Perle sparse un po' dovunque che altrimenti andrebbero perse....

Eccomi

Blogger: ritarella
Nome: Chi sono probabilmente si capisce da quello che scrivo qui.
Questo blog nasce non per comunicare qualcosa di particolare a qualcuno in particolare, ma solo per raccogliere pensieri, ricordi, sensazioni, riflessioni... perle insomma. Perle che sono pane per l'anima (e con ciò è spiegata anche l'immagine, piccoli panini in fila, appunto come perle). Il blog contiene solo scritti, moltissimi dei quali provenienti da dei quaderni che mi hanno accompagnato fin da quando avevo 14 anni, e su cui ho annotato di tutto, pensieri, citazioni, battute di spirito, ricordi, aforismi, qualunque cosa che in quel momento mi abbia colpito o interessato, indifferentemente cose serie (poche) e cretinate (tante). Li ho conservati tutti, questi quaderni, ormai sono decine, e appunto molto di quanto riportato in questo blog proviene da lì, tutte cose appuntate nell'arco di decenni, a volte rivisitate, molto più spesso riportate volutamente senza data, perché con il passare del tempo il motivo per cui sono state scritte non c'è più, e quindi il valore dello scritto è intrinseco, ormai sganciato dal fatto che l’ha provocato. E' una cosa nata per gioco e senza alcuna pretesa, che a distanza di mesi è sì ancora un gioco e continua a non aver pretese, ma è diventato anche uno sfogo ed un rifugio: un appuntamento quasi quotidiano, che da una parte mi provoca e dall’altra mi rilassa, ma di cui sento il bisogno. Anche se – per dirla tutta – m'imbarazza un po’ sapere che c’è qualcuno che legge quel che scrivo. E magari apprezza anche qualcosa di ciò che scrivo. Un pizzico di vanità? Certamente, ma non avendo intenzione di cambiare mestiere, con questo blog continuo solo a giocare. Ma ovviamente il blog è aperto a chiunque abbia voglia di leggere o anche lasciare un commento.

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martedì, 03 giugno 2008
Ci sono anime

Ci sono anime che vagano sul cratere della Città.
Sono angeli per chi li sa vedere.
Forse è solo il sogno di un poeta lontano
che azzera tempo e spazio col pensiero.
Forse è la poesia di un sogno vicino
che tempo e spazio ha già azzerato.
E il postino va ignaro
a recapitare lettere tra sogno e poesia.
(Enzo Sarrubbi)

Postato da: ritarella a giugno 03, 2008 10:53 | link | commenti (1)
poesie, antologia

lunedì, 26 maggio 2008
Non ti devi inventare nulla

Quando s’eleva il cuore all’amoroso dono
non più s’inventan gli uomini, ma sono.
(Clemente Rebora, in Frammenti lirici)

Postato da: ritarella a maggio 26, 2008 13:55 | link | commenti (1)
antologia

venerdì, 16 maggio 2008
Il mio cuore, dorme?

Il mio cuore, dorme?
No. Il mio cuore non dorme.
È sveglio, sveglio.
Non dorme né sogna, guarda,
gli occhi chiari aperti,
segni lontani e ascolta
alla riva del grande silenzio.
(Antonio Machado)

Postato da: ritarella a maggio 16, 2008 08:53 | link | commenti (2)
poesie, antologia

sabato, 03 maggio 2008
Chiudi gli occhi e vola

Chiunque tu sia
fermati un attimo.
Ricordati che hai un’anima.
Chiudi gli occhi e vola.
Hai visto? Non è poi così difficile
trovare un momento di pausa
in un mondo di pazzia.
(Enzo Sarrubbi)
Ho titolato “Chiudi gli occhi e vola”, ma non è il titolo di questi versi, non se se nemmeno ce l’hanno, un titolo. Ma chiudere gli occhi e volare è possibile.

Postato da: ritarella a maggio 03, 2008 14:35 | link | commenti (4)
poesie, antologia

lunedì, 28 aprile 2008
Il dono della libertà

Io ti dico che non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza.
(F. Dostoevskij, in I fratelli Karamazov)
La citazione è tratta dal brano noto come “La Leggenda del Grande Inquisitore”, che vale la pena rileggere per intero, qui.

Postato da: ritarella a aprile 28, 2008 09:08 | link | commenti (3)
citazioni, antologia

giovedì, 24 aprile 2008
Forse un mattino andando

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sará troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Eugenio Montale, in Ossi di seppia)
L’aria di vetro… un senso di sospensione ed insieme di concretezza.
“Tutto è niente” è solo una metafora disperata.

