Perle sparse un po' dovunque che altrimenti andrebbero perse....

Eccomi

Blogger: ritarella
Nome: Chi sono probabilmente si capisce da quello che scrivo qui.
Questo blog nasce non per comunicare qualcosa di particolare a qualcuno in particolare, ma solo per raccogliere pensieri, ricordi, sensazioni, riflessioni... perle insomma. Perle che sono pane per l'anima (e con ciò è spiegata anche l'immagine, piccoli panini in fila, appunto come perle). Il blog contiene solo scritti, moltissimi dei quali provenienti da dei quaderni che mi hanno accompagnato fin da quando avevo 14 anni, e su cui ho annotato di tutto, pensieri, citazioni, battute di spirito, ricordi, aforismi, qualunque cosa che in quel momento mi abbia colpito o interessato, indifferentemente cose serie (poche) e cretinate (tante). Li ho conservati tutti, questi quaderni, ormai sono decine, e appunto molto di quanto riportato in questo blog proviene da lì, tutte cose appuntate nell'arco di decenni, a volte rivisitate, molto più spesso riportate volutamente senza data, perché con il passare del tempo il motivo per cui sono state scritte non c'è più, e quindi il valore dello scritto è intrinseco, ormai sganciato dal fatto che l’ha provocato. E' una cosa nata per gioco e senza alcuna pretesa, che a distanza di mesi è sì ancora un gioco e continua a non aver pretese, ma è diventato anche uno sfogo ed un rifugio: un appuntamento quasi quotidiano, che da una parte mi provoca e dall’altra mi rilassa, ma di cui sento il bisogno. Anche se – per dirla tutta – m'imbarazza un po’ sapere che c’è qualcuno che legge quel che scrivo. E magari apprezza anche qualcosa di ciò che scrivo. Un pizzico di vanità? Certamente, ma non avendo intenzione di cambiare mestiere, con questo blog continuo solo a giocare. Ma ovviamente il blog è aperto a chiunque abbia voglia di leggere o anche lasciare un commento.

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sabato, 31 maggio 2008
Scrivere e ricordare

Nello scrivere, nel ricordare, si può provare emozione, ma anche dolore.
Il post di ieri viene da lontano. Era settimane, anzi mesi che era li, poco più di un’idea, un insieme di frasi lasciate a metà, ma non riuscivo a concludere: come se i fatti e le parole mi dessero un senso di disagio, di dolore, e di insoddisfazione. Ed infatti quando l’ho terminato non ne ero soddisfatta, non mi piaceva.
Però alla fine l’ho tirato fuori, l’ho messo qui ed è stata una sorta di liberazione: finalmente un distacco da quei fatti, che pure rimangono impressi nella carne come piaghe.
Ecco, scrivere e ricordare è anche questo: riuscire a distaccarsi, a guardare da fuori un qualcosa che comunque, è dentro di me.

Postato da: ritarella a maggio 31, 2008 16:02 | link | commenti (1)
parlando di me

