A proposito di gioia: intorno ai dodici anni frequentavo una scuola ebraica religiosa per ragazzi, molto puritana, vittoriana sino allo spasimo – a parte il fatto che nessuno aveva idea di chi fosse la regina Vittoria. Un giorno l’infermiera della scuola, la donna più coraggiosa ch’io abbia mai conosciuto in vita mia, convocò tutti i ragazzi, saremo stati trentacinque fors’anche quaranta, in un’aula. Sprangò le finestre, chiuse la porta e nel corso delle due ore che seguirono ci svelò tutti i segreti della vita. Meccanismi e congegni misteriosi compresi, e quel che entra e dove entra, senza trascurare trombe e tube e tutto il resto. Ricordo che la ascoltavamo pallidi e sbigottiti e scioccati, perché dopo aver descritto tutti questi terribili meccanismi, ci parlò anche dei due famigerati mostri, gli Al Qaeda e gli Hezbollah della vita sessuale: la gravidanza indesiderata e le malattie veneree. Ci sentimmo quasi venir meno. Ora rammento un piccolo me uscire dall’aula domandandomi: "D’accordo, ho capito la dinamica. Ma chi mai, in possesso delle proprie facoltà mentali, si getterebbe in un guaio del genere?". Evidentemente, l’intrepida infermiera che tutto aveva descritto, s’era scordata di dirci che secondo alcuni la faccenda implica un certo qual godimento.
(Amos Oz, in Contro il fanatismo)
“C’è un buco dentro di me. Come un vuoto. Non so se resisto a questa mancanza”. Questo mi diceva un paziente disintossicato ospite di una clinica da tempo. E io ho pensato… forse è un handicap, un difetto funzionale, questo ragazzo ha le gambe, ha le braccia, ci vede, eppure non ha l’organo della felicità.
Ci sono ancora operatori che si comportano come l’infermiera di Oz, rimuovono l’idea che “farsi” implichi la dimensione del piacere: si omette in questo modo l’aspetto fondamentale della tossicodipendenza. Ma se l’idea del godimento non entra nella cura, come si può ottenere qualche risultato perlomeno accettabile?
“E’ fatto per te, per la tua felicità” questo mi dicevano. Ma come? Come sarebbe a dire? Non è forse la felicità una sensazione di appagamento superiore al normale? Se è così, allora l’unica cosa che finora mi ha reso felice è proprio ciò che dovrei smettere di fare per essere felice. (Vito)
Sia il brano di Oz che i tre brani successivi, che le autrici chiamano “suggestioni dell’esperienza”, sono tratti dal libro che ho già citato qui alcuni giorni fa, e sono compresi sotto la voce “Felice”. Mi hanno colpito perché offrono una visione particolare, diversa rispetto a quello che a noi viene immediatamente in mente con la parola “felice” o “felicità”.
Mi ha incuriosito il titolo del libro, “RInTRACCIARE PAROLE”, scritto proprio così, tutto maiuscolo eccetto la “n” scritta in minuscolo e in rosso. Un gioco di parole che definisce come meglio non si potrebbe questo libro, che a mio avviso è anche il racconto affascinante di un viaggio, quello che le autrici fanno nella loro esperienza di educatrici ed assistenti sociali delle ASL dell’Emilia Romagna. Da leggere.
Grazie Simo.
Credo che ormai sia un problema comune il correre sempre, avendo difficoltà a trovare un po’ di tempo per godersi le cose piacevoli.
A me è sempre piaciuto leggere, ho sempre letto moltissimo, di tutto, dappertutto. Mi sono rovinata gli occhi per leggere: ricordo che da bambina, d’estate, ci costringevano al riposino pomeridiano (il riposino in realtà lo volevano fare gli adulti, ma l’unico modo per star tranquilli era costringere a letto anche noi) ed io, che non avevo né sonno né voglia di perdere tempo, leggevo di nascosto, praticamente al buio.
Più grande leggevo sull’autobus andando e venendo prima da scuola, poi dall’università, indi dal lavoro. Poi ho comprato l’automobile, la usosempre e non prendo più l’autobus, ma se lo prendessi sarebbe lo stesso: saranno gli orari diversi rispetto ai tempi della scuola, ma si viaggia talmente pressati ed in equilibrio precario che mettersi a leggere è impensabile.
Poi le incombenze famiglia-lavoro, poi sei a pezzi e se ti siedi e ti rilassi dopo neanche due minuti ti si chiudono , poi se hai un attimo dai un’occhiata al giornale, che compri ogni mattina ma raramente riesci ad andare oltre i titoli, poi...
Insomma finisce che non leggi quasi più, che leggere diventa un piacere praticamente dimenticato, ma proprio per questo è ancor più gradito quando riesci a trovare lo spazio per farlo.
