Stava male, quell’insofferenza, quel male dentro sbrigativamente liquidato come “Un po’ di depressione”, di cui nessuno si era accorto, anche perché era bravissima a mostrare a tutti il volto sereno e sorridente di sempre.
Ma era cambiata, e anche parecchio, soprattutto aveva cambiato la sua vita: lavoro, solo lavoro, non aveva voglia di vedere più neanche gli amici, voleva stare per conto suo.
Spesso il sabato o la domenica usciva in macchina, da sola, senza meta. Guidava per ore in città, oppure fuori, sul GRA (una volta ne fece il giro completo due volte di seguito, quasi 140 km) o sulle consolari, senza andare mai da nessuna parte, senza fermarsi, a vuoto: non voleva stare a casa ma neanche voleva andare da qualche parte in particolare.
A volte, specialmente d'inverno, andava al mare, alla spiaggia libera, che d'inverno è deserta (e anche un tantinello pericolosa): ore e ore a fissare l'orizzonte, senza neanche accorgersi che faceva buio, e rimanere lì al buio era sconsigliabile.
Di questi giri a vuoto per fortuna ora lei ricorda poco, anche se non dimentica l'angoscia che la prendeva e che la spingeva a guidare per ore. Però ricorda benissimo l'ultima volta che l'ha fatto. Era il pomeriggio di una domenica di gennaio, girando a vuoto era finita sotto casa di una coppia di amici, che conosceva fin dai tempi di scuola, ma che non vedeva se non di sfuggita da quasi 2 anni.
Tuttora lei non sa dire il perché quel giorno, in quella strada, abbia deciso di fermarsi, parcheggiare e suonare al loro citofono. Era quasi l'ora di cena, un'ora poco civile per presentarsi senza preavviso a casa di qualcuno, e infatti quando il marito ha risposto al citofono è rimasto per un attimo titubante, stupito, forse per l'ora o forse per il fatto che era un pezzo che lei era sparita. Ma è stato solo un secondo, ha aperto subito e le è andato incontro sulle scale, salutandola con un abbraccio. E un attimo dopo anche la moglie, che stava allattando la terza figlia nata da qualche settimana, l’ha salutata con un abbraccio. Non le hanno chiesto nulla, nemmeno "come mai qui?". Niente di niente.
Lei si sorprende a sorridere, guardando i suoi amici e la loro piccola, come se entrare in quella casa l’avesse finalmente liberata dall’angoscia, come se incrociare il loro sguardo sereno l’avesse finalmente confortata, rinfrancata, il tutto nel giro di una manciata di minuti. E parlando di banalità tipo il tempo aiuta a cambiare la piccola Claudia e a preparare la cena per gli altri due figli che arrivano da lì a poco, dopo aver trascorso il pomeriggio con i nonni. Paolo, di 3 anni, entrando in casa non sembra affatto turbato dalla sconosciuta e le fa "Ciao, io sono Paolo, e tu chi sei?"; invece Francesca, 5 anni, la guarda con sospetto per un bel po', prima di farsi scappare un sorrisetto. E' come uno schiaffo in piena faccia: li ha praticamente visti nascere tutti e due, anzi Francesca le ha fatto passare notti insonni quando andavano in vacanza insieme e la mamma aspettava il secondo figlio, ma ora per loro è un’estranea, e d’altra parte sono passati 2 anni dall'ultima volta che li ha visti.
Due anni… eppure in quella casa è stata accolta con un abbraccio, di quelli che implicano accoglienza, dedizione e difesa, direbbe un suo amico, di quelli come un punto esclamativo, dice lei. Il sorriso disarmante dei figli le fa riconoscere come dono quell'abbraccio dei suoi amici, un abbraccio muto, che non chiede quelle spiegazioni che lei non vuol dare, un dono che la commuove fino a farle spuntare le lacrime, che nasconde chiudendosi in bagno.
Poco dopo saluta e va via, anche se i suoi amici insistono perché si fermi a cena. Tornando a casa, in macchina, piange per tutto il tragitto. Di quella sera non ha più parlato con i suoi amici, solo parecchi anni dopo, parlando di altro insieme ad altre persone, lei ha accennato a quella sera come l'inizio della rinascita, quando nel tunnel cominci ad intravedere, seppure lontanissima, la luce dell'uscita.
Inutile dire che quei due sono tra le persone a lei più care, la gratuità di quell'abbraccio le torna in mente tutte le volte che va a casa loro.
Altro che Prozac: amici, anzi Amici così sono il vero antidepressivo. Un'amicizia vera e per sempre.
La vita è solo la realizzazione del sogno della giovinezza.
(Giovanni Paolo II)
Nel tempo dell’infanzia e della giovinezza c’è già tutto l’evolversi della vita di un uomo? Io credo di si, anzi ne sono certa.
Ho sentito poco fa per telefono una cara amica, che vive lontano.
Sono anni ormai che non ci vediamo, e anche se le mail hanno accorciato i tempi dei nostri contatti, e i costi telefonici più accessibili hanno reso più frequenti e meno affannate le rare telefonate (che peraltro, per anni, hanno dovuto anche fare i conti con i fusi orari) la mancanza di un contatto diretto, fisico si sente.
In questi anni le nostre vite sono scorse parallelamente, in ambienti diversi, con amici diversi, in situazioni diverse. Eppure mi sento di dire che la nostra è un’amicizia di quelle vere, che tra alti e bassi ha attraversato gli anni, i lustri, ormai i decenni.
E’ una storia viva, dove l’abbraccio è totale, ma nonostante ciò la lontananza è un distacco che fa male.
