Ci sono anime che vagano sul cratere della Città.
Sono angeli per chi li sa vedere.
Forse è solo il sogno di un poeta lontano
che azzera tempo e spazio col pensiero.
Forse è la poesia di un sogno vicino
che tempo e spazio ha già azzerato.
E il postino va ignaro
a recapitare lettere tra sogno e poesia.
(Enzo Sarrubbi)
Il mio cuore, dorme?
No. Il mio cuore non dorme.
È sveglio, sveglio.
Non dorme né sogna, guarda,
gli occhi chiari aperti,
segni lontani e ascolta
alla riva del grande silenzio.
(Antonio Machado)
Chiunque tu sia
fermati un attimo.
Ricordati che hai un’anima.
Chiudi gli occhi e vola.
Hai visto? Non è poi così difficile
trovare un momento di pausa
in un mondo di pazzia.
(Enzo Sarrubbi)
Ho titolato “Chiudi gli occhi e vola”, ma non è il titolo di questi versi, non se se nemmeno ce l’hanno, un titolo. Ma chiudere gli occhi e volare è possibile.
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sará troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Eugenio Montale, in Ossi di seppia)
L’aria di vetro… un senso di sospensione ed insieme di concretezza.
“Tutto è niente” è solo una metafora disperata.
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l'emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell'Egitto,
a imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.
E se la ritrovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.
(Costantinos Kavafis)
Ancora gli occhi vagano incerti, e le parole perse nei pochi ricordi. O almeno, con molti ricordi, ma solo di sogni. Millimetri fintamente taglienti.
Sul sedile accanto al mio l'oceano scorre nei titoli di coda della mia vita, in bilico su una rugginosa panchina bianca,
ad aspettare lei… coraggio ed incoscienza…
La crepa del cielo, col fiato in sosta tra gola e palato, mi crede folle nel parlare sostanzialmente di niente, una musica assordante da ricacciarci tutti i sentimenti nella cappa nera,
ad aspettare lei…
L’ho quasi dimenticata.
E le parole ora suonano vuote e indifferenti, echi detonati che portano il bicchiere alle mie labbra.
(Joshua Weinberg)
Sulla fettuccia azzurra dell'autostrada il rombo dei motori è come l'urlo d'un animale ferito a morte.
Oltre il guard-rail in fibrocemento, prati gonfi e arcuati si susseguono a perdita d'occhio, c'è il verde, il giallo, ancora verde, una luce di smeraldo che il biancore scheletrico della stecconata spezza e compone in geometriche triangolazioni.
Una nuvola pazza di combustibile bruciato contamina il sole e l'azzurro, si deposita avida di quiete ai margini delle corsie.
I primi quaranta chilometri sono una sfida. Non c'è limite di velocità, non c'è l'obbligo della guida automatica. C'è solo amore.
Chi vuole, può immettersi nella corsia di sicurezza, ma nessuno lo fa, corrono tutti come inseguiti da mille rimorsi, nessuno accetterebbe di passare per vile, l'occasione è buona per gareggiare e mettere a repentaglio la propria vita in un gioco dove conta soltanto l'audacia e il cinismo.
"Smettila"
No, io amo, e tu?
(Joshua Weinberg)
Le ombre incerte dell’alba ancora buia.
Le cento sfumature delle nuvole accarezzate dai raggi del sole all’aurora.
L’aria fredda sul viso appena emerso dalle coltri calde.
Il profumo della terra bagnata e il silenzio delle strade ancora vuote.
Il cielo azzurro disegnato da nuvole candide.
Il rumore del traffico fuori della finestra, ovattato sottofondo alla frenesia del lavoro.
Le cose da fare, tante, le preoccupazioni e gli affanni che opprimono il cuore.
Le pause troppo brevi per ristorare il corpo, indispensabili per la mente.
Il cielo incendiato dal tramonto.
La stanchezza opprimente sul corpo e sull’anima.
La voglia di tornare a casa, quasi a cercare un rifugio sicuro.
Il calore rassicurante delle stanze note millimetro per millimetro.
Il buio silenzioso che avvolge pian piano tutte le cose.
Le ultime ombre misteriose disegnate dalla luna.