Postato da: ritarella a aprile 24, 2008 11:03 | link | commenti (3)
poesie, antologia

giovedì, 17 aprile 2008
Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l'emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell'Egitto,
a imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.
E se la ritrovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.
(Costantinos Kavafis)

Postato da: ritarella a aprile 17, 2008 09:08 | link | commenti (2)
poesie, antologia

mercoledì, 16 aprile 2008
Sordello

E chi è Sordello? Un poeta mantovano vissuto nella seconda metà del 1200. Lo cita Dante nel VI canto del Purgatorio.
L’incontro con quest’anima dà l’occasione a Dante per una lunga digressione, che occupa tutta la seconda parte del canto (dal v. 76 in poi) circa la situazione politica dell’Italia: ne esce tracciato un quadro fosco e cupo, in cui la penisola appare abbandonata a se stessa, priva di una guida temporale, piagata in ogni lembo di terra da conflitti tra fazioni.
Mi auguro che nessuno – maggioranza od opposizione – se ne chiami fuori.
Qui.

Postato da: ritarella a aprile 16, 2008 16:47 | link | commenti (1)
riflessioni, antologia

venerdì, 11 aprile 2008
Volti e stupore

“Tu mi provochi…” diceva il grande Sordi in un celebre film… vista la notorietà della battuta non serve completarla: volevo solo sdrammatizzare un po’; e poi il provocatore non è un piatto di maccheroni, tutt'altro, e se lo addento potrei fargli male, visto che è piuttosto mingherlino.
Bene, allora accolgo la provocazione di Fabio e racconto come al solito il mio punto di vista: questa non è e non vuole essere una recensione.
Quella di domenica 6 aprile era definita “Presentazione”, oggetto era il libro Volti e stupore, scritto a quattro mani da Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva, con prefazione di Magdi Allam (com’è scritto in copertina), ora Magdi Cristiano Allam. L’hanno chiamata “Presentazione”, ma a mio avviso è stato qualcosa di diverso, qualcosa di più.
E’ stato innanzitutto il racconto dell’incontro tra due persone (Fabio Cavallari e sr Maria Gloria Riva) apparentemente lontanissime, ma con un cuore incredibilmente simile. Un incontro che si è giocato tutto sulla curiosità, sull’assenza di pre-giudizi e (come mi ha giustamente corretto Fabio) sullo stupore. Prima ancora che di un lavoro comune è stato il racconto dell’amicizia nata da quell’incontro e dal dialogo che ne è seguito.
Anche l’intervento di Magdi Cristiano Allam, altro non è stato che il raccontare un incontro (tra lui e gli autori del libro) che si è innestato – sì, innesto, quello che si fa sugli alberi da frutta, è proprio la parola giusta – sull’altro incontro, quello appunto tra Fabio e sr Gloria.
Magdi Cristiano ha parlato per primo, subito dopo è intervenuto Fabio e quindi sr Gloria, eppure per quanto distinti gli interventi erano una sorta di dialogo, un continuo richiamo l’uno dell’altro, tra Fabio e sr Gloria e tra loro due e Magdi Cristiano. Nel buio della sala ho appuntato alcune delle frasi che sono state dette dall’uno e dall’altra, ma a rileggerle mi accorgo che è assolutamente irrilevante chi l’abbia detta, sono praticamente intercambiabili: “Il dialogo è possibile su delle verità non su dei discorsi”; “La verità nasce solo dentro il dialogo”; “La parola amico ha la stessa radice etimologica della parola amore”; “Comunicare vuol dire amare l’altro fin nella sua profondità”.
Sr Gloria ha iniziato il suo intervento parlando della balena, che ha due occhi ma vede o dall’uno o dall’altro, ha quindi una visione parziale, e pertanto non riesce a vedere la realtà perché le manca la visione d’insieme; lo ha concluso dicendo che dalla diversità di vedute è possibile uno sguardo unico. Questa potrebbe essere la sintesi, quasi la morale della storia che Fabio e sr Gloria ci hanno raccontato, ma a fermarsi qui non si renderebbe giustizia a quello che l’incontro di domenica è stato.
Per le esigenze per così dire strutturali (parlando da un palco devi per forza rivolgerti alla platea) Fabio, sr Gloria e Magdi Cristiano guardavano avanti a loro, ma a me è sembrato che si guardassero negli occhi: in quegli sguardi si percepiva chiaramente l’affetto di oggi, eppure io ci ho visto anche la stessa curiosità e lo stesso stupore che deve aver segnato il primo incontro tra Fabio e sr Gloria, e poi quello con Magdi Cristiano. Solo per lo stupore di un incontro così puoi capire cosa intendeva Fabio quando ha detto, anzi quasi urlato “Come si fa ad immaginare un mondo senza speranza?”
Qualche giorno prima dell’incontro mi ero soffermata sulla testata del blog di Fabio , dove è riportato un brano di Pasolini: “Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma del forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine.” Credo che quello che ha detto sr Gloria quasi alla fine del suo intervento non è molto diverso: “Noi non abbiamo delle relazioni, spesso colmiamo dei vuoti”, e poi “La vita ti vive, non sei tu che vivi”. Ma vorrei chiedere a Fabio se è ancora convinto, di quella solitudine.
La storia che domenica è stata raccontata non so dire come ma in qualche modo ha catturato anche me, visto che li sto chiamando per nome, come amici di lunga data: eppure Fabio, di persona, l’ho conosciuto solo qualche ora prima, e sr Gloria e Magdi Cristiano li ho visti solo da lontano. Ma sento che non è esagerato dire che ho percepito nell’ironia delle battute di Fabio e nel ridere di sr Gloria a quelle battute una sorta di familiarità, che mi ha stupito ed insieme confortato.
Da quanto sopra sembrerebbe che il libro sia passato in secondo piano. Tutt’altro: il libro è sempre rimasto in primo piano, ma perché il libro è il frutto (appunto!), la testimonianza di quell’incontro, della possibilità (come ha detto sr Gloria) di rinnovare lo sguardo davanti alla realtà.
PS: A proposito del sorriso di sr Gloria. E' la prima cosa che mi ha colpito, insieme ai suoi occhi, ridenti anch’essi. Bellissimo, aperto, che non si è mai spento, eppure alle 23 doveva essere stanca, dopo essere partita da Carpegna la mattina presto per una giornata fitta d’incontri, e dopo aver scritto decine, anzi centinaia di dediche sulla prima pagina del libro. Sereno, il sorriso, come i suoi occhi, come è lei, evidentemente.
PPS: Questo scritto equivale ad un abbraccio (a tutti e tre) come quello di cui parlavo qui qualche giorno fa: un enorme punto esclamativo.
Qui stralci della prefazione di Magdi Cristiano Allam pubblicati da Tempi in occasione dell’uscita del libro.