Te la risparmieresti volentieri, ma devi andare ad una cena, non proprio di lavoro, ma neanche di diletto. Insomma una di quelle cose né piacevoli né utili a qualcosa, ma che non puoi evitare, un po’ come i matrimoni dei parenti.
E mentre esci dalla doccia il primo pensiero va all’ultima cosa che indosserai prima di uscire: le scarpe! Hai passato una giornata seduta con le gambe intrecciate sotto la sedia, hai i piedi gonfi per il caldo (i piedi si gonfiano pure a star sempre seduti), per quale cavolo di motivo ti devi mettere la scarpetta carina, magari anche con un po' di tacco? Perché con un tailleur vagamente elegante ci vuole la scarpetta carina. E allora non ti mettere il tailleur, mettiti un paio di jeans o simili, e scarpa bassa e comoda. Non si può: hai un ruolo, ed anche una certa età, non puoi conciarti come una ventenne. Tra l'altro saresti ridicola.
OK, vada per la scarpetta carina, in linea con l'abbigliamento consono al ruolo e all'età, ma scomoda; se potessero, i piedi voterebbero contro, ma non si vota, quindi si limitano a mugugnare, ma lì, giù in basso, non se li fila nessuno, almeno fino a quando non inizieranno a protestare sul serio, dolorosamente sul serio.
Passiamo oltre, tanto le scarpe le infili un attimo prima di uscire. L'abbigliamento consono, appunto. Consono è sinonimo di scomodo, non solo per la faccenda delle scarpe. Tanto per dirne una: mai notato che indossando il così detto abbigliamento consono, d'inverno muori di freddo, e d'estate ti schianti di caldo? E ci sarebbe ben altro da dire, al riguardo. Ma tant'è, vada anche per l'abbigliamento consono.
Con l’abbigliamento consono ci vuole la borsa consona, che è sempre troppo piccola per tutto quello che di norma le donne si portano dietro: fai mente locale, perché sai che sicuramente dimenticherai qualcosa, e quindi ci infili subito il telefonino, le sigarette, le chiavi di casa… il portafoglio no, non c’entra, e allora sfili qualche banconota e la infili nella microscopica tasca interna della borsa. Beh, tanto c’è ancora tempo prima di uscire, se stai dimenticando qualcosa ti verrà in mente. Almeno così speri.
E andiamo con i capelli: fa un caldo che levati, c'è un'umidità pazzesca, praticamente impossibile cercare di dargli una forma o tenerli a bada. Hai tentato anche la via del parrucchiere: mera illusione, non se ne viene a capo, sia se hai i capelli ricci sia se sono lisci; hai passato due ore dal parrucchiere e dopo 10 minuti che ne sei uscita, alleggerita anche di un bel po' di euro, ti sei accorta che ne potevi fare tranquillamente a meno, risparmiando tempo e denaro, e soprattutto evitando la sauna sotto il phon. Ma ormai è andata, tenti di salvare il salvabile (ben poco) della messa in piega, e passi al trucco.
Ma perché co 'sto caldo ti devi pure truccare? Perché altrimenti sembri un cadavere. E poi con l'abbigliamento così detto consono, la scarpetta carina, il capello parrucchierato, mica puoi andare con la faccia lavata. E poi, diciamocelo, il trucco aiuta, e l'età lo richiede.
E mentre ti metti sulla faccia una poltiglia che assomiglia tanto allo stucco, tappando i pori del viso (e il sudore si vendica, uscendo copioso dai pori limitrofi rimasti aperti, tipo la nuca) guardandoti allo specchio il dubbio radicale ti coglie, e non puoi non porti la fatidica domanda: ma chi me lo fa fare?
Non c’è risposta, e allora infili le scarpe, raccatti la borsa, e con il passo di chi va al patibolo, esci, cominciando a contare mentalmente i minuti che mancano a quando potrai finalmente ributtarti sotto la doccia e poi a letto.
E quando sei già in macchina e pure in ritardo, ti accorgi che la patente è rimasta nel portafoglio, a casa.
Una volta non esistevano quelle pompe d'irrigazione potentissime che ora permettono d’irrigare con facilità grandi superfici coltivate. Una volta per le colture estensive si contava sulla pioggia, e per le colture da orto si utilizzava la c.d. irrigazione a scorrimento, o a zappa: una rete di piccoli canali d’irrigazione larghi tra i 15 e 30 cm e profondi al massimo un palmo o due, alimentati dai canali più grandi che scorrono ai bordi dei campi. Tanti piccoli canali (praticamente dei solchi) che seguono l’andamento del terreno per sfruttare al meglio le piccole pendenze: in questo modo l’acqua viene portata direttamente alla base delle piante, sulle radici e non sul fusto e sui frutti (che potrebbero essere rovinati dall’acqua), peraltro riducendo di molto la crescita delle erbe infestanti.
Questi piccoli canali vanno nella stessa direzione seguendo, cercando le pendenze del terreno, quindi non sono mai paralleli: ogni tanto s'incontrano, hanno punti di contatto, di scambio. E i punti di contatto servono anche per arricchire, per scambiare reciprocamente l'acqua che scorre nei solchi: infatti la portata di questi canali cambia in continuazione, perché a monte sono alimentati da fonti diverse - per esempio pozzi artesiani o sorgenti - situate in punti diversi del territorio, e la quantità d’acqua che viene immessa in un canale o in un altro varia a seconda delle necessità.
