Stava male, quell’insofferenza, quel male dentro sbrigativamente liquidato come “Un po’ di depressione”, di cui nessuno si era accorto, anche perché era bravissima a mostrare a tutti il volto sereno e sorridente di sempre.
Ma era cambiata, e anche parecchio, soprattutto aveva cambiato la sua vita: lavoro, solo lavoro, non aveva voglia di vedere più neanche gli amici, voleva stare per conto suo.
Spesso il sabato o la domenica usciva in macchina, da sola, senza meta. Guidava per ore in città, oppure fuori, sul GRA (una volta ne fece il giro completo due volte di seguito, quasi 140 km) o sulle consolari, senza andare mai da nessuna parte, senza fermarsi, a vuoto: non voleva stare a casa ma neanche voleva andare da qualche parte in particolare.
A volte, specialmente d'inverno, andava al mare, alla spiaggia libera, che d'inverno è deserta (e anche un tantinello pericolosa): ore e ore a fissare l'orizzonte, senza neanche accorgersi che faceva buio, e rimanere lì al buio era sconsigliabile.
Di questi giri a vuoto per fortuna ora lei ricorda poco, anche se non dimentica l'angoscia che la prendeva e che la spingeva a guidare per ore. Però ricorda benissimo l'ultima volta che l'ha fatto. Era il pomeriggio di una domenica di gennaio, girando a vuoto era finita sotto casa di una coppia di amici, che conosceva fin dai tempi di scuola, ma che non vedeva se non di sfuggita da quasi 2 anni.
Tuttora lei non sa dire il perché quel giorno, in quella strada, abbia deciso di fermarsi, parcheggiare e suonare al loro citofono. Era quasi l'ora di cena, un'ora poco civile per presentarsi senza preavviso a casa di qualcuno, e infatti quando il marito ha risposto al citofono è rimasto per un attimo titubante, stupito, forse per l'ora o forse per il fatto che era un pezzo che lei era sparita. Ma è stato solo un secondo, ha aperto subito e le è andato incontro sulle scale, salutandola con un abbraccio. E un attimo dopo anche la moglie, che stava allattando la terza figlia nata da qualche settimana, l’ha salutata con un abbraccio. Non le hanno chiesto nulla, nemmeno "come mai qui?". Niente di niente.
Lei si sorprende a sorridere, guardando i suoi amici e la loro piccola, come se entrare in quella casa l’avesse finalmente liberata dall’angoscia, come se incrociare il loro sguardo sereno l’avesse finalmente confortata, rinfrancata, il tutto nel giro di una manciata di minuti. E parlando di banalità tipo il tempo aiuta a cambiare la piccola Claudia e a preparare la cena per gli altri due figli che arrivano da lì a poco, dopo aver trascorso il pomeriggio con i nonni. Paolo, di 3 anni, entrando in casa non sembra affatto turbato dalla sconosciuta e le fa "Ciao, io sono Paolo, e tu chi sei?"; invece Francesca, 5 anni, la guarda con sospetto per un bel po', prima di farsi scappare un sorrisetto. E' come uno schiaffo in piena faccia: li ha praticamente visti nascere tutti e due, anzi Francesca le ha fatto passare notti insonni quando andavano in vacanza insieme e la mamma aspettava il secondo figlio, ma ora per loro è un’estranea, e d’altra parte sono passati 2 anni dall'ultima volta che li ha visti.
Due anni… eppure in quella casa è stata accolta con un abbraccio, di quelli che implicano accoglienza, dedizione e difesa, direbbe un suo amico, di quelli come un punto esclamativo, dice lei. Il sorriso disarmante dei figli le fa riconoscere come dono quell'abbraccio dei suoi amici, un abbraccio muto, che non chiede quelle spiegazioni che lei non vuol dare, un dono che la commuove fino a farle spuntare le lacrime, che nasconde chiudendosi in bagno.
Poco dopo saluta e va via, anche se i suoi amici insistono perché si fermi a cena. Tornando a casa, in macchina, piange per tutto il tragitto. Di quella sera non ha più parlato con i suoi amici, solo parecchi anni dopo, parlando di altro insieme ad altre persone, lei ha accennato a quella sera come l'inizio della rinascita, quando nel tunnel cominci ad intravedere, seppure lontanissima, la luce dell'uscita.
Inutile dire che quei due sono tra le persone a lei più care, la gratuità di quell'abbraccio le torna in mente tutte le volte che va a casa loro.