Il riposo degli uomini vegliato dalle stelle.
Il silenzio, promessa di pace del cuore e ristoro del corpo.
Dall’alba al tramonto, e poi la notte.
Tu, che ancora una volta ci sei. E mi abbracci.
Le sirene cantano, strade, uomini, ci si ritrova a riflettere, riflessi nella propria immagine sporcata dal vetro d'un metrò. Mp3. Silenzio. O quasi.
Un tappeto d'attimi. Non sentirsi adulti. Ancora come quando facevi il liceo e tradivi la vita.
"E poi, non baciarmi", ah, benissimo, con quei capelli e quel corpo ne avrai viste delle belle. Una cosa strana. Stamattina. Addosso forse venti, o dieci. Anni luce.
Così ora, tra quelle strade, cammini in un mucchio di bambini. Non rifletti più. Respiri. "E poi?"
E' mattina. E' tutto a posto... senza sapere esattamente il perchè.
(Joshua Weinberg)
Il vento gelido allontana le nubi,
argenteo appare, d'incanto, uno spicchio di luna
perso nel cielo scuro ricamato di stelle.
E il pensiero corre lontano
mentre il cuore, poco a poco, si riscalda.
E cerca. Forse invano.
Chi l'udì prima piangere? Fu l'alba
Egli piangeva; e, per udirlo, ascese
qualche ramarro per una vitalba.
E stettero, per breve ora, sospese
su quel capo due grandi aquile fosche.
Presso era un cane, con le zampe tese
all'aria, morto: tra un ronzìo di mosche.
«Donde venni non so; né dove io vada
saper m'è dato. Il filo del pensiero
che mi reggeva, per la cieca strada,
da voci a voci, dal dì nero al nero
tacer notturno (m'addormii; sognai:
vedevo in sogno che vedevo il vero:
desto, più non lo so, né saprò mai...);
nel chiaro sonno, in mezzo a un rombo d'api,
si ruppe il tenue filo. E poi che gli occhi
apersi, cerco i due penduli capi
in vano. Mi levai sopra i ginocchi,
mi levai su' due piedi. E l'aria in vano
nera palpo, e la terra anche, s'io tocchi
pure il guinzaglio, cui lasciò la mano
addormentata. Oh! non credo io che dorma
la mia guida, e con lieve squittir segua
nel chiaro sonno il lieve odor d'un'orma!
Egli è fuggito; è vano che l'insegua
per l'ombra il suono delle mie parole!
Oh! la lunga ombra che non mai dilegua
per la sempre aspettata alba d'un sole,
che di là brilla! Vano il grido, vano
il pianto. Io sono il solo dei viventi,
lontano a tutti ed anche a me lontano.
Io so che in alto scivolano i venti,
e vanno e vanno senza trovar l'eco,
a cui frangere alfine i miei lamenti;
a cui portare il murmure del cieco...
Ma forse uno m'ascolta; uno mi vede,
invisibile. Sé dentro sé cela.
Sogghigni? piangi? m'ami? odii? Siede
in faccia a me. Chi che tu sia, rivela
chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace
o si compiange della mia querela!
Egli mi guarda immobilmente, e tace.
O forse una mi vede, una m'ascolta,
invisibile. È grande, orrida: il vento
le va fremendo tra la chioma folta.
Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento,
dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!
dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento
sopra la palma, che mi guarda, e tace.
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi
me, parla dunque: dove sono? Io voglio
cansar l'abisso che mi sento ai piedi...
di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio
n'odo incessante; e d'ogni intorno pare
che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,
tra un nero immenso fluttuar di mare».
Così piangeva: e l'aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sopra il suo capo piovvero le stelle.
Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, pieni
d'oblìo, volgeva; fin ch' - io so la strada –
una, la Morte, gli sussurrò - vieni! -
(Giovanni Pascoli)
Cos’è la dolcezza?
E’ il tuo abbraccio forte e tenero insieme.
E’ il tuo sguardo, profondo ed attento.
E’ la tua voce calda ed avvolgente.
Sei tu, quando mi abbracci, mi guardi e mi parli.