Stante la mia vita incasinata di norma evito di iniziare corposi romanzi che non riuscirei a terminare se non nell’arco di molti mesi, e preferisco libri che, per la loro struttura (ad esempio brevi racconti) riesco ad apprezzare anche se ho solo mezz'ora di tempo, non dovendo impiegare 25 minuti per ricordarmi cosa diamine è successo nelle pagine già lette.
Io leggo molto solo quando sono in ferie, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare la lettura durante le vacanze non è affatto più proficua: divoro letteralmente i libri, e proprio per questo finisce che non li gusto.
Mi è successo spesso, negli anni. E mi è successo ultimamente con il libro Volti e Stupore, di cui ho parlato più volte, perché forse il libro più bello che mi è capitato tra le mani negli ultimi tempi. Quando l'ho letto, l'estate scorsa, in ferie, l'ho letteralmente divorato, pagina dopo pagina, ma alla fine non l'ho gustato. Però l’ho riscoperto negli ultimi mesi: nei ritagli di tempo lo riprendo in mano, e visto che la struttura lo consente, me lo gusto pagina per pagina, peraltro con un approccio diverso, con lo sguardo trasformato dall'aver conosciuto i due autori.
Insomma il piacere della lettura (o, volendo, il tempo libero) è un po’ come il piacere del gusto (il che, detto da me….), quando c’è abbondanza, se non ti sai controllare è come quando ti trovi ad un banchetto pantagruelico: mangi di tutto, tanto, troppo, e alla fine non gusti nulla, neanche ti ricordi cos'hai mangiato. Invece quando l'abbondanza non c'è cerchi di sfruttare al meglio il poco che hai: scegli con cura il boccone, lo metti in bocca con attenzione, lo mastichi lentamente e piano piano lo assapori e lo gusti.
E soprattutto lo apprezzi.
“Tu mi provochi…” diceva il grande Sordi in un celebre film… vista la notorietà della battuta non serve completarla: volevo solo sdrammatizzare un po’; e poi il provocatore non è un piatto di maccheroni, tutt'altro, e se lo addento potrei fargli male, visto che è piuttosto mingherlino.
Bene, allora accolgo la provocazione di Fabio e racconto come al solito il mio punto di vista: questa non è e non vuole essere una recensione.
Quella di domenica 6 aprile era definita “Presentazione”, oggetto era il libro Volti e stupore, scritto a quattro mani da Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva, con prefazione di Magdi Allam (com’è scritto in copertina), ora Magdi Cristiano Allam. L’hanno chiamata “Presentazione”, ma a mio avviso è stato qualcosa di diverso, qualcosa di più.
E’ stato innanzitutto il racconto dell’incontro tra due persone (Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva) apparentemente lontanissime, ma con un cuore incredibilmente simile. Un incontro che si è giocato tutto sulla curiosità, sull’assenza di pre-giudizi e (come mi ha giustamente corretto Fabio) sullo stupore. Prima ancora che di un lavoro comune è stato il racconto dell’amicizia nata da quell’incontro e dal dialogo che ne è seguito.
Anche l’intervento di Magdi Cristiano Allam, altro non è stato che il raccontare un incontro (tra lui e gli autori del libro) che si è innestato – sì, innesto, quello che si fa sugli alberi da frutta, è proprio la parola giusta – sull’altro incontro, quello appunto tra Fabio e sr Gloria.
Magdi Cristiano ha parlato per primo, subito dopo è intervenuto Fabio e quindi sr Gloria, eppure per quanto distinti gli interventi erano una sorta di dialogo, un continuo richiamo l’uno dell’altro, tra Fabio e sr Gloria e tra loro due e Magdi Cristiano. Nel buio della sala ho appuntato alcune delle frasi che sono state dette dall’uno e dall’altra, ma a rileggerle mi accorgo che è assolutamente irrilevante chi l’abbia detta, sono praticamente intercambiabili: “Il dialogo è possibile su delle verità non su dei discorsi”; “La verità nasce solo dentro il dialogo”; “La parola amico ha la stessa radice etimologica della parola amore”; “Comunicare vuol dire amare l’altro fin nella sua profondità”.
Sr Gloria ha iniziato il suo intervento parlando della balena, che ha due occhi ma vede o dall’uno o dall’altro, ha quindi una visione parziale, e pertanto non riesce a vedere la realtà perché le manca la visione d’insieme; lo ha concluso dicendo che dalla diversità di vedute è possibile uno sguardo unico. Questa potrebbe essere la sintesi, quasi la morale della storia che Fabio e sr Gloria ci hanno raccontato, ma a fermarsi qui non si renderebbe giustizia a quello che l’incontro di domenica è stato.