Altro che Prozac: amici, anzi Amici così sono il vero antidepressivo. Un'amicizia vera e per sempre.
Più o meno un anno fa, qui, su queste stesse pagine, molto prima dell’infuriare delle polemiche legate alla sua conversione, ho parlato di Magdi Allam, ora Magdi Cristiano Allam.
E’ di appena due giorni fa l’ultimo attacco, in cui è stato definito “Un morto che cammina”, e ancora una volta la gran parte della stampa (e di conseguenza anche le persone che incontri per strada) non hanno trovato di meglio che ritirar fuori il discorso della sua conversione, del battesimo impartito dal Papa durante la Veglia Pasquale in s. Pietro, come se tutto il problema fosse il convertirsi privatamente oppure pubblicamente.
Il voler considerare la religione un fatto esclusivamente privato (e anche questo, mi vien da dire, a seconda dei casi…) è una vittoria del laicismo, e una sconfitta della vera laicità; e non lo dico io, lo dicono persone molto più autorevoli di me, e non alti prelati di curia, lo dice per fortuna anche buona parte del mondo così detto laico, amici di Magdi Cristiano (come Fabio Cavallari) e non.
Ma quel che mi preme ribadire è che la condanna a morte che pende sulla testa di Magdi Cristiano Allam è stata pronunciata molto prima che Magdi diventasse Magdi Cristiano, cioè molto prima che dichiarasse pubblicamente la sua conversione.
Quindi se è vero che in ballo c’è la libertà di religione, è altrettanto vero che c’è in ballo anche la libertà di parola. E’ da tempo che si tenta di chiudere la bocca a Magdi Allam, il fatto che Magdi ora sia Cristiano è solo un elemento in più, quello che ora “giustifica” la sua condanna in quanto ha abiurato la sua precedente appartenenza alla fede islamica.
L’ennesimo attacco frontale a Magdi Cristiano Allam è quindi l’ennesimo tentativo di impedirgli di parlare, ed allora è giusto che, come ho già avuto modo di scrivere commentando l’appello dell’amico Fabio Cavallari, la nostra voce si debba fare forte e chiara, non solo per lui, Magdi Cristiano Allam, ma per tutti noi.
Nessuno che abbia minimamente a cuore la sua vita, il futuro suo e quello dei suoi figli, può in coscienza tirarsi indietro. Neppure io, seppure da questo miserrimo blog.
Ho sentito poco fa per telefono una cara amica, che vive lontano.
Sono anni ormai che non ci vediamo, e anche se le mail hanno accorciato i tempi dei nostri contatti, e i costi telefonici più accessibili hanno reso più frequenti e meno affannate le rare telefonate (che peraltro, per anni, hanno dovuto anche fare i conti con i fusi orari) la mancanza di un contatto diretto, fisico si sente.
In questi anni le nostre vite sono scorse parallelamente, in ambienti diversi, con amici diversi, in situazioni diverse. Eppure mi sento di dire che la nostra è un’amicizia di quelle vere, che tra alti e bassi ha attraversato gli anni, i lustri, ormai i decenni.
E’ una storia viva, dove l’abbraccio è totale, ma nonostante ciò la lontananza è un distacco che fa male.
Si fa presto a dire birra... tanto per dire: c’è una bella differenza tra una birra artigianale e una birra industriale, anche di buon livello.
Senza scendere nel tecnico, una birra artigianale la riconosci subito: per quanto t’impegni nel versarla fa una schiuma abbondante (come deve essere! La birra senza schiuma è una bestemmia), profumata e consistente, che quasi si mastica, e in bocca senti fragranze che mai immagineresti, un carosello di aromi e profumi che si rincorrono e si trasformano in una fantasia degustativa inaspettata.
Sono uniche, sorprendenti, emozionanti (nel senso letterale del termine), sembrano vive, esuberanti mi verrebbe da dire, tanto è vero che di norma sono in bottiglie pesanti e solide, tipo quelle dello spumante e dello champagne. Ed evitiamo facili battute sul prezzo, ne vale sempre la pena, perché sono comunque preziose: dopo aver assaggiato una birra artigianale, una normale birra industriale ti fa l’effetto del vino in brick rispetto ad un barolo.
L’amico Massobrio perdonerà la terminologia poco tecnica, ma questo scritto non voleva essere un trattato sulle birre artigianali – su certi temi non mi addentro, lascio volentieri a lui l’incombenza – era solo per dire che ci sono persone che se hai la fortuna d'incontrarle, ti fanno l’effetto di una birra artigianale: sono uniche, ti sorprendono e ti emozionano, e lasciano il segno, tanto che, dopo, tutte le altre le riconsideri con altri occhi.