Postato da: ritarella a aprile 11, 2008 15:20 | link | commenti (11)
ritratti, antologia, libri e dischi, gli altri importanti

giovedì, 13 marzo 2008
Dove è più magro

Ancora gli occhi vagano incerti, e le parole perse nei pochi ricordi. O almeno, con molti ricordi, ma solo di sogni. Millimetri fintamente taglienti.
Sul sedile accanto al mio l'oceano scorre nei titoli di coda della mia vita, in bilico su una rugginosa panchina bianca,
ad aspettare lei… coraggio ed incoscienza…
La crepa del cielo, col fiato in sosta tra gola e palato, mi crede folle nel parlare sostanzialmente di niente, una musica assordante da ricacciarci tutti i sentimenti nella cappa nera,
ad aspettare lei…
L’ho quasi dimenticata.
E le parole ora suonano vuote e indifferenti, echi detonati che portano il bicchiere alle mie labbra.
(Joshua Weinberg)

Postato da: ritarella a marzo 13, 2008 09:12 | link | commenti
poesie, antologia

giovedì, 06 marzo 2008
Lo steddazzu

L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara
che l'inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall'alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci ? Domani
tornerà l'alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,
l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.
(Cesare Pavese)
Ieri mi hanno regalato un libro su Pavese, molto bello. E molto bella era la dedica vergata sulla prima pagina: due versi di questa poesia di Pavese, che io amo molto, due versi che io cito spesso (l’ho fatto anche qui nel blog, qualche settimana fa): “Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno / in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara / che l'inutilità”.
Questi due versi apparentemente sono una sorta di riflessione, ma il particolare che non siano alla fine, come ci si aspetterebbe, ma piazzati nel bel mezzo della descrizione dell’uomo solo, indica che di quella immagine sono parte sostanziale: quella descritta E’ l’alba di un giorno inutile, in cui nulla accadrà. Un giorno vuoto.

Postato da: ritarella a marzo 06, 2008 11:04 | link | commenti (1)
antologia

martedì, 26 febbraio 2008
Pigne

Sulla fettuccia azzurra dell'autostrada il rombo dei motori è come l'urlo d'un animale ferito a morte.
Oltre il guard-rail in fibrocemento, prati gonfi e arcuati si susseguono a perdita d'occhio, c'è il verde, il giallo, ancora verde, una luce di smeraldo che il biancore scheletrico della stecconata spezza e compone in geometriche triangolazioni.
Una nuvola pazza di combustibile bruciato contamina il sole e l'azzurro, si deposita avida di quiete ai margini delle corsie.
I primi quaranta chilometri sono una sfida. Non c'è limite di velocità, non c'è l'obbligo della guida automatica. C'è solo amore.
Chi vuole, può immettersi nella corsia di sicurezza, ma nessuno lo fa, corrono tutti come inseguiti da mille rimorsi, nessuno accetterebbe di passare per vile, l'occasione è buona per gareggiare e mettere a repentaglio la propria vita in un gioco dove conta soltanto l'audacia e il cinismo.
"Smettila"
No, io amo, e tu?
(Joshua Weinberg)