Però è un sistema molto faticoso da mantenere, perché i canali e i solchi vanno tenuti puliti dalle erbacce, vanno continuamente appianati i piccoli ostacoli che si formano, per fare in modo che l’acqua scorra il più facilmente possibile e non si disperda. Insomma ci vuole un gran lavoro di zappa.
Noi ragazzini di campagna capaci di inventarci i giochi con poco, eravamo affascinati da questi canali: ci mettevamo dentro dei tappi di sughero sormontati da una piccola bandierina sorretta da uno stecchino, e poi scommettevamo su dove il tappo andava a finire, e i punti di arrivo erano sempre diversi, perché le micro-correnti che si creavano nei solchi cambiavano in continuazione al variare dell’apporto iniziale, alla fonte.
Mi sono tornati in mente, questi canali, pochi giorni fa scrivendo ad un amico. Ho paragonato i punti di contatto, di scambio che notavo nelle nostre chiacchierate a quei piccoli canali, che appunto scorrono, si intersecano e si scambiano in un arricchimento continuo.
Eccessivo dire che l’amicizia funziona come l’irrigazione a scorrimento? Probabile. Però, forse anche per l’amicizia occorre lavorare di zappa.
Nello scrivere, nel ricordare, si può provare emozione, ma anche dolore.
Il post di ieri viene da lontano. Era settimane, anzi mesi che era li, poco più di un’idea, un insieme di frasi lasciate a metà, ma non riuscivo a concludere: come se i fatti e le parole mi dessero un senso di disagio, di dolore, e di insoddisfazione. Ed infatti quando l’ho terminato non ne ero soddisfatta, non mi piaceva.
Però alla fine l’ho tirato fuori, l’ho messo qui ed è stata una sorta di liberazione: finalmente un distacco da quei fatti, che pure rimangono impressi nella carne come piaghe.
Ecco, scrivere e ricordare è anche questo: riuscire a distaccarsi, a guardare da fuori un qualcosa che comunque, è dentro di me.
Anno terribilis… ma non mi riferisco al solito “sessantotto” che peraltro, secondo me non è da definire terribile, anzi.
E’ l’anno in cui, nel giro di neanche 5 mesi, nella nostra "isola felice", sono morte quattro persone, e noi che allora eravamo bambini di 8-10 anni, cresciuti sereni e spensierati, quasi illusi che il massimo del dramma fosse un pallone che si bucava, abbiamo fatto l’esperienza della morte.
Non che non ci fossero state altre morti, prima, ma eravamo troppo piccoli per rendercene conto. E poi fu una tragica sequenza, le prime due morti a distanza di 10 giorni, e le altre due nei mesi subito successivi, abbracciando tutto l'arco dell'estate.
La prima della serie fu un vero shock: mio zio, un ragazzo di neanche 20 anni che si andò a schiantare con la moto a poche centinaia di metri da dove vivevamo tutti. E anche l’ultima – per me ancora più drammatica, perché per quanto da lontano io vidi l’incidente e fui io a dare l’allarme – non fu da meno: un uomo di neanche 30 anni, padre di due figli piccolissimi (2 anni il primo e pochi mesi la seconda), morto schiacciato per il ribaltamento del trattore che guidava. E di mezzo tra i due, mio nonno (il “patriarca”) e uno degli operai più anziani dell’azienda agricola dove sono cresciuta, uno che prima di me aveva visto nascere anche mio padre.
Gli adulti tendono sempre a proteggere i bambini, cercano di fare in modo che il dolore per la morte di persone care non lasci segni indelebili. Ma sulla nostra isola felice era calato un silenzio strano, che noi percepivamo chiaramente, nonostante la naturale spensieratezza dei bambini e gli sforzi degli adulti a che tutto sembrasse "normale".
E non solo perchè allora, in campagna, il lutto ed il dolore venivano quasi esibiti ("portare il lutto" era un obbligo) e non potevi far finta di non vederli. Per esempio le donne, vestite di nero: d'estate, specialmente in campagna, nessuno si vestiva di nero, perchè il nero attira il caldo e poi la polvere che in campagna regna sovrana sullo scuro si vede subito. Ma anche gli uomini, che portavano un bottone nero sul bavero anche quando andavano a lavorare.
Noi, il dolore e il lutto lo leggevamo negli occhi e nei volti di chi ci stava intorno, ma lo percepivamo soprattutto nello strano silenzio che regnava tra le case e nei campi: si era in lutto, nei campi non si sentivano più i canti che aiutavano ad alleviare la fatica, e sul piazzale, la sera, si continuava a stare seduti fuori la porta di casa, ma non si rideva, non si giocava a carte, non si beveva un bicchiere di vino insieme. Anche le voci erano scese di tono, trasformandosi in bisbigli, quasi a non voler disturbare il dolore di chi era stato più colpito dal lutto. E se gli adulti non cantavano, non ridevano fragorosamente nei momenti di riposo, se addirittura parlavano sottovoce, noi ci adeguavamo: nessuno ce lo aveva vietato, eppure anche noi evitavamo di gridare, le corse e i nostri giochi erano improvvisamente diventati silenziosi, come se ci rendessimo conto che il nostro chiasso da bambini sarebbe stato fuori luogo in quel silenzio irreale.
Quel silenzio non imposto, ma condiviso, tolse qualcosa alla nostra infanzia: quella tragica estate del 1968 ci costrinse a renderci conto che, ad un certo punto, e non necessariamente da vecchi, si muore. Ci costrinse a diventare grandi. E quando si diventa grandi, molte cose cambiano.
Ieri ho ricevuto un regalo. Gradito, ma soprattutto inaspettato, perché non c’era alcun motivo per quel regalo.