A me è successo.
P.S. Il paragone mi è venuto in mente, ovviamente, bevendo una spettacolare birra artigianale, quella dei monaci della Cascinazza, che mi ha fatto assaggiare in anteprima l'amico Massobrio di cui sopra.
Io credo che il paradiso sia così: come un torpedone che ti porta verso quella felicità che ti corrisponde, fatto di curve, di robinie, di gelsi, di ruderi di un castello e di prati. Il mio Umano Piemonte ha iniziato a svelarsi quando, con la bicicletta, ho battuto le strade delle colline, in lungo e in largo. O quando a piedi ho percorso le valli lungo i torrenti e i fiumi, per cercare un odore, quasi un respiro che avevano sentito altri che erano venuti prima di me e che erano dentro di me. Sono di lì. “Un paese ci vuole – scriveva Pavese – anche solo per andarsene via”. Se dovessi descrivere da dove nasce una civiltà, non avrei dubbi: da una famiglia e da un paese. E l’altra faccia della medaglia, ossia l’inciviltà, è quel tempo rubato ai rapporti dalla televisione, che rappresenta una festa estranea a tutto ciò che è umano nel profondo del cuore.
(Paolo Massobrio, in Umano Piemonte)
Questa non è una semplice citazione, è anche un omaggio ad un caro amico, per suggellare e ricordare una bella serata.
Ieri ho ricevuto un regalo. Gradito, ma soprattutto inaspettato, perché non c’era alcun motivo per quel regalo.
Ma la cosa che più mi ha commosso è stato il messaggio che lo accompagnava.
E' il messaggio – diretto, esclusivo, pensato per il destinatario del dono – che può dire l'affetto di chi dona, ed è personale come raramente un dono riesce ad essere.
Ecco, il vero regalo sono state le parole che hanno accompagnato il dono, parole che considero un'attestazione di stima e d'affetto senza pari, ed è per questo che le conserverò gelosamente, e non in un cassetto (dove le cose prima o poi si dimenticano).
“Un regalo è un regalo e prescinde da tutto” diceva tra l’altro il messaggio. Ecco, il pensiero affettivo di chi ha scritto le parole che accompagnavano il dono prescinde anche dal dono stesso. Ed è questo che mi ha commosso, ancor di più del regalo.
PS: Ovviamente anche il regalo era molto speciale. Anzi, a pensarci bene, il pensiero affettivo prescinde dal dono, ma se non ci fosse stato quel dono speciale non ci sarebbe stato neanche il messaggio speciale.
Ti hanno dato quel nome, piccolo angelo, perché sei un dono benedetto.
Qualcuno potrebbe dire che al massimo avresti dovuto esserlo, o lo sei stato mentre tutti attendevano il tuo arrivo.
No, non va bene neanche dire così. Tu SEI un dono.
L’urlo del bimbo appena nato è un urlo alla vita: dal tuo piccolo corpicino quell’urlo non è uscito, ma dono tu sei.
Benedetto.
A Roberta e Carlo. Con affetto.
A volte capita uno si sforzi tanto per trovare le parole, per dire, raccontare. Anche con un po’ di presunzione, sentendosi un po’ Leopardi e un po’ Manzoni. Ma non tutti hanno gli stessi doni: c’è chi sa dipingere con il pennello, e chi con le parole, e chi non sa dipingere affatto, ma sa fare altre cose.
A volte capita che le parole di un altro te le senti addosso come se le avessi scritte tu. Storie diverse, nomi e luoghi diversi, eppure quelle parole che non ti appartengono ti si stampano sulla pelle come un tatuaggio.
Mi è capitato leggendo lo scritto di un amico: un piccolo racconto, commovente, affettuoso, quasi un ricordo tenero ma non triste di suo padre, morto quando lui era un ragazzo.
In quelle righe ho letto il nome di mio padre, ho visto la sua faccia il suo sguardo, ho sentito le sue parole. Stupita, perché era tutta un’altra storia, una situazione diversa, in comune c’era solo una parola, mai scritta in quelle righe eppure ripetuta in ogni frase: padre.
Quello scritto l’ho fatto mio: era un regalo, e insieme un abbraccio, ed è finito nel famoso quadernino (e non qui) perché lo considero un dono personale, intimo e segreto.
