina di statura, e anche piegata dall’età) ti piantava in faccia quei suoi occhi chiari, che non erano aggressivi, ma neanche dolci, nel senso sentimentale del termine. Quegli occhi ti guardavano con un intenso interesse umano, come un appassionato d'arte che guarda un'opera mai vista prima, come uno studioso che apre un manoscritto antico e raro. E sotto a quello sguardo ci si sentiva brutalmente svelati.
La prima volta che incontrai quello sguardo avevo pensato “Questa donna sa leggerti dentro”, ed ero arretrata istintivamente di un passo, quasi per una sottile paura, quasi per sottrarmi. E tuttavia, nel rapidissimo e tacito scambio di sguardi qualcosa mi aveva subito rassicurato: in quegli occhi chiari non c'era la luce fredda dell'avidità puramente intellettuale, non c’era solo un'ansia di conoscere, ma una evidente passione di capire lo sconosciuto che le stava davanti, di comprenderlo.
Appena un attimo, e già quell'affondo da scrutatrice dell’anima altrui era finito, come se in quel solo, velocissimo sguardo avesse già letto, e capito la tua anima, e allora quello stesso sguardo si allargava in una sorta di abbraccio e in un sorriso, inarrestabile, e coinvolgente, tanto da aprirti il cuore.
Un popolare detto recita che gli occhi sono lo specchio dell'anima: a quell'anziana, dolce signora gli occhi servivano a mostrare, a fare emergere, ad aprire l'anima, il cuore di chi le stava davanti.
Per onestà va detto che il racconto è mio, molte delle espressioni usate no: frasi ad effetto appuntate sul quaderno. Provenienza... boh!
Sono venuta a passare il week-end al mare, in un posto dove l’ultima volta ero venuta un mucchio di anni fa.
E ovviamente l’ho trovato molto cambiato.
Non tanto e non solo per le costruzioni – anzi, tutto sommato, non ho visto grandi scempi – ma proprio la spiaggia è cambiata: qui, come altrove, il mare se la sta mangiando, il mare si sta mangiando sia la spiaggia che le rocce.
Passeggiando lungo la spiaggia ormai deserta i pensieri corrono a quando venivo qui da bambina, ed io mi sentivo tanto piccola davanti al mare enorme.
Eppure di quel mare non avevo paura, ci ero praticamente cresciuta dentro, sulla secca che era a pochi metri dalla riva (e che ora non esiste più) ho addirittura imparato a camminare, quel mare che era una distesa sempre in movimento anche quando sembrava fermo, che io vedevo ogni momento diverso anche se sembrava sempre uguale.
Mi facevano molto più paura gli scogli, le rocce, quelle rocce così dure contro cui s’infrangevano le onde, loro sì sempre uguali ai miei occhi, immobili e immutabili, nonostante il mare tentasse inutilmente di aggredirle.
Allora mi chiedevo se avrei preferito essere mutevole come il mare o salda come le rocce, se avrei preferito una vita sempre in movimento come il mare o stabile come le rocce, e non sapevo decidere, perchè il movimento del mare mi sembrava in fondo inutile, vano, mentre le rocce così ferme in fondo rappresentavano la stabilità delle cose certe, ma con il suo movimento continuo il mare aveva un fascino che certo le rocce non avevano.
Non sono mai riuscita a darmi una risposta, né pretendo di darmela adesso, ma qui, davanti a questa distesa azzurra e calma, che ancora mi suscita gli stessi pensieri di allora, non posso non accorgermi che, tra le rocce ed il mare, alla lunga è il mare ad averla vinta.
Scena: qualche anno fa, il giorno del mio compleanno, a casa mia.
Sono appena uscita dalla doccia, sono in piedi davanti allo specchio tentando di aver ragione dei miei capelli, lunghi e ricci.
Arriva mio fratello insieme a mia nipote, poco più di quattro anni, mi fanno gli auguri, poi qualche battuta del tipo “Stai diventando vecchia, cara sorellina, se non ti sbrighi chi ti si piglia più?”
Sempre carino, il fratellino, ma la battuta è sempre la stessa, da quando avevo 15 anni.