Ma la cosa che più mi ha commosso è stato il messaggio che lo accompagnava.
E' il messaggio – diretto, esclusivo, pensato per il destinatario del dono – che può dire l'affetto di chi dona, ed è personale come raramente un dono riesce ad essere.
Ecco, il vero regalo sono state le parole che hanno accompagnato il dono, parole che considero un'attestazione di stima e d'affetto senza pari, ed è per questo che le conserverò gelosamente, e non in un cassetto (dove le cose prima o poi si dimenticano).
“Un regalo è un regalo e prescinde da tutto” diceva tra l’altro il messaggio. Ecco, il pensiero affettivo di chi ha scritto le parole che accompagnavano il dono prescinde anche dal dono stesso. Ed è questo che mi ha commosso, ancor di più del regalo.
PS: Ovviamente anche il regalo era molto speciale. Anzi, a pensarci bene, il pensiero affettivo prescinde dal dono, ma se non ci fosse stato quel dono speciale non ci sarebbe stato neanche il messaggio speciale.
A volte capita uno si sforzi tanto per trovare le parole, per dire, raccontare. Anche con un po’ di presunzione, sentendosi un po’ Leopardi e un po’ Manzoni. Ma non tutti hanno gli stessi doni: c’è chi sa dipingere con il pennello, e chi con le parole, e chi non sa dipingere affatto, ma sa fare altre cose.
A volte capita che le parole di un altro te le senti addosso come se le avessi scritte tu. Storie diverse, nomi e luoghi diversi, eppure quelle parole che non ti appartengono ti si stampano sulla pelle come un tatuaggio.
Mi è capitato leggendo lo scritto di un amico: un piccolo racconto, commovente, affettuoso, quasi un ricordo tenero ma non triste di suo padre, morto quando lui era un ragazzo.
In quelle righe ho letto il nome di mio padre, ho visto la sua faccia il suo sguardo, ho sentito le sue parole. Stupita, perché era tutta un’altra storia, una situazione diversa, in comune c’era solo una parola, mai scritta in quelle righe eppure ripetuta in ogni frase: padre.
Quello scritto l’ho fatto mio: era un regalo, e insieme un abbraccio, ed è finito nel famoso quadernino (e non qui) perché lo considero un dono personale, intimo e segreto.
10 aprile: oggi questo blog compie un anno. Poco meno di 350 post e di 600 commenti: chi l’avrebbe mai detto? Soprattutto per i commenti: tolti quelli miei di risposta, ne restano circa 450.
Eppure è una cosa nata come un gioco – come ho spiegato in un paio di post giusto un anno fa – dalla provocazione di un amico (ora carissimo, un anno fa lo conoscevo appena), che è peraltro molto presente in queste pagine: suoi sono molti dei commenti anonimi, altri sono firmati con pseudonimi, ho parlato di lui e ho citato lui e il suo blog in varie occasioni. A ben vedere, in qualche modo questo blog è letteralmente impastato di questa amicizia.
Dentro questo blog è finito di tutto: citazioni, riflessioni, racconti, poesie, scherzi, scritti seri e cretinate, tutte cose appuntate nell'arco di decenni nei famosi quadernini, a volte rivisate, molto più spesso riportate volutamente senza data, perché con il passare del tempo il motivo per cui sono state scritte non c'è più, e quindi il valore dello scritto è intrinseco, ormai sganciato dal fatto che l’ha provocato.
Perché questo blog? A distanza di un anno la risposta è la stessa eppure è diversa. Perché una cosa nata per gioco e senza alcuna pretesa, dopo 12 mesi è sì ancora un gioco e continua a non aver pretese, ma è diventato anche uno sfogo ed un rifugio: un appuntamento quasi quotidiano, che da una parte mi provoca e dall’altra mi rilassa, ma di cui sento il bisogno. Anche se – per dirla tutta – m'imbarazza un po’ sapere che c’è qualcuno che legge quel che scrivo. E magari apprezza anche qualcosa di ciò che scrivo. Un pizzico di vanità? Certamente, ma non avendo intenzione di cambiare mestiere, con questo blog continuo solo a giocare.
Con l’occasione anche due parole sull’avatar, ossia sull’immagine che compare nel profilo. La foto è minuscola, quindi forse non si capisce. E’ pane, sono dei piccoli panini, in fila, come perle. Perché il pane è più prezioso delle perle? Assolutamente. Ma non solo. Sarebbe lungo da spiegare. Mettiamola così: forse non tutti sanno il significato originale della parola avatar, ma in buona sostanza è la rappresentazione con cui s’intende mostrarsi agli altri. Ecco, il blog si chiama “Perle” per caso, il nome non voleva assolutamente richiamare nulla di prezioso, ma tanto per esser chiari con l’immagine del pane volevo riportare il tutto alla giusta dimensione: cosa c’è di più semplice, più umile e al limite di più prezioso del pane? E poi è il pane, che si divide: compagno, da "cum panis", colui con cui si divide il pane.
Una delle cose che ho imparato da mio padre è la modalità di approccio alle cose e soprattutto alle persone, modalità che passa sostanzialmente attraverso la curiosità e (almeno tendenzialmente) l’assenza di pre-giudizi.
Curiosità è avere gli occhi aperti, spalancati sulla realtà, senza censurare nulla, volendo solo conoscere tutto quello che la vita in un modo o nell’altro ti pone davanti. Curiosità è, quindi, essenzialmente apertura. Ma l’apertura può definirsi tale solo se l’approccio avviene senza pre-giudizi.