In questi giorni mi è capitato di scambiare diverse mail e SMS con un amico, e spesso ci siamo reciprocamente detti “Grazie per la tua amicizia”. Avevo detto al mio amico: “Piantiamola di dirci reciprocamente grazie, lo sappiamo, è inutile che ce lo ripetiamo”. Però mi è venuta la voglia e la curiosità di rinfrescarmi la memoria sull’etimologia della parola “grazie”.
Dai tempi della scuola mi sembra di ricordare che la parola grazie è anche un augurio, una contrazione di una frase del tipo “Che Dio ti dia grazie”, detto per ricambiare qualcosa che si è ricevuto. Ma non basta.
Se nel dizionario etimologico si cerca grazia si legge “Cosa grata: e per conseguenza (…) significazione d’animo grato per favore ricevuto, nel qual caso si usa per lo più al plurale; aiuto che Iddio dà all’uomo per operare la sua salvezza”.
Ma sotto grazie, sempre dal dizionario etimologico, vengono fuori cosette ancora più interessanti. Trascrivo: ” (…) Così furono dette dai Greci le tre figlie di Giove e di Venere, dispensatrici dei doni costituenti la perfetta bellezza (…) da principio le Grazie furono rappresentate da semplici pietre non lavorate e poi in figura umana vestite di un velo trasparente o affatto nude, per indicare che la semplice natura soltanto e le grazie naturali sono amabili. Si fecero giovani perché la memoria dei benefizi non deve mai invecchiare, vergini perché i benefizi debbono farsi con mire pure, scevre di vile interesse, vivaci e snelle, perché i benefizi non si devon far lungamente aspettare, danzanti in giro perché i benefizi debbono circolare e ritornare d’onde partirono, tenentesi finalmente per mano, perché i benefizi reciproci soavemente stringono i legami dell’umana società”. Ho trascritto letteralmente, nonostante la prosa un po’ ridondante, perché è bellissima!
Ma mi colpisce l’ultima frase “…perché i benefizi reciproci soavemente stringono i legami dell’umana società”. Se ripenso a quanto ho riportato nel post precedente (“Amico ha la stessa radice etimologica di Amore”) mi tremano i polsi a pensare che valore enorme ha il dire “Ti ringrazio per la tua amicizia”: non è solo un ringraziare, un esser grati, è un continuo beneficio reciproco, che "soavemente stringe un legame". Soavemente, e fortissimamente.
Avevo detto al mio amico: “Piantiamola di dirci reciprocamente grazie, lo sappiamo, è inutile che ce lo ripetiamo”. Lui ha ribattuto: “Grazie è tutt’altro che una parola inutile, se detta con serietà non è retorica né di cortesia. Lasciami la possibilità di dirti grazie”. Ed ha ragione.
Grazie per la tua amicizia.
“Tu mi provochi…” diceva il grande Sordi in un celebre film… vista la notorietà della battuta non serve completarla: volevo solo sdrammatizzare un po’; e poi il provocatore non è un piatto di maccheroni, tutt'altro, e se lo addento potrei fargli male, visto che è piuttosto mingherlino.
Bene, allora accolgo la provocazione di Fabio e racconto come al solito il mio punto di vista: questa non è e non vuole essere una recensione.
Quella di domenica 6 aprile era definita “Presentazione”, oggetto era il libro Volti e stupore, scritto a quattro mani da Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva, con prefazione di Magdi Allam (com’è scritto in copertina), ora Magdi Cristiano Allam. L’hanno chiamata “Presentazione”, ma a mio avviso è stato qualcosa di diverso, qualcosa di più.
E’ stato innanzitutto il racconto dell’incontro tra due persone (Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva) apparentemente lontanissime, ma con un cuore incredibilmente simile. Un incontro che si è giocato tutto sulla curiosità, sull’assenza di pre-giudizi e (come mi ha giustamente corretto Fabio) sullo stupore. Prima ancora che di un lavoro comune è stato il racconto dell’amicizia nata da quell’incontro e dal dialogo che ne è seguito.
Anche l’intervento di Magdi Cristiano Allam, altro non è stato che il raccontare un incontro (tra lui e gli autori del libro) che si è innestato – sì, innesto, quello che si fa sugli alberi da frutta, è proprio la parola giusta – sull’altro incontro, quello appunto tra Fabio e sr Gloria.