Postato da: ritarella a febbraio 26, 2008 11:21 | link | commenti
poesie, antologia

domenica, 17 febbraio 2008
Tratti

Le sirene cantano, strade, uomini, ci si ritrova a riflettere, riflessi nella propria immagine sporcata dal vetro d'un metrò. Mp3. Silenzio. O quasi.
Un tappeto d'attimi. Non sentirsi adulti. Ancora come quando facevi il liceo e tradivi la vita.
"E poi, non baciarmi", ah, benissimo, con quei capelli e quel corpo ne avrai viste delle belle. Una cosa strana. Stamattina. Addosso forse venti, o dieci. Anni luce.
Così ora, tra quelle strade, cammini in un mucchio di bambini. Non rifletti più. Respiri. "E poi?"
E' mattina. E' tutto a posto... senza sapere esattamente il perchè.
(Joshua Weinberg)

Postato da: ritarella a febbraio 17, 2008 15:30 | link | commenti (2)
poesie, antologia

lunedì, 21 gennaio 2008
Per fortuna non finisce lì

(…) A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dir questa
solitudine immensa? Ed io che sono? (…)
(G. Leopardi, Canto di un pastore errante dell’Asia)
A che vale la vita, si chiede Leopardi, e faccio mie le sue parole, anche quelle successive, perché – per fortuna – il canto non finisce lì.

Postato da: ritarella a gennaio 21, 2008 09:41 | link | commenti (2)
antologia

mercoledì, 28 novembre 2007
Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là 've zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l'ombre lontane
Infra l'onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell'infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l'ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l'umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S'anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D'intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall'altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l'altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.
 
(Giacomo Leopardi)
 
Stamattina sono uscita molto presto, dovendo affrontare una giornata intensa e alquanto faticosa.
Ma la fatica di alzarsi prima del solito è stata ripagata da un cielo bellissimo, ancora scuro ma che pian piano cambiava colore… e mi è tornato alla mente questo bellissimo canto.

Postato da: ritarella a novembre 28, 2007 16:09 | link | commenti (1)
antologia

mercoledì, 14 novembre 2007
Il cieco

Chi l'udì prima piangere? Fu l'alba
Egli piangeva; e, per udirlo, ascese
qualche ramarro per una vitalba.
E stettero, per breve ora, sospese
su quel capo due grandi aquile fosche.
Presso era un cane, con le zampe tese
all'aria, morto: tra un ronzìo di mosche.
«Donde venni non so; né dove io vada
saper m'è dato. Il filo del pensiero
che mi reggeva, per la cieca strada,
da voci a voci, dal dì nero al nero
tacer notturno (m'addormii; sognai:
vedevo in sogno che vedevo il vero:
desto, più non lo so, né saprò mai...);
nel chiaro sonno, in mezzo a un rombo d'api,
si ruppe il tenue filo. E poi che gli occhi
apersi, cerco i due penduli capi
in vano. Mi levai sopra i ginocchi,
mi levai su' due piedi. E l'aria in vano
nera palpo, e la terra anche, s'io tocchi
pure il guinzaglio, cui lasciò la mano
addormentata. Oh! non credo io che dorma
la mia guida, e con lieve squittir segua
nel chiaro sonno il lieve odor d'un'orma!
Egli è fuggito; è vano che l'insegua
per l'ombra il suono delle mie parole!
Oh! la lunga ombra che non mai dilegua
per la sempre aspettata alba d'un sole,
che di là brilla! Vano il grido, vano
il pianto. Io sono il solo dei viventi,
lontano a tutti ed anche a me lontano.
Io so che in alto scivolano i venti,
e vanno e vanno senza trovar l'eco,
a cui frangere alfine i miei lamenti;
a cui portare il murmure del cieco...
Ma forse uno m'ascolta; uno mi vede,
invisibile. Sé dentro sé cela.
Sogghigni? piangi? m'ami? odii? Siede
in faccia a me. Chi che tu sia, rivela
chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace
o si compiange della mia querela!
Egli mi guarda immobilmente, e tace.
O forse una mi vede, una m'ascolta,
invisibile. È grande, orrida: il vento
le va fremendo tra la chioma folta.
Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento,
dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!
dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento
sopra la palma, che mi guarda, e tace.
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi
me, parla dunque: dove sono? Io voglio
cansar l'abisso che mi sento ai piedi...
di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio
n'odo incessante; e d'ogni intorno pare
che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,
tra un nero immenso fluttuar di mare».
Così piangeva: e l'aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sopra il suo capo piovvero le stelle.
Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, pieni
d'oblìo, volgeva; fin ch' - io so la strada –
una, la Morte, gli sussurrò - vieni! -
(Giovanni Pascoli)