venerdì, 30 maggio 2008
1968

Anno terribilis… ma non mi riferisco al solito “sessantotto” che peraltro, secondo me non è da definire terribile, anzi.
E’ l’anno in cui, nel giro di neanche 5 mesi, nella nostra "isola felice", sono morte quattro persone, e noi che allora eravamo bambini di 8-10 anni, cresciuti sereni e spensierati, quasi illusi che il massimo del dramma fosse un pallone che si bucava, abbiamo fatto l’esperienza della morte.
Non che non ci fossero state altre morti, prima, ma eravamo troppo piccoli per rendercene conto. E poi fu una tragica sequenza, le prime due morti a distanza di 10 giorni, e le altre due nei mesi subito successivi, abbracciando tutto l'arco dell'estate.
La prima della serie fu un vero shock: mio zio, un ragazzo di neanche 20 anni che si andò a schiantare con la moto a poche centinaia di metri da dove vivevamo tutti. E anche l’ultima – per me ancora più drammatica, perché per quanto da lontano io vidi l’incidente e fui io a dare l’allarme – non fu da meno: un uomo di neanche 30 anni, padre di due figli piccolissimi (2 anni il primo e pochi mesi la seconda), morto schiacciato per il ribaltamento del trattore che guidava. E di mezzo tra i due, mio nonno (il “patriarca”) e uno degli operai più anziani dell’azienda agricola dove sono cresciuta, uno che prima di me aveva visto nascere anche mio padre.
Gli adulti tendono sempre a proteggere i bambini, cercano di fare in modo che il dolore per la morte di persone care non lasci segni indelebili. Ma sulla nostra isola felice era calato un silenzio strano, che noi percepivamo chiaramente, nonostante la naturale spensieratezza dei bambini e gli sforzi degli adulti a che tutto sembrasse "normale".
E non solo perchè allora, in campagna, il lutto ed il dolore venivano quasi esibiti ("portare il lutto" era un obbligo) e non potevi far finta di non vederli. Per esempio le donne, vestite di nero: d'estate, specialmente in campagna, nessuno si vestiva di nero, perchè il nero attira il caldo e poi la polvere che in campagna regna sovrana sullo scuro si vede subito. Ma anche gli uomini, che portavano un bottone nero sul bavero anche quando andavano a lavorare.
Noi, il dolore e il lutto lo leggevamo negli occhi e nei volti di chi ci stava intorno, ma lo percepivamo soprattutto nello strano silenzio che regnava tra le case e nei campi: si era in lutto, nei campi non si sentivano più i canti che aiutavano ad alleviare la fatica, e sul piazzale, la sera, si continuava a stare seduti fuori la porta di casa, ma non si rideva, non si giocava a carte, non si beveva un bicchiere di vino insieme. Anche le voci erano scese di tono, trasformandosi in bisbigli, quasi a non voler disturbare il dolore di chi era stato più colpito dal lutto. E se gli adulti non cantavano, non ridevano fragorosamente nei momenti di riposo, se addirittura parlavano sottovoce, noi ci adeguavamo: nessuno ce lo aveva vietato, eppure anche noi evitavamo di gridare, le corse e i nostri giochi erano improvvisamente diventati silenziosi, come se ci rendessimo conto che il nostro chiasso da bambini sarebbe stato fuori luogo in quel silenzio irreale.
Quel silenzio non imposto, ma condiviso, tolse qualcosa alla nostra infanzia: quella tragica estate del 1968 ci costrinse a renderci conto che, ad un certo punto, e non necessariamente da vecchi, si muore. Ci costrinse a diventare grandi. E quando si diventa grandi, molte cose cambiano.

Postato da: ritarella a maggio 30, 2008 14:10 | link | commenti (6)
racconti, parlando di me, un mondo che non c è più

giovedì, 29 maggio 2008
Sono di lì

Io credo che il paradiso sia così: come un torpedone che ti porta verso quella felicità che ti corrisponde, fatto di curve, di robinie, di gelsi, di ruderi di un castello e di prati. Il mio Umano Piemonte ha iniziato a svelarsi quando, con la bicicletta, ho battuto le strade delle colline, in lungo e in largo. O quando a piedi ho percorso le valli lungo i torrenti e i fiumi, per cercare un odore, quasi un respiro che avevano sentito altri che erano venuti prima di me e che erano dentro di me. Sono di lì. “Un paese ci vuole – scriveva Pavese – anche solo per andarsene via”. Se dovessi descrivere da dove nasce una civiltà, non avrei dubbi: da una famiglia e da un paese. E l’altra faccia della medaglia, ossia l’inciviltà, è quel tempo rubato ai rapporti dalla televisione, che rappresenta una festa estranea a tutto ciò che è umano nel profondo del cuore.
(Paolo Massobrio, in Umano Piemonte)
Questa non è una semplice citazione, è anche un omaggio ad un caro amico, per suggellare e ricordare una bella serata.

Postato da: ritarella a maggio 29, 2008 09:43 | link | commenti (7)
citazioni, gli altri importanti

mercoledì, 28 maggio 2008
Camminando

Dice Kafka: “Esiste la meta ma non la strada”, un mio vulkanico amico ribatte: “Non esistono mete, ma solo cammini.”
Io mi sento una persona in viaggio, verso una meta che spesso non mi è chiara e camminando sulle strade che di volta in volta mi si aprono davanti.
Ma cammino domandando, e spero di non fermarmi.
E camminando s'incontrano tanti compagni di viaggio, molti dei quali lasciano un segno.