Magdi Cristiano ha parlato per primo, subito dopo è intervenuto Fabio e quindi sr Gloria, eppure per quanto distinti gli interventi erano una sorta di dialogo, un continuo richiamo l’uno dell’altro, tra Fabio e sr Gloria e tra loro due e Magdi Cristiano. Nel buio della sala ho appuntato alcune delle frasi che sono state dette dall’uno e dall’altra, ma a rileggerle mi accorgo che è assolutamente irrilevante chi l’abbia detta, sono praticamente intercambiabili: “Il dialogo è possibile su delle verità non su dei discorsi”; “La verità nasce solo dentro il dialogo”; “La parola amico ha la stessa radice etimologica della parola amore”; “Comunicare vuol dire amare l’altro fin nella sua profondità”.
Sr Gloria ha iniziato il suo intervento parlando della balena, che ha due occhi ma vede o dall’uno o dall’altro, ha quindi una visione parziale, e pertanto non riesce a vedere la realtà perché le manca la visione d’insieme; lo ha concluso dicendo che dalla diversità di vedute è possibile uno sguardo unico. Questa potrebbe essere la sintesi, quasi la morale della storia che Fabio e sr Gloria ci hanno raccontato, ma a fermarsi qui non si renderebbe giustizia a quello che l’incontro di domenica è stato.
Per le esigenze per così dire strutturali (parlando da un palco devi per forza rivolgerti alla platea) Fabio, sr Gloria e Magdi Cristiano guardavano avanti a loro, ma a me è sembrato che si guardassero negli occhi: in quegli sguardi si percepiva chiaramente l’affetto di oggi, eppure io ci ho visto anche la stessa curiosità e lo stesso stupore che deve aver segnato il primo incontro tra Fabio e sr Gloria, e poi quello con Magdi Cristiano. Solo per lo stupore di un incontro così puoi capire cosa intendeva Fabio quando ha detto, anzi quasi urlato “Come si fa ad immaginare un mondo senza speranza?”
Qualche giorno prima dell’incontro mi ero soffermata sulla testata del blog di Fabio , dove è riportato un brano di Pasolini: “Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma del forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine.” Credo che quello che ha detto sr Gloria quasi alla fine del suo intervento non è molto diverso: “Noi non abbiamo delle relazioni, spesso colmiamo dei vuoti”, e poi “La vita ti vive, non sei tu che vivi”. Ma vorrei chiedere a Fabio se è ancora convinto, di quella solitudine.
La storia che domenica è stata raccontata non so dire come ma in qualche modo ha catturato anche me, visto che li sto chiamando per nome, come amici di lunga data: eppure Fabio, di persona, l’ho conosciuto solo qualche ora prima, e sr Gloria e Magdi Cristiano li ho visti solo da lontano. Ma sento che non è esagerato dire che ho percepito nell’ironia delle battute di Fabio e nel ridere di sr Gloria a quelle battute una sorta di familiarità, che mi ha stupito ed insieme confortato.
Da quanto sopra sembrerebbe che il libro sia passato in secondo piano. Tutt’altro: il libro è sempre rimasto in primo piano, ma perché il libro è il frutto (appunto!), la testimonianza di quell’incontro, della possibilità (come ha detto sr Gloria) di rinnovare lo sguardo davanti alla realtà.
PS: A proposito del sorriso di sr Gloria. E' la prima cosa che mi ha colpito, insieme ai suoi occhi, ridenti anch’essi. Bellissimo, aperto, che non si è mai spento, eppure alle 23 doveva essere stanca, dopo essere partita da Carpegna la mattina presto per una giornata fitta d’incontri, e dopo aver scritto decine, anzi centinaia di dediche sulla prima pagina del libro. Sereno, il sorriso, come i suoi occhi, come è lei, evidentemente.
PPS: Questo scritto equivale ad un abbraccio (a tutti e tre) come quello di cui parlavo
qui qualche giorno fa: un enorme punto esclamativo.
Qui stralci della prefazione di Magdi Cristiano Allam pubblicati da Tempi in occasione dell’uscita del libro.
Una delle cose che ho imparato da mio padre è la modalità di approccio alle cose e soprattutto alle persone, modalità che passa sostanzialmente attraverso la curiosità e (almeno tendenzialmente) l’assenza di pre-giudizi.
Curiosità è avere gli occhi aperti, spalancati sulla realtà, senza censurare nulla, volendo solo conoscere tutto quello che la vita in un modo o nell’altro ti pone davanti. Curiosità è, quindi, essenzialmente apertura. Ma l’apertura può definirsi tale solo se l’approccio avviene senza pre-giudizi.