Postato da: ritarella a novembre 14, 2007 12:09 | link | commenti
poesie, antologia

martedì, 13 novembre 2007
Dedicato a Francesca

«È che ogni bambino che nasce è una storia che comincia. I bambini nascono e ti guardano, non è vero che hanno gli occhi chiusi, ti guardano con quegli occhi spalancati. E attorno, tra chi assiste, c'è un istante, sempre, di silenzio. Anche se si è assistito a mille parti, si tace per un momento. E il bambino urla il suo vagito, che vuol dire che respira, che è vivo, ed è come un grazie, qualcosa che fa tremare. È come essere davanti a una grande sorgente inesauribile, e ogni volta ti sembra di nascere ancora, aiutando quella madre».
Flora Gualdani ha 67 anni, è maestra ostetrica a Indicatore, un piccolo paese in provincia di Arezzo. Ha fatto nascere la sua prima bambina all'Istituto degli Innocenti a Firenze, 50 anni fa. Poi, tra Firenze e questa campagna aretina, ne ha aiutati a venire alla luce migliaia. Negli anni Sessanta ha aperto una casa per ragazze madri e per i loro bambini. Poi ha girato il Terzo Mondo: ha aiutato le partorienti che nell'inferno della guerra cambogiana mettevano, comunque, al mondo un uomo. Racconta, la signora Flora, che nei paesi più poveri dell'Asia quando nasce un figlio, anche in zone i cui di figli ogni famiglia ne ha otto, è una festa; e aggiunge che un po' era così anche da noi, in Italia, nel dopoguerra, in campagna. «Il parto in casa era la festa delle donne, il gran giorno del paese».
Mondi finiti, inutile avere nostalgie. Di vero ancora però c'è che ci hanno tolto la gioia del mettere al mondo. Fin dall'inizio della gravidanza, l'ansia: due, tre, quattro ecografie, e screening, come se quell'attesa fosse una malattia, da tenere rigorosamente sotto controllo. E il parto: corsi, preparazioni psicofisiche. Chissà come facevano le nonne, senza corsi. Facevano, e bene, perchè nessuno aveva loro instillato l'idea che partorire fosse cosa strana e difficilissima, da affidare completamente a medici, macchine, quando non alla chirurgia.
Bisognerebbe ricominciare a dire alle figlie che le donne sono naturalmente capaci di partorire. Che il parto - il primo, gli altri molto meno - è vero, è doloroso, ma non del dolore di una malattia. Far nascere un figlio è una battaglia: per la vita, però, non per la morte. E non esistono battaglie incruente, né senza paura. Ma quando te lo mettono tra le braccia e ti butta addosso gli occhi sbalorditi, non è una banale vittoria. Abbracci uno che hai sempre aspettato - segno, e primizia. Per questo, attorno, tacciono.
(Senza paura per quegli occhi sbalorditi, di Marina Corradi, su Tempi)

Postato da: ritarella a novembre 13, 2007 08:54 | link | commenti (2)
ritratti, antologia, gli altri importanti

domenica, 28 ottobre 2007
Cercare una cosa sulla terra

Se ho un’anima, è questa: una festa
di celesti e verdi su qualcosa
della mia infanzia, che non ricordo più.
C’è in essi l’attesa delle cose
che ancora mi ostino a raggiungere:
l’averle avute prima di conoscere
cos’è il cercare una cosa sulla terra.
(Albero Bevilacqua, in Le Poesie)

Postato da: ritarella a ottobre 28, 2007 02:25 | link | commenti (1)
poesie, antologia

sabato, 20 ottobre 2007
Grande Woody...

La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perchè stai bene, e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d'oro.
Lavori quarant'anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi coi gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebé.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
...E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!
(Woody Allen)

Postato da: ritarella a ottobre 20, 2007 12:43 | link | commenti (2)
antologia, per sorridere

domenica, 14 ottobre 2007
Un articolo, che è un po’ come un breve racconto, e vale un augurio