Per esempio sulle persone: incontri uno che sai perfettamente che non la pensa come te. La posizione più facile è certamente quella di evitarlo, nel senso di evitare discussioni talché tu rimani della tua idea, lui della sua, tanto non ci si incontrerà più. La posizione più difficile è quella di partire all’attacco mirando alla “conversione” dell’altro, il più delle volte in maniera quasi violenta, cercando di imporre la tua opinione senza ascoltare quella dell’altro. Ma l'esito non è scontato: non è detto che vinca chi è nel giusto. Nell’uno e nell’altro caso si dà per scontato che una posizione è giusta (e quindi l’altra è sbagliata), e spesso non si fa neanche la fatica di domandarsi, per esempio, come l’altro abbia maturato una posizione diversa.
La posizione curiosa e senza pre-giudizi invece è l'esatto contrario: l’apertura, e l’ascolto dell’altro, senza giudicarlo prima. Ed insegnarmi questo ritengo che sia stato, appunto, uno dei regali più grandi che mio padre mi poteva fare.
Quando mi capita di incontrare persone che funzionano così (che non sono molte), in me scatta una sorta di molla (la curiosità, appunto): letteralmente le punto, le tengo d’occhio, mi piacerebbe anche andarle a cercare, per un confronto diretto, ma di mezzo spesso c’è la mia tendenziale timidezza.
Mi è capitato con alcune persone, e mi capitato così anche con Fabio Cavallari: sono anni che “lo tengo d’occhio”, leggo i suoi scritti, ho citato qui un piccolo brano del suo ultimo libro, Volti e stupore, lui se n’è accorto, e in un commento mi ha ringraziato. Il poveretto non sapeva cosa l’aspettava: il suo commento mi ha dato il coraggio di fare quello che da tanto tempo desideravo fare, cioè contattarlo.
Tralascio i particolari che non interessano, fatto sta che ieri Fabio è venuto a Roma per presentare il suo libro, e con l’occasione ci siamo incontrati: come capita spesso io mi difendo dalla mia timidezza parlando a raffica (tecnica sperimentata: se non stai un attimo zitta e parli di tutt’altro, eviti domande imbarazzanti). In altre parole l’ho seppellito di chiacchiere, il poveretto.
Ma poi è capitata una cosa buffa: ieri sera, durante la presentazione del libro, Fabio ha raccontato del suo incontro con sr. Gloria Riva, coautrice del libro suddetto, ed ha accennato all’approccio curioso e senza pre-giudizi, cioè esattamente a quello che io ieri appuntavo sull'ormai famoso quadernino, appunti che poi sono diventati la prima parte di questo scritto.
Da qui due considerazioni, che mentre ero in sala ascoltando Fabio e sr. Gloria mi hanno fatto ridacchiare: la prima è che stavolta, caro Fabio, seppur involontariamente e senza saperlo, sei tu che hai citato me; la seconda discende in qualche modo dalla prima: su di te, Fabio, ci avevo visto giusto.
La conseguenza di una posizione così (curiosa e senza pre-giudizi) l'ha detta sr. Gloria sempre ieri sera: nella diversità di vedute è possibile uno sguardo unico.
PS: nel dire che Fabio ha citato me accampo indebiti diritti, perché so bene che non è così: però l’aver usato – guarda caso – le stesse due parole, mi conferma che era doveroso andarlo a cercare. Stessa cosa sarebbe da dire di sr. Gloria, salvo il fatto che andare a pescare lei è un tantinello più complicato.
Contraccolpo… è una parola che ultimamente mi rimbomba in testa, come una cosa che intuisco sia importante, concreta, sentita sulla pelle, ma che non riesco esattamente a definire.
L’etimologia un po’ aiuta: contraccolpo è un colpo che avviene di contro ad un altro, oppure urto prodotto in un punto per effetto di un urto dato in altro luogo.
Ecco, si potrebbe dire che ci sono fatti della vita, molti dei quali apparentemente poco rilevanti, che pure provocano un contraccolpo, uno schiaffo, un urto, che percepisci tanto più forte quanto più è apparentemente irrilevante il fatto che lo ha generato.
Gioca quindi un ruolo importante l’effetto “sorpresa”: davanti ad un “fatto” giudicato come potenzialmente pericoloso si sta guardinghi, come se ci si aspettasse l’urto, e in qualche modo si cerca di controllare il conseguente contraccolpo, che quindi, probabilmente avrà effetti meno devastanti. Ma se il “fatto” appare come poco rilevante, quindi probabilmente non pericoloso, non si sta guardinghi, non ci si aspetta l’urto, e se l’urto invece arriva, il contraccolpo ha effetti devastanti.
Bene, ma in concreto? In concreto ci sono due cose.
La prima è che la mia vita ultimamente è piena di contraccolpi, e questo di per sé non sarebbe un problema, tutt’altro: se si reagisce significa che si è vivi. Ma il fatto è che molti di questi contraccolpi sono talmente forti (e inaspettati) che sconquassano la vita: a volte indefiniti (accuso il colpo, ma non riesco a capirne il perché) ma così violenti che non posso restare indifferente.
La seconda è che ho detto “fatti” ma dovrei dire persone: tutti i contraccolpi che ho subito hanno un volto, perché tutti i contraccolpi nascono da un incontro, a volte inaspettato, altre volte non esattamente valutato nella portata, ma sempre e comunque un incontro. Quindi una faccia concreta, uno sguardo, una storia. Che inevitabilmente impatta con la mia.
Mi hanno regalato dei pan di ramerino.
Roba da 10 punti esclamativi.
E il punto esclamativo profumava di pepe e zenzero.