Per esempio sulle persone: incontri uno che sai perfettamente che non la pensa come te. La posizione più facile è certamente quella di evitarlo, nel senso di evitare discussioni talché tu rimani della tua idea, lui della sua, tanto non ci si incontrerà più. La posizione più difficile è quella di partire all’attacco mirando alla “conversione” dell’altro, il più delle volte in maniera quasi violenta, cercando di imporre la tua opinione senza ascoltare quella dell’altro. Ma l'esito non è scontato: non è detto che vinca chi è nel giusto. Nell’uno e nell’altro caso si dà per scontato che una posizione è giusta (e quindi l’altra è sbagliata), e spesso non si fa neanche la fatica di domandarsi, per esempio, come l’altro abbia maturato una posizione diversa.
La posizione curiosa e senza pre-giudizi invece è l'esatto contrario: l’apertura, e l’ascolto dell’altro, senza giudicarlo prima. Ed insegnarmi questo ritengo che sia stato, appunto, uno dei regali più grandi che mio padre mi poteva fare.
Quando mi capita di incontrare persone che funzionano così (che non sono molte), in me scatta una sorta di molla (la curiosità, appunto): letteralmente le punto, le tengo d’occhio, mi piacerebbe anche andarle a cercare, per un confronto diretto, ma di mezzo spesso c’è la mia tendenziale timidezza.
Mi è capitato con alcune persone, e mi capitato così anche con Fabio Cavallari: sono anni che “lo tengo d’occhio”, leggo i suoi scritti, ho citato qui un piccolo brano del suo ultimo libro, Volti e stupore, lui se n’è accorto, e in un commento mi ha ringraziato. Il poveretto non sapeva cosa l’aspettava: il suo commento mi ha dato il coraggio di fare quello che da tanto tempo desideravo fare, cioè contattarlo.
Tralascio i particolari che non interessano, fatto sta che ieri Fabio è venuto a Roma per presentare il suo libro, e con l’occasione ci siamo incontrati: come capita spesso io mi difendo dalla mia timidezza parlando a raffica (tecnica sperimentata: se non stai un attimo zitta e parli di tutt’altro, eviti domande imbarazzanti). In altre parole l’ho seppellito di chiacchiere, il poveretto.
Ma poi è capitata una cosa buffa: ieri sera, durante la presentazione del libro, Fabio ha raccontato del suo incontro con sr. Gloria Riva, coautrice del libro suddetto, ed ha accennato all’approccio curioso e senza pre-giudizi, cioè esattamente a quello che io ieri appuntavo sull'ormai famoso quadernino, appunti che poi sono diventati la prima parte di questo scritto.
Da qui due considerazioni, che mentre ero in sala ascoltando Fabio e sr. Gloria mi hanno fatto ridacchiare: la prima è che stavolta, caro Fabio, seppur involontariamente e senza saperlo, sei tu che hai citato me; la seconda discende in qualche modo dalla prima: su di te, Fabio, ci avevo visto giusto.
La conseguenza di una posizione così (curiosa e senza pre-giudizi) l'ha detta sr. Gloria sempre ieri sera: nella diversità di vedute è possibile uno sguardo unico.
PS: nel dire che Fabio ha citato me accampo indebiti diritti, perché so bene che non è così: però l’aver usato – guarda caso – le stesse due parole, mi conferma che era doveroso andarlo a cercare. Stessa cosa sarebbe da dire di sr. Gloria, salvo il fatto che andare a pescare lei è un tantinello più complicato.
Fotografia è scrivere con la luce, letteralmente. Ma non solo.
Per me è anche:
- vedere l'anima delle cose, sotto una luce altra;
- il sottile tentativo di trascrivere ciò che vediamo;
- l'arte di scovare l'inconsueto che sta sotto gli occhi di tutti;
- l'occasione di fermare un attimo del presente consegnandolo intatto al futuro.
Questa non si può definire una citazione, piuttosto è pura scopiazzatura dal sito www.arsmaior.com
E con ciò rendo omaggio al mio (vulkanico) amico Marco: vedendolo lavorare, ho capito l’esatta portata delle affermazioni di cui sopra (che sono prese dal suo sito, appunto). E gli auguro con tutto il cuore di riuscire a fare quello che desidera fare.
Mi hanno regalato dei pan di ramerino.
Roba da 10 punti esclamativi.
E il punto esclamativo profumava di pepe e zenzero.
Era una bambina con gli occhi pieni sogni.
Capace di sognare a partire dall’oggetto più insignificante che le capitava tra le mani, di inventarsi le favole (sogni appunto) che nessuno le aveva mai raccontato.