Poi se ne va, e la nipote resta e mi osserva.
- Zia, che capelli lunghi hai…
- Hai visto? Ci vuole tanto tempo, per farli diventare lunghi.
Qualche attimo di silenzio, lei continua ad osservare, poi si toglie il fermaglio e i capelli le ricadono sulle spalle.
- Zia, ma sono più lunghi i tuoi o i miei?
- Tesoro, credo siano più lunghi i miei.
Lei butta indietro la testa, come per fare in modo che le punte dei capelli scendano di più verso il fondo schiena
- Zia, sei sicura? Guarda, mi arrivano quasi al sedere….
- Hai ragione, sono diventati molto lunghi, i tuoi capelli….
- Più dei tuoi….
- Beh, tesoro, sono molto lunghi, ma non quanto i miei, tu sei piccolina, fra un po’ forse, quando sarai più grande…..
Silenzio, e lei continua ad osservare me che intanto inizio ad asciugare la folta chioma.
- Zia, ma perché non ti tagli i capelli? Se vuoi ti aiuto io, vado a prendere le forbici?
Furba la piccola, resasi conto che in effetti non può competere, tenta la mossa alternativa!
Ma la zia non si fa fregare, e forte dell’esperienza di baby-sitter che ha steso decine di bambini con le favole, cerca di dribblare la nipote buttandola appunto sul fiabesco.
- No, tesoro, non li posso tagliare.
- E perché?
- Perché li devo far diventare lunghi lunghi, per fare una treccia da far scendere dalla finestra, per far salire il Principe Azzurro….
La piccola ammutolisce, e mi fissa a bocca aperta…
Evvai – penso – è fatta, colpita e affondata!
Lei continua a fissarmi, in silenzio, e io gongolo…. Poi:
- Zia, senti…
- Dimmi, tesoro.
- Zia, ma se aspetti che i capelli ti diventano così lunghi per fare la treccia, diventi vecchia, e chi ti si piglia più? Neanche il Principe Azzurro!
- …..!!!
Morale: i bambini ascoltano e si fidano di quello che dicono i grandi, siano fiabe o semplici conversazioni; con le favole li puoi incantare, ma stanno ben attenti a quello che dici, e non li freghi facilmente, perché sono pragmatici.
La piccola non ha contestato l’esistenza o meno del Principe Azzurro, né la possibilità o meno che una treccia di capelli possa sostenere il peso di un uomo: queste cose le ha sempre sentite dire dai grandi, nessuno le ha mai detto il contrario, e comunque la sua esperienza non le ha negate, e quindi le accetta, perché nella mente dei bambini tra la realtà e la fantasia il confine è indefinito, anzi proprio non esiste.
Ma che i capelli per crescere hanno bisogno di tempo e che mentre il tempo passa gli adulti diventano vecchi, anche questo l’ha sentito dire dai grandi, anzi ne ha anche un’esperienza diretta, e appunto per questo non si è fatta fregare…
Semmai è la zia che è rimasta fregata, dal pragmatismo di un puffo di 4 anni!
Di questi tempi i campi di grano hanno ormai assunto il colore dell’oro, e la brezza estiva carezza le spighe in attesa di essere mietute.
Inevitabilmente ripenso a quand’ero bambina, e la mietitura era un grande avvenimento, che coinvolgeva anche noi ragazzini.
Ricordo la grande macchina, la mietitrebbia, che arrivava nell’aia la notte precedente.
Non so se gli spostamenti avvenissero di notte per non intralciare il normale traffico o per sfruttare al massimo il tempo (viaggiando di notte non si sprecavano le preziose ore di luce, durante le quali si lavorava), fatto sta che noi aspettavamo con ansia, nella calda notte estiva, di sentire il rumore sordo della grande macchina che si avvicinava all’aia, scrutando il buio, fino a quando in fondo al viale alberato improvvisamente spuntava l’enorme e rumorosa sagoma nera, i cui fari sembravano due minuscoli puntini luminosi persi nell’immensa e indefinita massa scura che avanzava verso di noi.