Sempre nel famoso quadernino qualche giorno fa ho annotato: “Abbracciare non è un semplice gesto d'affetto, implica accoglienza, dedizione, difesa.”
Evidentemente l’ho annotato in fretta, perché purtroppo non ho scritto da dove l’ho preso.
E’ improbabile che l’ignoto autore frequenti questi lidi, e quindi difficilmente potrà dispiacersi di questa anonima citazione, ma se per caso accadesse, mi scuso fin d’ora e ovviamente provvederò a riparare il torto citando la fonte.
Fatta la doverosa premessa, torno sulla citazione, e mi chiedo: cosa significa “abbracciare”? La risposta sembra ovvia, ma non lo è affatto. Fuori da rapporti di tipo professionale (per capirsi, quelli in cui ci si usa il “Lei”), noto che, ultimamente, è uso scambiarsi abbracci e soprattutto baci sulla guancia anche tra persone che forse si frequentano da tempo, ma probabilmente si conoscono appena.
Da sempre ho ritenuto l’abbracciarsi e il baciarsi gesti molto confidenziali, riservati ai familiari o agli amici più cari, eppure mi accorgo che anche per me è diventato un modo più o meno comune di salutarsi, non più confidenziale né più affettuoso di una pacca sulla spalla o di un “ciao”.
Ma l’abbraccio vero è un’altra cosa: è quello che ti porta ad aprire, allargare le braccia e stringere l’altro a te, è il contatto stesso del corpo, il calore del corpo che trasmette quel di più che è appunto il voler accogliere, proteggere l’altro.
L’abbraccio è il gesto protettivo di una madre verso suo figlio; l’abbraccio è il rifugio che il bimbo cerca nella sua mamma: così istintivo, eppure così carico di significato, che non può essere svilito in un gesto confidenziale sì, ma quasi automatico.
L’abbraccio di un amico è unione, è immedesimarsi, è “impastarsi”, cioè diventare la stessa persona, la stessa fisionomia dell'amico, il che - dice Giussani - è l’aspirazione stessa dell’amicizia.
L’abbraccio è come un enorme punto esclamativo: c’è dentro tutto lo stupore, l’entusiasmo, l’emozione di un incontro cercato.
Diceva Madre Teresa di Calcutta: “Fino a quando sei viva, sentiti viva. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite… “
Secondo me nelle foto ingiallite non ci sono solo i ricordi, c’è la mia storia, c’è l’essenza stessa del mio essere e del mio vivere oggi, che non può prescindere dal mio ieri, di cui le foto ingiallite sono muta testimonianza.
Io sono viva e mi sento viva, ma non voglio dimenticare: per questo amo le foto ingiallite, ma non vivo di esse.
La variabilità è la condizione meteorologica che fa maggiormente girare le scatole.
Alzi la mano chi, ascoltando le previsioni del tempo, alla parola “variabile” non ha pensato almeno una volta “si, vabbe’, dicono variabile per pararsi, perché non sanno neppure loro che pesci prendere”.
Il fatto è che quando il tempo è variabile il più delle volte non ci pigli: esci di casa bardato pensando che faccia freddo e magari piova anche, e ti ritrovi a sudare trascinandoti dietro pure l’ombrello, oppure esci vestito leggerino e ti ritrovi inzuppato ed infreddolito.
Non che uno ci conti più che tanto, sulle previsioni, o non esca di casa senza prima averle consultate, però sarebbe bello se…
Invece no, il tempo cambia sempre, più o meno velocemente, e noi che non ci rassegnamo a qualcosa che non possiamo completamente controllare e prevedere, attacchiamo con la litania dei luoghi comuni, dall’effetto serra alle glaciazioni, per finire con il più popolare e sacrosanto dei luoghi comuni, quello che va bene sempre: “Non esiste più la mezza stagione”, che poi sarebbe la stagione tipica del tempo variabile.
Ieri è stata una giornata di tempo variabile, anzi variabilissimo: repentini annuvolamenti, brevi acquazzoni, veloci schiarite e fulminei (mai termine fu più preciso) temporali, un continuo susseguirsi di cambiamenti; neanche il tempo di godere della breve schiarita che subito un nuvolone scuro irrompe nel cielo azzurro, e un attimo dopo uno scroscio di pioggia, e poi di nuovo un timido raggio che cerca di spuntare tra le nuvole che si diradano, e poi ancora pioggia, e grandine.
Insomma una di quelle giornate che se sei in giro diventi scemo ad aprire e chiudere in continuazione l’ombrello; io invece ero in casa, con gli amici più cari, davanti al camino e ad un’enorme finestra, ad osservare i repentini cambiamenti del cielo, e a parlare delle cose che cambiano, che variano veloci come succede in una giornata di tempo variabile… Variabile, come lo srotolarsi della vita, appunto.
Serata vuota, come lo schermo che ho davanti, dove i pensieri vanno e vengono come schiuma, su onde di moda imposte per prigione televisiva, appunto.
E non resta che un impasto indistinto di emozioni e reazioni effimere.
Cioè niente.
L’alba e il tramonto sono apparentemente uguali, per esempio per la luce, i colori e le sfumature del cielo. Ma non è così.
Forse sarà per l’atmosfera, il silenzio, la predisposizione degli occhi e del cuore di chi guarda, ma non è affatto la stessa cosa.
L’alba è più dolce, non melanconica, ti dà la sensazione che qualcosa di nuovo stia accadendo, ti guardi intorno ed è bello, ovunque, cogliere il risveglio, mentre la luce pian piano accarezza dolcemente le cose.