Mercoledì scorso erano sedici anni. Mio marito aveva prenotato il ristorante per tutti e cinque. Io però, ansiosa di guardare in tv se Prodi cade, telefono e dico: andiamo domani. Lui si offende, ti importa più del governo che di me. Io ribatto che faccio la giornalista, e poi quando mai abbiamo santificato l'anniversario, che importa rimandare di un giorno? Lui sbatte giù il telefono. A cena poi ci andiamo, entrambi ingrugniti, litigando sulla strada da fare - «Ma dove diavolo vai, non è di qua» e «Fatti i fatti tuoi, so ben io dove andare». Seduti al ristorante, i tre figli però sono allegri - forse perché per una volta il risotto non è liofilizzato. Li osservo con un tacito stupore mentre ridono fra di loro. «Nonostante tutto, non siamo riusciti a rovinarli completamente», dico sorpresa al marito. Già, e nonostante tutto sedici anni dopo siamo ancora qui, insieme, e con questi tre.
Pioveva quel sei di giugno, come oggi. Noi due entrambi più o meno trentenni, entrambi un po' provati dalla modernità. Io tornavo dai viaggi di lavoro e trovavo ad aspettarmi solo un frigo pieno di yogurt scaduti. Libera, libera, era stato l'imperativo dei miei vent'anni. Già, ma, cominciavo a chiedermi, libera per far cosa? Lui invece abitava ancora coi suoi, e telefonava troppo spesso alla mamma. Quando mi chiese di sposarmi fui sbalordita e contenta. Peccato che il mattino dopo all'alba mi telefonò: scusa, ci ho ripensato. Fu un fidanzamento breve e burrascoso. Quando si trattò di spedire le partecipazioni, e a quel punto ci si giocava la faccia, lui aveva il volto verde pallido, davanti alla buca delle lettere. Sospettando ripensamenti in extremis mandai avanti un'amica, in chiesa, perché mi avvertisse se lo sposo arrivava. Solo allora mi fidai a presentarmi all'altare. Lui era sempre molto pallido.
I pronostici, fra i miei amici, non erano incoraggianti. Qualcuno aveva addirittura scommesso: non dura. Anche il novello sposo doveva avere dei dubbi, perché in viaggio di nozze a ogni cabina telefonava ai suoi amici a chiedere conforto. Però, di una cosa eravamo certi: volevamo dei figli. La notte che nacque il primo lui era accanto a me in sala parto, evidentemente sconvolto e incapace di intendere e di volere - però c'era, e disse subito: «È bellissimo». Né lui né io sapevamo cos'era un bambino. Il piccolo rivelò presto un carattere difficile: coliche del lattante nel cuore della notte, otiti con urla laceranti. Insieme, le prime volte, correvamo al pronto soccorso, nel panico. Ci scoprimmo più uniti, nell'affrontare le intemperanze del giovane tiranno. Tra noi il clima era spesso burrascoso, ma di quel tipo di quattro chili di peso ci innamorammo insieme. Per farlo mangiare, Mario saliva su una sedia, e si metteva a ballare.
Ma non eravamo né lui né io dei temperamenti solari. Ogni tanto avevo la depressione io, ogni tanto lui. Ci siamo scambiati i medici, e anche le medicine. «Prova questo, è ottimo», ci proponevamo l'un altro, allungandoci l'ultimo ritrovato della scienza. Ci sono stati momenti veramente neri, in cui abbiamo pensato d'essere stati dei folli a sposarci, entrambi così fragili. Tuttavia, ci eravamo sposati in chiesa perché ci credevamo. E poi c'era Pietro. Era così bello averlo, che ne volevamo un altro. Arrivò prima il nostro annus horribilis: lui perse il lavoro e io il bambino che aspettavo. Sembrava si dovesse deragliare. Poi lui ritrovò il lavoro e io scoprii di essere di nuovo incinta. Dallo studio dell'ecografista lo chiamai, esultante: «È lungo due millimetri, e si chiama Bernardo!».
Io però ho continuato a lavorare. Tutto diverso da prima: ora, quando ero all'estero, la sera andavo a guardare i bus per l'aeroporto, sognando di tornare a casa, dai tre. Oddio, non siamo mai stati una famiglia modello. Forse, a ripensarci, tanto arrabbiarsi ha almeno impedito i silenziosi rancori. Col passare del tempo, cresceva la certezza che ormai eravamo, pure nelle quotidiane incazzature, non due persone, ma una famiglia.
Ricordo mesi pesanti, quando aspettavo la terza figlia e non mi reggevo in piedi, con i due ancora piccoli. E lui, lui che non sapeva fare un uovo in padella, e io che mi trascinavo tra computer, pentole e biberon. Non è possibile che tu non sappia fare nulla in casa, urlavo, certa d'avere sposato l'uomo più imbranato di Milano. E pigro. Quando traslocammo, nella bolgia di casse e operai e bambini ronzanti, il marito non c'era più. Lo trovai addormentato, rannicchiato in posizione fetale, su un materasso sul pavimento.
Anche le cose quotidiane ci dividono. Lui comprerebbe anche le mutande in via Montenapoleone, a me piace il mercato. Lui adora correre in macchina, a me, quando guida lui, viene il maldimare. Io amo le vacanze on the road, lui ama il divano come un fratello. Abbiamo finito col trovare un compromesso: io parto coi figli per un viaggio in Spagna, tremila chilometri, quaranta gradi. Lui ci accompagna all'aeroporto e riesce a dire: che peccato che non posso venire.
Due anni fa i figli hanno voluto un gatto. «Odio i gatti, se lo prendete me ne vado di casa», fa il coniuge. Il gatto è arrivato, lui è rimasto. I figli ne hanno voluto un altro, lui ha giurato che chiedeva il divorzio. Poi ne è arrivato un terzo, e l'altra sera l'ho scoperto che lo accarezzava e gli parlava di nascosto. Sei un tiramolla, gli ho detto freddamente. Ce ne siamo dette, in sedici anni, di ben di peggio. Io me ne vado, vattene, vado dall'avvocato, va bene, vacci, eccetera. Alla fine non ci siamo mai andati. I figli si sono abituati ai temporali, e sanno che poi passano. A Messa, la domenica, da sedici anni andiamo nella stessa chiesa, quella della prima sera che siamo usciti insieme, che era una notte di Natale. Lì c'è un prete dal pessimo carattere, che ci ha sempre preso a pedate nel sedere, però ogni volta ci ha ricordato che avevamo scelto, e promesso, di essere marito e moglie. Ormai comincio a guardare con nostalgia alle foto di noi assieme in montagna, lui col più piccolo sulle spalle, sudati, affranti su qualche mulattiera delle Dolomiti. Sedici anni, è già un bel pezzo di vita. È stata spesso una grande fatica. Ma siamo qui, e i tre sanno che, comunque, ci restiamo.
Penso al mito della libertà dei miei vent'anni, al frigo muto e vuoto la sera, e alle feste, al non dovermi preoccupare di nessuno, come a una vita che è valsa la pena di conoscere - per sceglierne un'altra. Per vivere in un'altra logica da quella dell'attimo fuggente, del finché dura, dell'andare "dove ti porta il cuore". Per costruire, per continuare nei figli. Nelle foto di quel sei di giugno lui pare sgomento, e io sorrido, con addosso un tailleur bianco comprato appena due giorni prima, perché non ero certa che mi sposasse davvero. Quest'anno mi ha regalato un anello con un piccolo diamante. Però, mi sono detta, dopo sedici anni e tutte quelle che ci siamo dette, ha ancora voglia di regalarmi un diamante. E la cosa mi è sembrata straordinaria. Una grazia. Come questa casa piena di figli e gatti, con un grande frigo pieno zeppo, e gli zaini per terra in cui inciampi, urlando ogni sera che non si può andare avanti così.
(Sedici anni straordinari, di Marina Corradi, su Tempi)