Postato da: ritarella a maggio 28, 2008 10:12 | link | commenti (3)
citazioni, riflessioni

martedì, 27 maggio 2008
Kitsch

Un modo per dire che una cosa fa schifo ma ti piace tanto...

Postato da: ritarella a maggio 27, 2008 12:46 | link | commenti (1)
per sorridere

lunedì, 26 maggio 2008
Non ti devi inventare nulla

Quando s’eleva il cuore all’amoroso dono
non più s’inventan gli uomini, ma sono.
(Clemente Rebora, in Frammenti lirici)

Postato da: ritarella a maggio 26, 2008 13:55 | link | commenti (1)
antologia

sabato, 24 maggio 2008
Un regalo

Ieri ho ricevuto un regalo. Gradito, ma soprattutto inaspettato, perché non c’era alcun motivo per quel regalo.
Ma la cosa che più mi ha commosso è stato il messaggio che lo accompagnava.
E' il messaggio – diretto, esclusivo, pensato per il destinatario del dono – che può dire l'affetto di chi dona, ed è personale come raramente un dono riesce ad essere.
Ecco, il vero regalo sono state le parole che hanno accompagnato il dono, parole che considero un'attestazione di stima e d'affetto senza pari, ed è per questo che le conserverò gelosamente, e non in un cassetto (dove le cose prima o poi si dimenticano).
“Un regalo è un regalo e prescinde da tutto” diceva tra l’altro il messaggio. Ecco, il pensiero affettivo di chi ha scritto le parole che accompagnavano il dono prescinde anche dal dono stesso. Ed è questo che mi ha commosso, ancor di più del regalo.
PS: Ovviamente anche il regalo era molto speciale. Anzi, a pensarci bene, il pensiero affettivo prescinde dal dono, ma se non ci fosse stato quel dono speciale non ci sarebbe stato neanche il messaggio speciale.

Postato da: ritarella a maggio 24, 2008 16:14 | link | commenti (2)
parlando di me, gli altri importanti

venerdì, 23 maggio 2008
Perchè l'amicizia si dispieghi

“Servire” è un termine oggi caduto in prescrizione, coniugato solo nella sua accezione negativa. Per Lucia servire è assistere al compimento, porgere e offrire la luce, preparare il terreno perché l’amicizia si dispieghi. Amico ha la stessa radice etimologica di Amore. Servire l’amico, colui che ama ed è riamato. Lucia cucina, serve, ama il suo commensale.
(Fabio Cavallari, in Volti e Stupore – Uomini feriti dalla bellezza)
Sono le ultime righe di un racconto bellissimo, che mi è capitato di rileggere ieri sera. Certo, estrapolate dal contesto forse non sono molto chiare, ma… tanto, qui, io scrivo per me. Però è quel lume, quella luce offerta che permette di capire certi rapporti. "Servire colui che ama ed è riamato" è la più bella definizione di amicizia che abbia mai sentito.

Postato da: ritarella a maggio 23, 2008 08:31 | link | commenti (1)
citazioni

giovedì, 22 maggio 2008
Banale ovvietà

Le cose belle arrivano quando meno te le aspetti, e da dove meno te le aspetti.
E’ una banalità? Oggi mi gira così. E non perchè mi sono alzata bene.

Postato da: ritarella a maggio 22, 2008 10:15 | link | commenti (6)
riflessioni

mercoledì, 21 maggio 2008
Il pozzo del passato

Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile? Imperscrutabile anche, e forse allora più che mai, quando si discute sul passato dell’uomo […] di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura orientata al piacere ma oltre natura misera e dolorosa.
(Thomas Mann, in Giuseppe e i suoi fratelli)

Postato da: ritarella a maggio 21, 2008 08:58 | link | commenti (1)
citazioni

martedì, 20 maggio 2008
Mancano uomini veri

Leo Longanesi diceva: “Non è la libertà che manca, mancano uomini liberi”.
La libertà è un bisogno radicale dell’uomo. Attenzione alla parola radicale: viene da radice, quindi questo aggettivo metaforicamente va inteso nel senso di principale, capitale, imprescindibile.
Ma se la libertà è un bisogno radicale, cioè imprescindibile, dire che mancano uomini liberi significa dire che mancano uomini veri?