Una specie di rinascita, come un nuovo inizio: la luce ed il sole hanno una forza incredibile sull’animo e l’umore.
E la sensazione che tutto il resto deve ancora accadere.
Se potessi esprimere un desiderio chiederei la risposta ad ogni domanda.
Ci sono piccole cose che ci piacciono perché, pur essendo banali, danno quel qualcosa che illumina e rende un po’ particolare una giornata che altrimenti sarebbe la solita giornata grigia.
Per quel che mi riguarda sono per lo più cose di per sé semplicissime, normalissime, eppure…
Per esempio una limpida giornata di sole, di quelle che ti fanno capire che l’inverno sta ormai lasciando il posto alla primavera.
Oppure uscire mollando una scrivania stracolma di cose più o meno urgenti, anche se sei consapevole che quando tornerai le troverai ancora tutte lì, con la loro urgenza, e magari tirando tardi, ma le devi fare.
O una chiacchierata con un amico a cui vuoi bene, con cui chatti tutti i giorni ma che vedi rarissimamente.
O magari andare a mangiare in un piccolo ristorante, e riproporsi di tornarci.
Oppure una passeggiata in riva al mare, con le onde che s’infrangono sugli scogli, mentre in giro c’è poca gente perché fa ancora freddo.
Ieri era una splendida giornata di sole, avevo la scrivania stracolma, ma l’ho mollata, per andare a pranzo con un amico che non vedevo da tempo, in un piccolo ristorante delizioso. E poi due passi in riva al mare, emozionandosi nel guardare le onde. E tante confidenze, chiacchiere e silenzi.
Per rendere particolare una giornata basta poco, anche una sola delle cose che ci piacciono. Tante cose la rendono speciale.
E chissene se ho rischiato che mi andasse di traverso, la giornata speciale, e chissene se ho dormito solo due ore, e chissene tutto il resto.
A volte basta poco, per essere contenti.
E’ notte fonda, mi ha svegliato un violento temporale, quasi un nubifragio, condito da tuoni e fulmini. I rami del grande cedro nel giardino però fanno arrivare sulla finestra solo poche gocce di pioggia che, trascinate dalla gravità verso il basso ognuna con percorsi diversi, compongono sui vetri strani disegni.
I fulmini che illuminano la notte fanno brillare le gocce, e i disegni sui vetri sembrano preziosi ricami cangianti, che durano quanto la luce del lampo: un attimo. Ed io rimango incantata a guardare verso la finestra di nuovo buia, come a voler cogliere, in quell’attimo di luce sulla geometria misteriosa tracciata dalla pioggia sul vetro, un segno, o un sogno.
Che strani effetti produce la diversa velocità del fulmine e del tuono! Il sogno dura pochi secondi, quelli che separano il fulmine dal tuono, che irrompendo fragoroso mi riporta alla realtà, quella del buio e della pioggia appena al di là del vetro.
E come quando ero bambina, torno a rifuggiarmi tra le coperte, per cercare i sogni del sonno, lasciando sui vetri quelli disegnati dalla pioggia.
L’anonimato di per sé non mi piace, preferisco sempre sapere con chi ho a che fare, però mi rendo anche conto che, in certe situazioni, l’anonimato è se non necessario quantomeno opportuno.
Ma evito qui di dilungarmi in casi e situazioni, che inevitabilmente comportano sottocasi e sottosituazioni, più una serie infinita di eccezioni, talché alla fine ogni caso… è un caso a sé.
Ma tant’è…
Però volevo riferirmi essenzialmente ai commenti anonimi lasciati qui.
So bene che, comunque, l’anonimato resta una delle grandi caratteristiche della rete, e dietro un nick ci può essere chiunque, anche una folla di persone.
Ma proprio per questo perché mettere un commento totalmente anonimo? Vorrei un nome, un segno, un qualcosa da cui possa capire se due o più commenti vengono dalla stessa persona, anche se alla fine non so comunque chi concretamente questa persona sia.
Ribadisco che anche se preferirei cento volte sapere con chi sto interagendo, riconosco la libertà di ognuno di non palesarsi, però sul blog mi trovo decine e decine di commenti anonimi: quasi 200, quindi più di un terzo del totale. Alcuni non sono proprio anonimi, c’è qualcosa che mi fa capire chiaramente da chi provengono (l’anonimo che anonimo non è, per esempio) ma gli altri? So certamente che non vengono da 100 o più persone diverse, e so bene che una pseudo firma in fondo ad commento in realtà direbbe ben poco, però, come dire … è una sciocchezza probabilmente, una posizione mentale mia più che una cosa concreta, però….
Cari anonimi che passate da queste parti, fatemi un favore, mettetecela una firmetta, in fondo ai vostri commenti, magari inventata, ma mettetecela!
Quando un vaso si rompe, si può riuscire a incollare i pezzi nascondendo i segni della rottura, talché il vaso sembra perfettamente integro. Sembra, ma non lo è.
Tanto è vero che non puoi più farne l’uso che ne facevi prima, perché non reggerebbe. Tanto è vero che basterebbe un piccolo colpo per farlo andare in pezzi di nuovo, perché la rottura, per quanto invisibile, lo rende fragilissimo.
Con le persone è lo stesso: puoi rimettere insieme i pezzi e far finta che sia tutto come prima, ma niente è come prima. Un colpetto, e tutto è di nuovo in pezzi.
Ma vale la pena incollare i pezzi per avere un vaso diventato fragilissimo, che non si può più usare? Vale la pena farlo solo per tenerlo in bella vista su un mobile, con il timore che vada in pezzi per un nonnulla?