Postato da: ritarella a ottobre 14, 2007 14:01 | link | commenti (2)
antologia

domenica, 30 settembre 2007
Cara beltà

Mi sono ritrovata per caso tra le mani i Canti di Leopardi, e altrettanto per caso il primo che ho riletto è stato questo, che è forse il più bello.
«Cara beltà...»: in queste parole c’è la sintesi della posizione di Leopardi dinnanzi all’esistenza. Commovente, e affascinante.
Alla sua donna
Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de' giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

Postato da: ritarella a settembre 30, 2007 12:57 | link | commenti (3)
antologia

mercoledì, 19 settembre 2007
Uno sconosciuto è il mio amico

Uno sconosciuto è il mio amico,
uno che io non conosco.
Uno sconosciuto lontano, lontano.
Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia.
Perché egli non è presso di me.
Perché egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore
della tua assenza?
Che colmi la terra della tua assenza?
(Par Lagerkvist, in Poesie)
Dedicato a Claudio (che non conosco) e a Marco (che ormai conosco abbastanza bene ma che continua a stupirmi), con lo stesso affetto e con la stessa speranza.

Postato da: ritarella a settembre 19, 2007 09:35 | link | commenti (3)
poesie, antologia

lunedì, 20 agosto 2007
Ballata dell'amore vero

Io vorrei volerti bene come ti ama Dio
con la stessa passione, con la stessa forza
con la stessa fedeltà che non ho io.
Mentre l'amore mio
è piccolo come un bambino
solo senza la madre
sperduto in un giardino.
Io vorrei volerti bene come ti ama Dio
con la stessa tenerezza, con la stessa fede
con la stessa libertà che non ho io.
Mentre l'amore mio
è fragile come un fiore
ha sete della pioggia
muore se non c'è il sole.
Io ti voglio bene e ne ringrazio Dio
che mi dà la tenerezza, che mi dà la forza
che mi dà la libertà che non ho io.
Ieri è morto Claudio Chieffo, uno che non ho difficoltà a definire “amico”, pur avendolo incontrato, di persona, solo un paio di volte ed in maniera superficiale.
Ma alcune delle canzoni che Claudio ha scritto, come questa, hanno accompagnato la mia vita.

Postato da: ritarella a agosto 20, 2007 07:28 | link | commenti (2)
antologia, gli altri importanti

sabato, 18 agosto 2007
Di che manca il cuore?