Postato da: ritarella a maggio 20, 2008 09:19 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

lunedì, 19 maggio 2008
Fabio Mauri

L'esistenza è inverosimile rispetto a che? Appunto...
Lo scambio continuo tra soggetto e oggetto forma una soggettività oggettiva di cui l'arte è cifra.
Nessun segno particolare di cultura è fuori da un testo generale storico, e nessun testo generale storico o interpretazione di mondo è fuori dall’enigma più generale dell’universo.
Le prime due sono scritte gigantesche che campeggiano nel Foyer della sala Sinopoli, all’Auditorium di Roma, dove è in corso una mostra di Fabio Mauri, appunto, dal titolo “L’universo d’uso”.
La terza apre la presentazione di detta mostra nel sito dell’Auditorium.
Io sono ignorante e anche un po’ dura di comprendonio, mi verrebbe da chiedere se c’è qualcuno che sappia spiegarmele... ma giusto così, per curiosità.

Postato da: ritarella a maggio 19, 2008 09:12 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

sabato, 17 maggio 2008
Ogni frittata è una trasformazione termodinamica irreversibile

L’ha scritto il mio amico Giuseppe come messaggio personale nel suo contatto di msn.
Non so se è per questo che per dire “Ho fatto un guaio” si dice “Ho fatto una frittata”, anzi dubito che chi ha inventato questo modo di dire pensasse alla termodinamica, però è maledettamente vero.
Dicesi fisica applicata, e potrebbe giustificare le ore di studio in cui tante volte ti sei chiesto “Ma a che serve?”

Postato da: ritarella a maggio 17, 2008 12:26 | link | commenti (3)
per sorridere

venerdì, 16 maggio 2008
Il mio cuore, dorme?

Il mio cuore, dorme?
No. Il mio cuore non dorme.
È sveglio, sveglio.
Non dorme né sogna, guarda,
gli occhi chiari aperti,
segni lontani e ascolta
alla riva del grande silenzio.
(Antonio Machado)

Postato da: ritarella a maggio 16, 2008 08:53 | link | commenti (2)
poesie, antologia

giovedì, 15 maggio 2008
Fiducia

Fiducia, nel normale parlare avere fiducia diventa mi fido, per esempio “mi fido di quel che dici” inteso come “credo a quello che dici”, “mi fido della qualità di quel prodotto” per dire che non mi aspetto brutte sorprese.
Ma fiducia viene dal latino fidere, più precisamente fidere se alicui, cioè affidarsi ad uno, ragion per cui pensare che la parola fiducia venga accostata ad un formaggio mi fa accapponare la pelle: posso credere in quello che qualcuno dice, posso non aspettarmi brutte sorprese da qualcosa o da qualcuno, ma affidarmi a qualcuno è tutta un’altra faccenda.
In questo senso fede e fiducia non sono dissimili.

Postato da: ritarella a maggio 15, 2008 10:10 | link | commenti (3)
riflessioni

mercoledì, 14 maggio 2008
Pane per l'anima

Pane per l'anima: mi sono innamorata di questa bellissima espressione sentendola usare da un amico.
Pensando alla definizione di anima che si trova su un qualsiasi dizionario (De Mauro: “Principio immateriale della vita, concepito come origine delle attività spirituali e della coscienza umana, che, in molte religioni, si suppone separabile dal corpo e immortale”) verrebbe in mente di usare altri termini, più eterei, quasi trascendenti (!!!): per esempio comunemente ho sentito usare “sollievo dell’anima”.
Anche “cibo per l’anima” è espressione comune, ma la parola cibo è molto più generica della parola pane. Cibo è sinonimo di nutrimento, e con nutrimento si intende qualsiasi cosa, materiale o immateriale, che dia sostentamento al corpo, ma anche alla mente, o all’anima.
Dire “cibo per l’anima” o “pane per l’anima” per molti, probabilmente, è la stessa cosa. Secondo me no, perché quando dici “Pane” vuoi dire una cosa concreta, che si può toccare: è una parola che non ha doppi o tripli significati, che non lascia spazi ad elucubrazioni. Il pane è pane, non è un generico cibo qualsiasi, è "il" cibo.
Forse, anzi sicuramente è uno dei miei soliti voli, però per me dire “Pane per l’anima” è dire la risposta a quel bisogno primario ed insostituibile che l’anima ha. Cioè quel desiderio che, saziato, rimane aperto, cioè vivo.