Per le esigenze per così dire strutturali (parlando da un palco devi per forza rivolgerti alla platea) Fabio, sr Gloria e Magdi Cristiano guardavano avanti a loro, ma a me è sembrato che si guardassero negli occhi: in quegli sguardi si percepiva chiaramente l’affetto di oggi, eppure io ci ho visto anche la stessa curiosità e lo stesso stupore che deve aver segnato il primo incontro tra Fabio e sr Gloria, e poi quello con Magdi Cristiano. Solo per lo stupore di un incontro così puoi capire cosa intendeva Fabio quando ha detto, anzi quasi urlato “Come si fa ad immaginare un mondo senza speranza?”
Qualche giorno prima dell’incontro mi ero soffermata sulla testata del blog di Fabio , dove è riportato un brano di Pasolini: “Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma del forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine.” Credo che quello che ha detto sr Gloria quasi alla fine del suo intervento non è molto diverso: “Noi non abbiamo delle relazioni, spesso colmiamo dei vuoti”, e poi “La vita ti vive, non sei tu che vivi”. Ma vorrei chiedere a Fabio se è ancora convinto, di quella solitudine.
La storia che domenica è stata raccontata non so dire come ma in qualche modo ha catturato anche me, visto che li sto chiamando per nome, come amici di lunga data: eppure Fabio, di persona, l’ho conosciuto solo qualche ora prima, e sr Gloria e Magdi Cristiano li ho visti solo da lontano. Ma sento che non è esagerato dire che ho percepito nell’ironia delle battute di Fabio e nel ridere di sr Gloria a quelle battute una sorta di familiarità, che mi ha stupito ed insieme confortato.
Da quanto sopra sembrerebbe che il libro sia passato in secondo piano. Tutt’altro: il libro è sempre rimasto in primo piano, ma perché il libro è il frutto (appunto!), la testimonianza di quell’incontro, della possibilità (come ha detto sr Gloria) di rinnovare lo sguardo davanti alla realtà.
PS: A proposito del sorriso di sr Gloria. E' la prima cosa che mi ha colpito, insieme ai suoi occhi, ridenti anch’essi. Bellissimo, aperto, che non si è mai spento, eppure alle 23 doveva essere stanca, dopo essere partita da Carpegna la mattina presto per una giornata fitta d’incontri, e dopo aver scritto decine, anzi centinaia di dediche sulla prima pagina del libro. Sereno, il sorriso, come i suoi occhi, come è lei, evidentemente.
PPS: Questo scritto equivale ad un abbraccio (a tutti e tre) come quello di cui parlavo
qui qualche giorno fa: un enorme punto esclamativo.
Qui stralci della prefazione di Magdi Cristiano Allam pubblicati da Tempi in occasione dell’uscita del libro.
Ieri ho avuto una giornata infernale: una riunione di quasi sette ore con una massa di pazzi incompetenti, e soprattutto stupidi.
E mentre cercavo di sopravvivere al mare di scemenze che sono state dette mi è venuto in mente uno dei miei libri – mito: Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla, un professore di Storia Economica di fama mondiale (insegnava a Berkeley)
E’ un libro minuscolo, che si legge in un baleno, anche perché è piacevolissimo.
Contiene due saggi: ma attenzione, sono due saggi per modo di dire, perché sono spassosissimi.
Il primo saggio s’intitola: Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. In questo saggio Cipolla crea legami così logici e perfetti che la sua teoria si potrebbe prendere sul serio.... e forse è effettivamente seria. Comunque è uno spasso.
Il secondo saggio s’intitola: Le Leggi fondamentali della stupidità umana. Questo saggio in realtà può turbare, perché ognuno di noi, per la sua esperienza e per l’evidenza dei dati di fatto, non può che concordare con le cinque leggi fondamentali della stupidità umana enunciate da Cipolla, e cioè:
1) Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione
2) La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l'aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
3) Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
4) Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
5) La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.
La quinta legge ha anche un corollario: "Una persona stupida è più pericolosa di un bandito"
Ho regalato questo libro ad un sacco di amici, e io stessa l’ho riletto più volte, ogni volta con piacere e rendendomi sempre più conto di quanto la teoria della stupidità sia vera.
In rete ne sono riportati ampi brani, basta fare una ricerca con Google con le parole Cipolla e Stupidità: dopo averne lette poche righe, viene la voglia di leggere il libro.
Provare per credere...
Cioè Alzati e guarda.
Oggi ho riascoltato, dopo tanto tempo, un CD di canzoni napoletane che mi hanno regalato anni fa. Non è la solita compilation di canzoni napoletane, e lo si capisce già dalla presentazione:
"Noi cantiamo un amore che non chiude gli occhi. Cantiamo un desiderio incolmabile, un cuore spalancato alla realtà. Cantiamo il volto bello di una donna; cantiamo il mare, la luna, le stelle, il dolore per una finestra che non si apre. Cantiamo un grido: scétate! Cantiamo un invito: guarda!...».
La scaletta delle canzoni poi ne è la conferma, fino all'ultima: Tangando, scétate e guarda.
Vale la pena.