E sei sempre tu, anche quando sei lontano:
non puoi abbracciarmi, né guardarmi, né parlarmi, ma sei.
Se ho un’anima, è questa: una festa
di celesti e verdi su qualcosa
della mia infanzia, che non ricordo più.
C’è in essi l’attesa delle cose
che ancora mi ostino a raggiungere:
l’averle avute prima di conoscere
cos’è il cercare una cosa sulla terra.
(Albero Bevilacqua, in Le Poesie)
Uno sconosciuto è il mio amico,
uno che io non conosco.
Uno sconosciuto lontano, lontano.
Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia.
Perché egli non è presso di me.
Perché egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore
della tua assenza?
Che colmi la terra della tua assenza?
(Par Lagerkvist, in Poesie)
Dedicato a Claudio (che non conosco) e a Marco (che ormai conosco abbastanza bene ma che continua a stupirmi), con lo stesso affetto e con la stessa speranza.
Di che questa penuria?
di che manca
il cuore
che quasi non respira?
d’aria
e luce?
di canto?
Chiuso sotto la mole
non sa se della storia
umana o di che altro evo,
brucia, consuma
solo un poco
il tempo
della sua
interminabile contumacia.
Oh poco. Troppo poco – pensa.
(Mario Luzi da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)
Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s'inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare l'avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s'alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
(Mario Luzi)
La morte non è niente, io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non usate mai un tono diverso.
Non abbiate un'aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre. Il filo non è spezzato.
Perchè dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perchè sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano, sono solo dall'altro lato del cammino.
(Charles Peguy)
Me l’ha data Francesca, una delle figlie di Paola, oggi, al funerale di sua madre.
Domani, forse, sarà un nuovo giorno.
Domani, forse, sarà un’altra vita.
Ma è oggi, che occorre vivere,
tenendo gli occhi spalancati sul mondo,
sulla vita, sul presente.
Anche se il dolore attanaglia il cuore,
e la paura trafigge l’anima
mentre con passo incerto precorro
quella dura strada, che è adesso la mia vita.
Erano la tua voce e il tuo respiro
che mi davano quella forza
che da sola non avrei avuto.
Erano il tuo volto ed il tuo sguardo
che mi davano quella certezza
che dentro di me non riuscivo a trovare.
Era il tuo abbraccio, che cingeva le mie spalle
e leniva il cuore
e confortava l’anima.
Era la tua mano, che stringeva la mia
e rendeva più lieve la fatica
e più sicuro il mio andare.
Era la tua presenza, erano le tue parole,
era la tua dolcezza, era la tua allegria,
eri tu, che più non sei.
Tu, che lascerai un vuoto,
ma non disperazione,
perché ancora riscalderai il cuore,
ancora conforterai l’anima
e dolce il tuo ricordo
sosterrà il pur duro cammino.
Addio, amico mio,
anzi no, ciao,
a rivederci.
Roma, 29 giugno 1997
Poiché ero due prima d’esser uno:
essere uno significa soffrirne.
Poiché ero tre prima d’esser uno:
essere uno significa morirne.
Poiché ero mille prima d’esser uno:
essere uno, dopo morto, vuole
dire essere Dio.
Poiché – dimenticavo – io ero zero,
felice e libero prima d’esser uno.
Poiché – dimenticavo – prima d’essere
uno, ero avena, fiume,
diviso, molto multiplo,
uccello, nube:
essere uno vuol dire sentirsi
insopportabilmente responsabile.
(Alain Bosquet)
Un timido sguardo, una lieve carezza,
un tenero bacio che sfiora le labbra.
E un grande dolce sorriso che illumina il volto
e scaccia ogni incertezza dal cuore.
Un caldo abbraccio sostiene il passo
che finalmente diventa sicuro,
la strada ormai è tracciata,
ora non resta che andare.
Mi piacerebbe riportare qui una bellissima poesia che ovviamente non ho scritto io, ma non so se posso, non tanto per questioni tipo diritti d'autore, ma perchè non so quale possa essere la reazione dell'autore, appunto.
Ci penso un attimo, magari nel frattempo si fa vivo e mi toglie il dubbio.... e se non si fa vivo, procedo!