Postato da: ritarella a maggio 14, 2008 15:52 | link | commenti (7)
riflessioni

martedì, 13 maggio 2008
La forza è desiderare

Ciò che sazia il desiderio, lo tiene aperto.

(Gregorio di Nissa)

Postato da: ritarella a maggio 13, 2008 09:04 | link | commenti (1)
citazioni

lunedì, 12 maggio 2008
Nuvole, pensieri, libertà

Sdraiata su un prato guardo le nuvole che si muovono nel cielo: sospinte dal vento, è impossibile imbrigliarle.
Anche i miei pensieri, specialmente quelli più belli: si muovono liberi sospinti dalle sensazioni, ma sono impossibili da trattenere.
Mi viene in mente che forse anche la libertà funziona allo stesso modo: è sospinta dalle situazioni della vita come le nuvole dal vento, ma è impossibile fermarla, perché la libertà si muove (e muove), sempre.
Scovata in un quaderno di quando avevo neanche 18 anni, trascritta qui senza cambiare una virgola, titolo compreso.

Postato da: ritarella a maggio 12, 2008 11:42 | link | commenti (1)
riflessioni

sabato, 10 maggio 2008
Marchette

Riflessione senza pretese, non seria, al massimo seriosa.
Ultimamente, con molta più frequenza di quanto non accadesse prima, sento utilizzare la parola “marchette”.
Dato per appurato che frequento più o meno le stesse persone di prima, mi chiedo se questo infilar marchette in ogni frase è perché la parola è diventata di moda, oppure se sono aumentate le marchette che, volente o nolente, ognuno è chiamato a pagare.
PS: appurato anche che molti non sanno perché si dice “marchette”.

Postato da: ritarella a maggio 10, 2008 15:06 | link | commenti (2)
riflessioni, per sorridere

venerdì, 09 maggio 2008
E' libero chi non consiste

E’ veramente libero dalle cose solo chi non consiste di quelle cose.
Quindi è libero dal potere solo chi non consiste del potere.

Postato da: ritarella a maggio 09, 2008 11:53 | link | commenti (3)
riflessioni

giovedì, 08 maggio 2008
Benedetto

Ti hanno dato quel nome, piccolo angelo, perché sei un dono benedetto.
Qualcuno potrebbe dire che al massimo avresti dovuto esserlo, o lo sei stato mentre tutti attendevano il tuo arrivo.
No, non va bene neanche dire così. Tu SEI un dono.
L’urlo del bimbo appena nato è un urlo alla vita: dal tuo piccolo corpicino quell’urlo non è uscito, ma dono tu sei.
Benedetto.
A Roberta e Carlo. Con affetto.

Postato da: ritarella a maggio 08, 2008 19:31 | link | commenti (2)
gli altri importanti

mercoledì, 07 maggio 2008
Nihil nisi per amicitiam cognoscitur

Nihil nisi per amicitiam cognoscitur: vivere una dimensione così è un’esperienza emozionante, anzi eccezionale.
Di quelle che smuovono, e commuovono.

Postato da: ritarella a maggio 07, 2008 09:19 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