Di che questa penuria?
di che manca
il cuore
che quasi non respira?
d’aria
e luce?
di canto?
Chiuso sotto la mole
non sa se della storia
umana o di che altro evo,
brucia, consuma
solo un poco
il tempo
della sua
interminabile contumacia.
Oh poco. Troppo poco – pensa.
(Mario Luzi da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)

Postato da: ritarella a agosto 18, 2007 15:57 | link | commenti (2)
poesie, antologia

martedì, 10 luglio 2007
Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s'inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare l'avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s'alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
(Mario Luzi)

Postato da: ritarella a luglio 10, 2007 07:53 | link | commenti (3)
poesie, antologia

sabato, 07 luglio 2007
La morte non è niente

La morte non è niente, io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non usate mai un tono diverso.
Non abbiate un'aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre. Il filo non è spezzato.
Perchè dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perchè sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano, sono solo dall'altro lato del cammino.
(Charles Peguy)
Me l’ha data Francesca, una delle figlie di Paola, oggi, al funerale di sua madre.

Postato da: ritarella a luglio 07, 2007 15:41 | link | commenti (3)
poesie, antologia

giovedì, 05 luglio 2007
Il treno

Il treno per Milano è in partenza dal nono binario. Il muso affusolato ed elegante dell'Eurostar è immobile, il parabrezza rigato di pioggia. Corrono i viaggiatori in ritardo mentre la voce anonima dell'altoparlante annuncia che è l'ora. Una coppia di ragazzi si bacia come se si salutasse per sempre. Poi il capotreno si sporge dal predellino del primo vagone, getta un'occhiata al marciapiede dove non c'è più nessuno, con un ampio gesto del braccio sventola il berretto, il fischio taglia l'aria. È il segnale, con un soffio meccanico le portiere si chiudono, il locomotore si muove con lenta dolcezza, e trascinandosi dietro la lunga colonna di vagoni entra nella notte.
È strano. Un treno che parte è qualcosa che resti a guardare. Non come un pullman, o un'auto; quasi quell'allontanarsi nel buio, le luci rosse della carrozza di coda lampeggianti, fosse allusione ad altro, che confusamente ti commuove.
Forse è per via del sapiente orientarsi del locomotore nella ragnatela di scambi? Quei secchi scatti, e il serpente sferragliante che trova la strada come un animale che riconosce il suo sentiero. O forse è per lo stringersi nelle carozze, sotto a una luce fredda, di tante facce di uomini, così vicini e così stranieri? Poi quando il treno corre, le case e i paesi lungo i binari fuggono via in un baleno - come nei ricordi di un vecchio.
Oppure ciò che segretamente ci riguarda è la via già tracciata da quei binari lucenti: il treno non decide la sua strada, ma segue quella che gli è stata data. Solo aderendo a quella traccia, distinguendola nel sovrapporsi intricato di altre, altrove dirette, arriva dove è atteso - a destinazione, al suo destino. Allora dopo la lunga corsa scoccano, nel labirinto nero scintillante sotto ai fari, gli scambi giusti, e adagio le carrozze approdano sulla banchina.
Dove parenti e amici aspettano, mentre il locomotore sfiata sospiri metallici, stanco della fatica. Dove ci si ritrova e ci si abbraccia, e si va a casa, negli occhi ancora per un attimo quel misterioso indistricabile labirinto di acciaio attraversato.
Forse il marciare di un treno nella notte, mentre le cose fuggono accanto veloci e scompaiono, assomiglia a noi.
Ma il treno sa che una direzione gli è data. Forse la strana meraviglia dei treni è in quell'obbedire, e andare là dove sono attesi.Ciò che, a noi, è così difficile fare. Esiste la meta, ma non esiste la via, scrisse Kafka. Del treno amiamo la via d'acciaio, e il procedere certo nel dedalo di incroci, come di chi ben conosce la sua strada.
(Marina Corradi, su Tempi)

Postato da: ritarella a luglio 05, 2007 07:52 | link | commenti
antologia

lunedì, 04 giugno 2007
La giovinezza

«Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:
… più bella.
Ami, e non pensi essere amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore».
(Ada Negri, Mia giovinezza)
Le cose studiate a scuola, rivisitate da adulti, assumono un diverso spessore.

Postato da: ritarella a giugno 04, 2007 08:07 | link | commenti (1)
antologia

giovedì, 03 maggio 2007
Essere uno

Poiché ero due prima d’esser uno:
essere uno significa soffrirne.
Poiché ero tre prima d’esser uno:
essere uno significa morirne.
Poiché ero mille prima d’esser uno:
essere uno, dopo morto, vuole
dire essere Dio.
Poiché – dimenticavo – io ero zero,
felice e libero prima d’esser uno.
Poiché – dimenticavo – prima d’essere
uno, ero avena, fiume,
diviso, molto multiplo,
uccello, nube:
essere uno vuol dire sentirsi
insopportabilmente responsabile.
(Alain Bosquet)

Postato da: ritarella a maggio 03, 2007 09:22 | link | commenti (1)
poesie, antologia