Quanto più la realtà le incideva la vita, tanto più lei si rifugiava nei sogni. Quanto più la vita era dura con lei, tanto più lei era capace di sognare.
Sogni. Non chimere, piuttosto desideri, e speranze.
Ed infatti i suoi sogni nascevano sempre dalla realtà, erano la sua capacità di cercare di vedere sempre il lato bello delle cose reali, in cui i principi azzurri in groppa a cavalli bianchi non avevano posto.
Infanzia infelice? Forse a vederla dall'esterno. Ma per lei no. Lei, Nina, sognava. E viveva: i suoi sogni altro non erano che i suoi desideri e le sue speranze.
E anche quando la bambina è diventata una donna adulta, che viveva (e combatteva) ogni giorno la sua vita, ancora i sogni ricamavano la sua giornata, ancora era capace di commuoversi davanti ad un tramonto, di sognare guardando un fiore che sboccia.
Ma non era fuori dalla realtà, tutt’altro: viveva pienamente la realtà – e come avrebbe potuto sottrarvisi? – solo che la realtà non è mai riuscita a sconfiggere i suoi sogni, i suoi desideri e le sue speranze.
Un po’ come la “disperata vitalità” di Pasolini, un’aggrapparsi disperato alla vita partendo dalla vita stessa, disperato non perché senza speranza, ma perché è speranza di chi può mettersi totalmente in gioco, tanto non ha nulla da perdere.
Era una bambina con gli occhi pieni di sogni, poi una donna che nei sogni trovava la forza per continuare a combattere, e a vivere, perchè i sogni non si possono fermare, anche se la vita fa di tutto per fermarli.
Solo la morte. Ma la morte può fermare la vita, non può spegnere i sogni, i desideri e le speranze che sono già stati donati al mondo.
Un mio amico dice che dell’immortalità dell’anima non gliene frega nulla, e che sapere che l’anima di sua moglie vive in paradiso lo consola fino ad un certo punto; quello che lo conforta davvero è di poterla riabbracciare, un giorno.
Quando cucinare è comunicare il calore di un affetto, si torna volentieri a casa, la sera.
E l’impegno tra i fornelli non è più una fatica, diventa un piacere.
(Dedicato ad un amico che mi ha riacceso la voglia di spignattare)
Hai sempre detto, ti credevi per sempre indifferente alle passioni, e credevi che quell'indifferenza fosse saggezza.
Poi hai scoperto che di quelle passioni che ti disgustavano hai bisogno, come della sua droga l'eroinomane cui fu tolta la sua siringa, come del vino l'alcolista condannato al regime dell'acqua pura.
Provi la nostalgia di quelle emozioni malsane di cui tu stesso hai condannato la sterilità dolorosa.
E così diventi il terreno più propizio di coltura di tutti i germi morbosi che nuotano nell'atmosfera: nel momento stesso in cui tutto pareva annunciare una pacificazione definitiva dei sensi nel destino, avvengono degli scompigli così rapidi e così fulminei, che i testimoni e le vittime di quelle improvvise esplosioni di malattia ne rimangono più sconcertati che disperati.
NB: Scopiazzato, vatti a ricordare da dove.
E un giorno è arrivata l’ora di una realtà nuova che nell’ingenua arroganza della mia giovinezza non avevo mai sospettato. I miei giganti hanno ora i piedi di argilla, vacillano incredibilmente, si perdono per cose di poco conto. Ora hanno bisogno di me, mentre ho sempre pensato che dovessi essere solo io ad avere bisogno di loro. Ora mi guardano con uno sguardo incerto e tentennante, che non conosco, perché in quei loro occhi formidabili ho trovato sempre certezze e rassicurazioni e conforto.
Nella mia vita fortunata, i miei giganti mi hanno dato tantissimo. Non saprò mai ripagarli in giusta misura, nel rabbioso stupore che provo vedendoli ora stanchi e disorientati.
Mi hanno insegnato tutto. Ma non sapevo che mi avrebbero poi messo in condizione di imparare anche come si scendono pochi scalini con le braccia allacciate in traballanti cautele, come si monta un materasso contro le piaghe da decubito, come si cambiano i bambini che sono diventati vecchi.