martedì, 06 maggio 2008
Cum-panis

Cumpanis, colui con cui divido il pane, da cui deriva la parola “compagno”. Più che la parola dividere, o condividere, mi colpisce la parola pane. Si dividono o condividono tante cose (la strada, il lavoro, la scuola, l’amicizia, le idee…), ma per tutte si dice “compagno di..”: compagno di strada, compagno di scuola… come se il cum-panis venisse prima: si condivide il pane… e poi anche il resto.
Forse la mia è una forzatura, cioè la parola compagno viene sì dal condividere il pane ma poi il termine si è esteso a tutte le altre condivisioni della vita. Però è anche vero che, a pensarci bene, la prima condivisione è proprio il pane, cioè il sostentamento stesso, il bisogno primario della vita (almeno quella materiale).
Io sono cresciuta in campagna, in un’azienda agricola che era un po’ un piccolo villaggio indipendente: ogni famiglia aveva la sua casa, il suo piccolo orto sul retro, e anche un piccolo recinto con qualche gallina e qualche coniglio. Le famiglie in genere erano identificate non con i cognomi ma con il nome del capofamiglia, e visto che i nomi erano sempre gli stessi, c’era Giuseppe e poi Peppe e Peppino, Antonio e Tonino, Francesco, Franco e Checco. Usare i nomi è certamente più famigliare, però può sembrare più complicato, ma non era così: le famiglie erano tutte imparentate tra loro, per cui le 12-14 famiglie alla fine giravano tutte su 3 o 4 cognomi. Mogli e i figli erano identificati anche loro con il nome del capo famiglia: Maria di Nicola, Antonietta di Peppino, Franca di Antonio, Mario di Rocco, Franca di Giuseppe, Roberto di Checco e così via. Ma usare il “di…” era sottolineare un’appartenenza, una compagnia che il cognome non poteva rendere.
Tutte le case, quella di Rocco, quella di Nicola, quella di Peppino ecc. si affacciavano sul cortile centrale dell’azienda, chiamato “piazzale”, perché il effetti era come una piazza di un piccolo paese: dal piazzale si partiva la mattina per i campi, secondo quanto stabilito negli “ordini” affissi in una specie di bacheca, nel piazzale la sera ci si ritrovava a fare quattro chiacchiere, le donne a cucire o sferruzzare, gli uomini a fumare o a fare un giro a carte, i bambini a giocare. Le porte delle case erano sempre aperte, al massimo accostate, d’inverno, per non fare entrare il freddo.
Sul piazzale si affacciava anche la casa del “padrone”. Sì, veniva chiamato padrone, ma allora, in quell’ambito di campagna, la parola “padrone” non aveva alcunché di sprezzante né di sottomesso. Ad un certo punto qualcuno provò anche a sostituire “padrone” con “principale”, ma vuoi perché è più lungo, vuoi perché specie in campagna le tradizioni sono dure a morire, fatto sta che il principale restò padrone. I figli del padrone crescevano insieme ai figli degli operai: studiavano insieme e insieme giocavano (delle vere e proprie bande, divise dalle diverse età) e ne combinavano di tutti i colori, tipo tuffarsi (non sapendo nuotare) nella vasca di raccolta dell’acqua per l’irrigazione, oppure cavalcare di nascosto e senza sella i puledri al pascolo, oppure infilarsi – armati di candele e cordicelle per ritrovare l’uscita – nelle grotte di tufo per far volare via i pipistrelli. Ed insieme si pigliavano gli schiaffoni del primo adulto (operaio o padrone non era rilevante) che scopriva il fattaccio. Anzi, per dirla tutta, i figli del padrone in genere si beccavano la doppia razione: prima dall’operaio che li aveva beccati, e poi dal padre (il padrone) a casa, secondo la regola che “Tu dovresti dare il buon esempio!”.
C’erano com’è ovvio tante differenze, tra il principale e gli operai, ma anche tanta condivisione: il principale conosceva uno ad uno i membri delle famiglie degli operai, sapeva le storie di tutti, i problemi, le difficoltà. Era il principale che si caricava in auto chi stava male per portarlo in ospedale, comprese le partorienti quando il parto si presentava difficoltoso e non era il caso di far nascere il bambino a casa con il solo ausilio della levatrice: succedeva di rado, però, perché la gente di campagna preferiva far nascere i figli a casa, e poi l’ospedale era lontano.
Già, la levatrice: per decenni li ha fatti nascere tutti lei, i figli dei padroni e quelli degli operai, e per decenni lo stesso prete li ha battezzati, comunicati, sposati: sul piazzale si festeggiavano le nascite, i battesimi, le prime comunioni e le cresime (c’erano talmente tanti bambini, che ogni anno erano almeno un paio, e si faceva un’unica festa), i matrimoni, dal piazzale partivano i funerali: nella gioia e nel dolore quel piccolo popolo era sempre unito, fianco a fianco, come un’unica grande famiglia.
Ogni famiglia aveva la sua casa, e anche il suo pane: ogni famiglia faceva il pane in casa. Non due o tre pagnotte, ma tante, tantissime pagnotte tutte uguali, grandi, perché le famiglie erano tutte numerose e il pane – che era l’elemento a base dell’alimentazione – doveva bastare per un’intera settimana: le famiglie erano tante e il forno era uno solo, e quindi si usava a turno, una famiglia la mattina ed una il pomeriggio; il forno, anch’esso sul piazzale, accanto alla stalla, era sempre acceso, e sul piazzale c’era sempre l’odore del pane appena sfornato.
Ed ogni famiglia, quando faceva il pane, portava una pagnotta a casa del principale o padrone che dir si voglia: non un atto dovuto, tutt’altro. Anzi, la moglie del padrone provò a rifiutare, perché due pagnotte al giorno erano troppe, e in campagna il pane è sacro, non viene gettato mai via, ma sempre utilizzato fino all’ultima briciola; però il rifiuto fu percepito come un’offesa, e siccome fare i turni anche su quello era complicato, la cosa fu risolta salomonicamente: a casa del principale ogni famiglia portava una pagnotta appena sfornata, ma molto più piccola delle altre, in modo che a nessuna famiglia fosse tolto quello che veniva considerato un onore e contemporaneamente senza che neanche una briciola di quel tesoro prezioso che è il pane andasse sprecato.
Cum-panis.