Sembrava un gigante che si trascina stanco, in cerca di un posto dove godersi il meritato riposo: poi con un ultimo sussulto il motore veniva spento, e il rumore assordante cedeva il posto al silenzio della notte, e il gigante finalmente poteva fermarsi a riposare.
Noi bambini, curiosi e intimoriti continuavamo a guardare il gigante da una certa distanza – ci era assolutamente proibito avvicinarsi, mentre la macchina veniva preparata per il giorno dopo – finché le nostre mamme, con gran fatica, ci trascinavano via quasi di peso per mandarci finalmente a letto.
Da grande mi sono spesso chiesta per quale motivo le nostre mamme, gia indaffarate più del solito nei preparativi per la mietitura, si sottoponessero a questa ulteriore fatica: in fondo sarebbe bastato non farci sapere dell’arrivo della mietitrebbia, e noi saremmo andati a letto tranquilli alla solita ora.
Credo che la risposta sia sempre l’amore delle mamme verso i loro bambini: mai ci avrebbero tolto questa piccola gioia, anche se a loro costava un’ulteriore fatica, tanto più pesante considerando che da lì a poche ore avrebbero dovuto essere di nuovo in piedi per affrontare una dura giornata di lavoro, lunga tutto il giorno.
La mietitura iniziava all’alba, e già prima del levarsi del sole gli adulti erano tutti in piedi per gli ultimi preparativi, e anche noi bambini, nonostante le poche ore di sonno, venivamo svegliati dal trambusto.
In realtà… bastava che anche uno solo di noi si destasse, e in un baleno anche tutti gli altri venivano svegliati: nel giro di pochi minuti, con velocità sconosciuta nei giorni in cui si andava a scuola, eravamo tutti fuori, senza neanche lavarci e vestiti alquanto approssimativamente, approfittando del fatto che, nel grande trambusto, nessuno badava a noi.
Al primo chiarore del giorno anche il gigante si svegliava: improvvisamente il vocio ed i rumori dell’aia venivano annullati dal rumore forte e sordo del motore della mietitrebbia che veniva messa in moto, e per un attimo tutti si fermavano ad osservare il gigante che, con un sussulto, lentamente, si avviava verso il campo.
Durante la mietitura rimanevamo ore ed ore ad osservare il gigante che ingoiava le spighe e sputava chicchi in un enorme cassone fermo al bordo del campo, rimorchiato da un trattore che faceva la spola tra il campo e l’aia, per trasferire il grano nel silo.
A volte a noi bambini veniva concesso di salirci sopra, ma il divertimento più grande era quando ci tuffavamo nel grano contenuto nel silo, nuotando tra i chicchi come Paperon de’Paperoni nelle monete del suo deposito.
La mietitura durava quasi tutta la giornata: si iniziava all’alba, e si finiva poco prima del tramonto, senza interruzioni; gli operai addetti alla mietitrebbia e quelli addetti al trattore si davano il cambio alla guida, ma rimanevano comunque sui campi tutta la giornata.
Anche per noi bambini quella era una giornata speciale in cui rimanevamo fuori di casa tutto il giorno, e poi avevamo anche noi un compito da svolgere: con le nostre biciclette facevamo la spola tra il campo e l’aia portando l’acqua fresca, il pranzo, il caffé alle persone che erano sul campo, e mangiavamo insieme a loro seduti sotto gli alberi.
Verso il tramonto, finita la mietitura, la grande macchina si avviava verso un’altra destinazione: qualche volta gli addetti ci consentivano di salirci sopra per un pezzo di strada: lassù, sopra le spalle del gigante, ci sembrava di essere i padroni del mondo.
Poi accompagnavamo la mietitrebbia fino alla strada comunale, seguendola con le nostre biciclette, e salutavamo il gigante stanchi e felici, dandogli l’arrivederci all’anno successivo.
Ripenso a tutto questo ogni volta che passo accanto ad un campo di grano, e so di essere stata fortunata, ad aver vissuto un’infanzia così.
Capita che per lavoro o per diletto, o magari per insonnia, mi trovi in giro per la città silenziosa ed ancora addormentata, quando in giro non c’è praticamente nessuno, tanto più se è domenica, e piove.