Mi hanno insegnato anche questi fastidiosi rituali. E per farmi parlare con loro, sono riusciti persino, dopo una vita, a farmi recitare una preghiera dimenticata, quando menti esauste restituivano alla loro voce solo il ricordo di avemaria sciorinate per una vita. E sono riusciti persino a farmi passare con loro, sospeso ad un respiro sospeso nel buio di una stanza di dolore, le notti di fine anno, quando tra i fuochi e gli auguri nemmeno le badanti più assidue vogliono venire.
Rita, quali che siano i tuoi problemi, tuoi, o delle persone che ami, so che il dolore fa sempre molto male. Ti sono vicino.
Paolo
Ho ricevuto questo messaggio qualche giorno fa da un amico, ma era troppo bello per tenerlo solo per me, per cui dopo un po’ di titubanza ho deciso di riportarlo qui, sperando che non se ne dispiaccia.
Che strana sensazione, una lettera tra le mani. Non una mail, una lettera di carta. E scritta a mano.
In un mondo dove si comunica prevalentemente per telefono, dove per scrivere si usano solo tastiere (del telefonino o del PC) e a mano si scrive al massimo un biglietto di accompagnamento ad un regalo (e neanche sempre), una lettera di carta, e per di più scritta a mano, è commovente.
Tecnicamente non è una lettera d’amore, ma è la lettera d’amore più bella che abbia mai letto.
Non so perchè, ma a volte le parole di uno stronzo (per natura o per contratto?) hanno la tenerezza ed il calore dell'abbraccio di un amico vero.
La tristezza va esorcizzata, esattamente come la paura, perché in fondo la tristezza sotto molti aspetti assomiglia alla paura.
Come la paura, la tristezza si supera più facilmente se qualcuno ti abbraccia e ti tiene per mano.
L’avevo già detto, ne ero convinta, ma se la sfogliatella te la fa un amico con le sue mani… altro che miracoli!
Le cose (o le persone) a volte cambiano, altre volte cambia solo la prospettiva.
Comunque tutti i cambiamenti in qualche modo sorprendono, o anche spiazzano, ma l’importante è avere qualche punto fermo cui aggrapparsi.
E’ drammatico quando i cambiamenti fanno saltare anche i punti fermi ai quali eri abituato ad aggrapparti.
E’ bellissimo quando ti accorgi che, per fortuna, nonostante i cambiamenti qualche altro punto fermo c’è: magari nascosto, ma c'è.
E' commovente quando scopri che il punto fermo, per quanto nascosto e inaspettato, è solido quanto mai avresti immaginato.
… visto che non copio né cito, ma mi limito a mettere un
collegamento!
Oggi ozio!
Oggi è stata una giornata intensissima, di quelle che tolgono il respiro.
Ma il fiato avrei preferito farmelo togliere da te, se solo fossi stato qui.
A volte, per rasserenare lo spirito, basta guardare appena più lontano del proprio naso, ma non serve neanche allontanarsi troppo.
A volte basta soltanto guardarsi intorno, vicino, molto vicino, appena un po’ più in là di sé stessi.
E’ pur vero che sembra più facile ed immediato chiudersi al mondo esterno, ranicchiandoci su noi stessi oppure, all’opposto, cercare il cambiamento radicale.
Ma in ambedue i casi, per motivi diversi, difficilmente si arriva a qualcosa di utile…
Che cosa di stravolgente puoi trovare, dentro di te, che non conosci già? Può essere che ci sia, ma se ancora non l’hai visto, pensi di riuscire a tirarlo fuori nei momenti di sconforto?
Ed il cambiamento radicale: è davvero così facile da attuare?
Invece a volte basta appena appena alzare lo sguardo, per incontrare gli occhi di qualcuno che ti vuole bene.
E magari anche imparare a parlare in prima persona.
Però anche una chiacchierata con un amico, magari davanti ad un profiterol spettacolare preparato al momento, non è male, anzi!
Il dulce de leche è una cosa fantastica.
Gli ingredienti sono semplici ed è molto facile da preparare, anzi non c’è proprio nulla da preparare – solo mettere a bollire insieme latte, zucchero e vaniglia – e poi aspettare, perché richiede un tempo di cottura alquanto lungo. Ma il risultato è straordinario, perché non te lo aspetti che una cosa così semplice sia così buona. Si potrebbe dire che il buono viene fuori alla distanza.
Come certe persone: dai un’occhiata agli “ingredienti”, e pensi che non se ne possa tirar fuori nulla di particolare. Ma poi alla distanza, dopo lenta “cottura”, viene fuori un “dolce” straordinario.
La parole non bastano, lo so io e lo sai tu.
Ti auguro tutto il bene del mondo.