Postato da: ritarella a maggio 06, 2008 10:21 | link | commenti (2)
racconti, un mondo che non c è più

lunedì, 05 maggio 2008
La posta in gioco

Ecco cosa manca a noi, disincantati uomini del terzo millennio: la gratuità di chi fa del suo lago, del suo mare e del suo fiume, un rapporto d’amore unico, alla pari. Dove la posta in gioco non può essere la sola emozione, ma la lotta per la vita e la passione per la verità.
(M. Gloria Riva, in Volti e Stupore)

Postato da: ritarella a maggio 05, 2008 08:20 | link | commenti (4)
citazioni

sabato, 03 maggio 2008
Chiudi gli occhi e vola

Chiunque tu sia
fermati un attimo.
Ricordati che hai un’anima.
Chiudi gli occhi e vola.
Hai visto? Non è poi così difficile
trovare un momento di pausa
in un mondo di pazzia.
(Enzo Sarrubbi)
Ho titolato “Chiudi gli occhi e vola”, ma non è il titolo di questi versi, non se se nemmeno ce l’hanno, un titolo. Ma chiudere gli occhi e volare è possibile.

Postato da: ritarella a maggio 03, 2008 14:35 | link | commenti (4)
poesie, antologia

venerdì, 02 maggio 2008
Affetto ed empatia

Andando a scavare nell’etimologia delle parole ogni tanto vengono fuori cose simpatiche, tanto più perché il dizionario etimologico usa spesso una prosa ridondante e un linguaggio un po’ inusuale, ma efficace.
L’altro giorno, mentre stavo riflettendo sull’etimologia di affetto, un mio amico mi ha mandato il racconto di cui parlo nel post precedente, dove peraltro di affetto ce n’è a vagonate. Poi (per caso?) nei commenti è venuta fuori la parola empatia. Bene, mi sono detta, anche questa è una parola di cui andare a vedere l’etimologia.
Ed il giochino si è rivelato ancora una volta interessante, perché le due parole, affetto ed empatia, non sono così lontane come sembra visto anche il normale contesto in cui sono usate.
La parola affetto – dice il dizionario – viene dal latino afficere, cioè toccare, commuovere lo spirito […]. Come aggettivo dicesi di colui che è tocco di passione per qualche oggetto, per es. “essere affetto di amore”, cioè preso d’amore […]. Come sostantivo è maniera di sentire, passione dell’anima in forza di cui si eccita un interno movimento, onde incliniamo ad amare o ad odiare.
Passione dell’anima che eccita un interno movimento... è bellissimo!. La stessa cosa della parola commuovere.
La parola empatia, che è di uso molto meno comune e di norma viene usata in un contesto particolare, è un termine che genericamente significa contatto, condivisione di sensazioni, influenza, interazione tra personalità. La parola è spesso correlata al termine simpatia, ma c’è una fondamentale differenza: se la simpatia è “sentire con” ed indica un processo nel quale il sentimento e il problema dell’altro diventano i miei (perché li condivido), l’empatia è un “sentire in” qualcun altro, e può essere anche definita come la capacità di immaginare se stessi essere un’altra persona, condividendo le sue idee e sensazioni, pur senza abbandonare la propria identità.
Ma è l’etimologia greca della parola che mi dice moto di più: comprende la preposizione in e la parola pathos, che significa affetto, appunto. Sarà forse che l’empatia nasce dall’affetto, e che senza affetto non ci può essere vera empatia?

Postato da: ritarella a maggio 02, 2008 11:40 | link | commenti (4)
riflessioni