E invece a volte capita che anche a quell’ora qualcuno in giro ci sia, e passi per la mia stessa strada.
Un ragazzo, avrà avuto si e no 18 anni, jeans e giubbotto di pelle, con l’aria strafottente che hanno i ragazzi a quell’età quando si atteggiano a duri, che con uno spray bianco stava scrivendo qualcosa sul marciapiede davanti al mio portone.
Si è accorto della mia presenza quando ormai ero ad un passo da lui, ma ha capito subito che non avrei fiatato.
Sul marciapiede aveva scritto “Principessa, se solo tu mi aprissi il tuo cuore io ti darei il mondo”.
Non ho ancora capito chi sia la principessa – che evidentemente abita nel mio palazzo – destinataria di quella dichiarazione.
Ma una giornata comincia meglio vedendo gli occhi innamorati di un ragazzo dall’aria strafottente che si atteggia a duro e che, in ginocchio sul marciapiede, scrive una dichiarazione d’amore alla sua principessa.
C’era una volta un tizio, moderatore di un forum, e come quasi tutti i moderatori stava alquanto sulle sue (del tipo “non rompete le scatole tanto io ho diritto di veto”) con risposte anche un po’ stronze, lapidarie e a volte ciniche. Quasi sempre. Poi ogni tanto qualche intervento diverso, compresi alcuni esercizi in rima, che denotano una padronanza del linguaggio e una capacità di scrittura non comuni, almeno in un forum.
C’era una volta una tipa un po’ curiosa, che un bel giorno si diverte a digitare il nick del tizio sul magico Google: in mezzo ad interventi su forum vari (di cucina, di fotografia, ecc… ma di quante cose s’impiccia questo?) tutti più o meno dello stesso tono un po’ scostante già detto (ma sarà il forum che rende scostanti le persone?), la tipa s'imbatte sul blog del tizio di cui sopra.
“Sarà caso di omonimia” pensa la tipa, perché dal blog emerge una persona completamente diversa. Però c’è il link al sito del forum. “Quindi – pensa la tipa - non può essere che lui”. Ma ancora dubita, la tipa, e allora contatta in privaro il tizio, che conferma, sempre con il tono del cavolo.
La tipa – che ha la capa tosta – non si arrende, e in uno dei messaggi conclude “Sono contenta di aver incontrato uno come te, e se mi permetti ti mando un abbraccio”. Il tizio non si smentisce e risponde: “Abbraccio (di vipera) ricevuto”… sorvoliamo sulla storia della vipera che è lunga, ma è facile da immaginare.
Nella ricerca con Google la tipa becca anche una foto, piccola, neanche troppo nitida. La colpisce il sorriso, che non è proprio un sorriso, però è un viso aperto, accattivante, e s’intravede uno sguardo, come dire, profondo, quasi (!) dolce, insomma per niente l’aria che ti aspetteresti da uno come quello descritto sopra e che ti da’ della vipera.
Passa un po’ di tempo, il tizio e la tipa continuano ad incontrarsi ogni tanto sul forum, e a scambiarsi post e messaggi privati (tono del tizio sempre quello, del cavolo)
Poi il tizio ha bisogno di un consiglio professionale e contatta la tipa… s’incontrano. Ma la tipa è ancor più perplessa, perché di persona il tizio conferma l’impressione della fotografia, il che equivale a dire niente a che vedere con il tizio del forum. Non che questo non sia cosa rara, anzi, ma il contrasto è stridente. Peraltro la tipa definisce il tizio “quasi tenero”, e il tizio mette su una filippica sul “quasi” ma non dice nulla del “tenero”.
Passa qualche mese, il tizio e la tipa si sono rivisti due o tre volte, anche se solo per mangiare un panino insieme, in pausa pranzo; però continuano a chiacchierare fitto fitto tramite msn, ma anche lì, spessissimo, il tono del tizio è ancora quello, del cavolo, e la tipa non riesce proprio a farsene una ragione, e lo pungola, lo provoca, praticamente un martello pneumatico. Il tizio resiste, ma un martello pneumatico è pur sempre un martello pneumatico, e ogni tanto il tizio barcolla, perde per un attimo il controllo del tono (del cavolo) ma lo recupera subito appena la tipa tenta di affondare. Comunque si potrebbe dire che sono diventati (quasi?) amici, anche se la tipa continua a fare (e a farsi) domande.