L’esperienza dice che non vale la pena, ma chissà perché io ci provo sempre, a rimettere insieme i pezzi. E sempre, prima o poi, il vaso si sgretola. Definitivamente.
Ci sono oggetti che di per sé non hanno nulla di particolare, nulla, men che meno in termini di valore, eppure stranamente ci tengo, e li conservo a volte anche quando non sono più utilizzabili: magari sepolti in un cassetto, ma non li butto via.
Si tratta a volte di oggetti assolutamente ordinari, come una penna, un paio di orecchini di scarso o nullo valore, un orologio con il cinturino rotto, oppure cose ormai inutilizzabili, come può essere un accendino che non funziona. O anche un vecchio maglione o un paio di jeans che non metto più.
E’ qualcosa di diverso, più sottile del classico “valore affettivo”. E’ una cosa quasi inconscia, come se quegli oggetti evocassero un ricordo – di una persona o di una situazione – che mi torna subito alla mente quando per caso quegli oggetti mi capitano sotto gli occhi, ed è sempre una sensazione bella.
E finché l’oggetto evoca qualcosa di bello, è difficile che mi decida a buttarlo, nemmeno quando ho bisogno di far spazio: un angolino lo trovo sempre.
Vien da sé che gettare via qualcosa conservato fino ad un momento prima è sempre un dolore: come a voler cancellare un pezzettino di passato, un ricordo, un sentimento. E non posso che pensare che gli oggetti fanno strani percorsi. Come i sentimenti delle persone.
Ho appena buttato via un po' di cose. Tante.
Quando uno porta una maschera per tanti anni, è difficile ad un certo punto strapparla via, perché ormai ti si è incollata alla pelle del viso come un cerotto.
Ma a volte capita che siano le circostanze della vita a strapparla, e come quando tiri via un cerotto, lo strappo può far male.
Però come per il cerotto più lo strappo è improvviso e veloce, più è facile sopportare il dolore, e più è grande lo stupore di vedere che, sotto al cerotto, la ferita è rimarginata.
"Perché cercare di essere straordinari quando si può essere (straordinariamente) sé stessi?"
E’ il titolo di un recente spettacolo teatrale – peraltro mediocre – che parte appunto da questa intuizione.
Però è vero: la società attuale ci spinge ad imitare dei modelli omologanti, quindi a curare l’involucro esteriore (l’immagine) dimenticando il cuore delle cose.
E così puntando sull’apparire (quello che conta è come ti vesti, che ruolo sociale hai, quale prestigio, i riconoscimenti) dimentichiamo l’essere, rimanendo alla periferia di noi stessi.
Invece la straordinarietà sta nell’unicità che è nella natura stessa di ognuno, perché c’è qualcosa di irripetibile nei tratti essenziali di ciascuno.
Come dire che non serve a nulla inventarsi modi complessi e artificiali per cercare di sentirsi (sì, solo sentirsi, non essere) eccezionali: a parte la falsità che prima o poi emerge, si rischiano grosse delusioni.
Molto meglio cercare la consapevolezza della propria unicità, e quindi straordinarietà, che sicuramente passa per i sogni e le amarezze, le idee e le delusioni, i progetti e la fatica, fino ai successi, le conquiste, i traguardi raggiunti.
I gesti più comuni, il quotidiano, se mancano di consapevolezza sono svuotati di senso e generano disagio, se osservati ed agiti con presenza diventano significativi.
Insomma, straordinario è chi tra gioie e dolori resta vivo e quindi non si dimentica della vita, quella vera.
Vorrei vivere così, straordinariamente. Ma non è facile.
Come un bicchiere infrangibile io resisto agli sbalzi temperatura e anche agli urti.
E come un bicchiere infrangibile se mi rompo, mi sbriciolo in mille pezzi che si spargono dappertutto.
E raccogliere i pezzi di un bicchiere infrangibile è un problema.
Siete tutti avvisati (ammesso che a qualcuno gliene freghi qualcosa, del fatto che mi rompo).
...la situazione è disperata, ma non seria.
Infatti se penso ad una possibile soluzione, mi viene da ridere.
Per non piangere.
NB: Tanto per esser chiari, la citazione di Flaiano finisce al primo punto.
Dire che vivo nel casino perenne è un simpatico eufemismo, ma ultimamente il casino è anche più del solito.
Non so più a chi dare i resti, corro da destra e sinistra per essere dappertutto, e invece non riesco a stare dove dovrei stare, quando ci dovrei stare. Mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza ma devo rimanere vigile, il letto me lo sogno, sia nel senso letterale che in quello traslato del termine.
Ho provato a far domanda per l'ubiquità, ma non è ancora stata neanche protocollata, quella per l'esenzione dal sonno invece è stata respinta.
E poi, per cosa? Non lo so, è così e basta, non riesco neanche a farmi domande. So solo che è, anche e forse più di tutto, un casino per così dire “mentale”. Ma tant’è.
Vado a tracannare l’ennesimo caffè per tenermi in piedi, prima di saltare in macchina per tentare di andare dove devo andare, già sapendo che… ci arriverò tardi.
Forse è più facile fare domanda per essere lasciata in pace: ho già tanti problemi io, perché mi rovesciate addosso i vostri? Mica posso essere io a risolvere tutti i problemi degli altri, se neanche riesco ad affrontare i miei.
Lasciatemi in pace.
Quando cucinare è comunicare il calore di un affetto, si torna volentieri a casa, la sera.
E l’impegno tra i fornelli non è più una fatica, diventa un piacere.
(Dedicato ad un amico che mi ha riacceso la voglia di spignattare)