C’era una volta un tizio, e c’era una volta una tipa, e un bel giorno, insieme alla fidanzata del tizio, decidono di andare a pranzo da un amico della tipa, che ha un locale carino e cucina divinamente: il tizio e la fidanzata del tizio stanno cercando un posto per il loro pranzo di nozze.
La tipa non conosce la fidanzata del tizio, anzi è anche un po’ preoccupata: il tizio in tutte le chiacchiere le ha parlato molto poco di lei, e nemmeno sa cosa lei (la fidanzata) sappia di lei (la tipa). Insomma un’incognita, che va aggiungersi all’incognita tizio.
Il tizio, la tipa, la fidanzata del tizio, tutti e tre a pranzo dall'amico della tipa.
La tipa osserva attentamente il tizio e la fidanzata del tizio, e osserva soprattutto lo sguardo che il tizio ha sulla sua donna.
E finalmente lei capisce, capisce che lui “fa” lo stronzo, ma non lo è, perché solo uno che fa lo stronzo, ma non lo è, può essere capace di uno sguardo così.
Per la cronaca: dopo questa folgorazione non è che il tipo faccia meno lo stronzo e la tipa faccia meno domande, ma… almeno qualcosa è più chiaro, e forse sono diventati un po' più amici (ma il tizio sicuramente non sarà d’accordo).
Ieri sera sono tornata a casa un po’ prima del solito, non era ancora buio, e l’aria era mossa da qualche refolo di vento, gli ultimi scampoli di ponentino che ancora riescono ad infilarsi tra i palazzoni della periferia rinfrescando le serate di Roma.
Avevo dimenticato la chiave della porta secondaria, quella che uso di solito per entrare in casa perché più vicina al garage. Ragion per cui ho attraversato il giardino per andare verso la scala che dà accesso alla porta principale, dalla quale non passo quasi mai.
E allora?
Allora cambiare strada qualche volta riserva gradite sorprese!
Insomma, attraversando il giardino dalla parte da cui passo raramente, ho scoperto che il gelsomino - che solo qualche settimana fa, dopo l'intensa grandinata che ha colpito Roma, sembrava piuttosto malconcio - invece si è ripreso, è cresciuto tantissimo, e soprattutto è fiorito.
Probabilmente passando di corsa non me ne sarei neanche accorta, se non fosse stato per l’intenso profumo che emanava, talmente intenso che anche il mio naso, perennemente chiuso dalla rinite cronica, ne è stato colpito.
Mi sono ovviamente fermata a rimiralo, quasi a respirare quel profumo che, guarda un po’, mi ha riportato indietro negli anni, a quando ero bambina e il giardino di casa mia era delimitato da una semplice rete, alta circa un metro e mezzo, sulla quale si arrampicavano rigogliose tantissime piante di gelsomino, e quando fiorivano il profumo era talmente intenso che dava quasi alla testa.
Le siepi di gelsomino erano anche ai bordi dei campi coltivati intorno alla casa, e fornivano un fresco riparo alle bottiglie d’acqua che i contadini si portavano dietro sui campi, e un profumato e ombroso ristoro nelle pause dal lavoro.
Anche noi, da ragazzini, dopo le corse a piedi ed in bicicletta per i campi, spesso andavamo a riposarci all’ombra delle siepi di gelsomino, che i vecchi contadini ci dicevano più sicure delle altre siepi perché i serpenti, e le vipere in particolare, se ne tengono lontane proprio a causa del profumo; non ho idea se sia vero, però, in effetti, vicino a quelle siepi di rettili non ne abbiamo mai visti… ma è anche vero che noi facevamo un tale chiasso che nessun rettile si sarebbe mai avvicinato!
Quando intorno a casa mia iniziarono a costruire i caseggiati che adesso la circondano, si rese necessario fare una recinzione più consistente, ragion per cui furono estirpate tutte le piante di gelsomino, alcune delle quali – pochissime – furono trapiantate in altri punti del giardino.
Il gelsomino è una pianta facilissima da coltivare, basta piantare in terra un ramoscello e l’anno dopo si è già moltiplicato, sembra quasi che cresca spontaneamente. E resiste anche al freddo: il gelo invernale, raramente, può uccidere i suoi rami, ma non riesce a danneggiare le radici, quindi in primavera spuntano nuovi rami e in pochi mesi la pianta è di nuovo fiorita e rigogliosa.
E' una pianta bella e profumata, ma anche forte e resistente, che riesce anche a sostenersi da sola, ma che se gli fornisci un appoggio si arrampica e cresce ancora più forte e rigogliosa, e in grado di sfidare le intemperie.
Proprio come vorrei essere io.... forte e resistente.
Probabilmente le piante di gelsomino che ora crescono nel mio giardino emanano ancora lo stesso intenso profumo di quelle di allora, ma a me, fino a ieri sera, non era ancora mai capitato di accorgermene, forse perché sono situate in punti del giardino dove passo più raramente, specie quando è il momento della fioritura. Oppure la particolare calura di quest’anno ha reso la fioritura più rigogliosa, o semplicemente la brezza di ieri sera girava in modo particolare e ha portato più lontano il profumo.
Fatto sta che quel profumo intenso e dolce, pur nella nostalgia della fanciullezza e nel rammarico di non riuscire a godere di più delle tiepide serate primaverili, mi ha regalato un po’ di serenità, che almeno per un attimo ha cancellato la stanchezza e la preoccupazione di una giornata intensa e difficile.
La mia casa, che una volta era un casale in mezzo alla campagna, è miracolosamente sopravvissuta all’assalto del cemento, ma ormai ne è circondata: soltanto un giardino fortunatamente molto ampio la separa da caseggiati di varia altezza, comunque brutti e piuttosto anonimi – anche se qualcuno tenta di ingraziosirli con piante e fiori che stentano ad attecchire sugli striminziti balconi e sulle minuscole aiuole nei cortili – e da strade che con difficoltà accolgono tutte le auto che vi sono parcheggiate.
Il piano stradale, e quello delle costruzioni vicine, è più basso di qualche metro rispetto al livello del giardino, dove sono piantati alti alberi che conferiscono all'insieme una sorta di slancio, quasi di maestà, per cui la casa, di soli due piani, vista dalla strada sembra un minuscolo castello posto in cima ad un minuscolo colle, dal quale sembra voler competere con le costruzioni vicine ben più alte, quasi imponendo loro la sua presenza.
Lungo due lati il giardino è separato dai viali di accesso del confinante condominio da un alto muro di contenimento in cemento armato, per cui il giardino stesso si trova di fatto all’altezza delle finestre del primo piano dei caseggiati vicini, e affacciandosi oltre il muro quel viale di accesso sembra il fossato che circondava i castelli medioevali.
C'è un angolo del giardino che è a ridosso di questo muro, nascosto dietro un’alta siepe di alloro: è un angolo un po’ trascurato, soprattutto perchè molto scosceso, quasi una piccola scarpata, di difficile accesso, su cui crescono rigogliosi degli oleandri, e da dove qualche giorno fa sono sbucati fuori i micini partoriti da una delle gatte che frequentano il mio giardino; ogni tanto ci diciamo, in famiglia, che bisognerebbe dare una sfoltita a quella mini-foresta, potando gli oleandri e creando dei vialetti e delle scalette per rendere accessibile anche quell’angolo, ma si sa, il tempo è sempre tiranno, si va sempre di corsa, e le cose sono facili a dirsi ma molto meno a farsi.
Sugli altri due lati, tra la recinzione e la strada, c’è un ampio spazio lasciato incolto da anni dai proprietari del terreno: è pieno di arbusti ed erbacce, lievemente digradante, e stante la vicinanza delle altre costruzioni e della strada, sembra un angolo selvaggio dimenticato.
Tempo fa questo spazio incolto è stato recintato e sul cancello è comparso un cartello che informa dell’imminente costruzione di un autolavaggio.
Ieri mattina, uscendo di casa, ho visto una ruspa che stava lavorando per rendere pianeggiante il terreno, contemporaneamente ripulendolo dalle erbacce e dagli arbusti.
Mi è venuto in mente che tra quelle erbacce e quegli arbusti sicuramente si nascondeva la tana di qualche animale selvatico, come le talpe o i ricci (o porcospini che dir si voglia) così comuni nella zona ai tempi della mia infanzia, che nelle notti d’estate ogni tanto ancora trovavo a spasso nel mio giardino.
E me ne sono dispiaciuta, pensando che il nuovo autolavaggio stava facendo fuori, insieme agli istrici e alle loro tane, anche un altro pezzetto della mia infanzia.
E invece stanotte, rientrando a casa quando ormai intorno era tutto buio e silenzioso, con i fari della mia auto ho illuminato un piccolo riccio che, provenendo dal terreno vicino, rapido ha attraversato il giardino, fino ad infilarsi sotto la siepe d’alloro, verso la scarpata degli oleandri.
Io non so se il piccolo riccio fosse effettivamente in fuga in seguito alla distruzione della sua tana, e se l’abbia spostata nella scarpata del mio giardino, ma mi piace pensare che sia così.
Mi piace pensare che il mio giardino possa essere il rifugio degli ultimi animali selvatici ancora sopravvissuti al cemento che ha invaso la zona…. e allora la scarpata non è più un problema: stamattina stessa ne abbiamo parlato in famiglia, e abbiamo deciso di lasciarla così, nascosta dalla siepe di alloro, un po’ selvaggia e inaccessibile, dove (forse) i ricci possono ancora trovare riparo.
Ieri sono capitata per caso in uno sperduto e microscopico paese arrampicato sugli Appennini.
Mentre camminavo in uno stretto vicolo immerso nel silenzio della domenica, davanti ad una finestra socchiusa le mie narici sono state colpite da un profumo che avevo quasi dimenticato, quello del sugo messo a bollire fin dal primo mattino.
Improvvisamente sono tornata indietro di tanti anni, alla mia infanzia, ai riti della domenica, tra i quali c’era appunto quello del sugo messo sul fornello la mattina presto, perché cuocesse lentamente per essere pronto, denso e saporito, per l’ora di pranzo.
Una fetta di pane con sopra un po’ di sugo, la domenica, era la nostra merenda di metà mattina, che nella bella stagione consumavamo seduti sui gradini davanti alla porta di casa.
E mi sono tornati in mente tanti altri sapori semplici di quei tempi (quando le merendine erano praticamente sconosciute a noi ragazzini cresciuti in campagna): il pane con l’olio di oliva oppure con il burro appena fatto, e sopra un po’ di sale oppure di zucchero, la cotognata, le pannocchie di mais arrostite, le patate cotte sotto la brace, i ritagli della sfoglia della pasta all’uovo, la pastella, le croste del parmigiano, le schiacciate di pasta di pane, messe a cuocere ed abbrustolire sul ripiano in ghisa della cucina economica.
Altro che McDonald’s!
Fino a quando è stato vivo mio nonno, tutte le feste comandate, Natale, Capodanno e Pasqua in primis, ma anche S. Giuseppe – che allora era festivo ed era l’onomastico di mio nonno (noi festeggiavamo più gli onomastici che i compleanni) – si trascorrevano a casa dei nonni, tutti insieme.
Cadevano tutte in inverno o in primavera, quindi non si poteva mangiare all'aperto, sotto il pergolato, come si faceva nella bella stagione, tutti i giorni. Allora si mangiava in cucina - se non altro perché la sala da pranzo era più piccola, e ci si mangiava solo quando c’erano ospiti di riguardo - dove c’era un tavolo enorme, di quelli con il piano in marmo, al quale per queste occasioni si aggiungevano due prolunghe di legno, talché ospitava comodamente gli adulti e i ragazzi più grandi, quattordici persone in tutto, più un tavolino per i quattro ragazzini più piccoli, in totale diciotto persone. Più tutto lo spazio intorno necessario per muoversi, cucinare, servire a tavola eccetera. E un camino dove si sarebbe potuto arrostire un maiale intero. Insomma uno st