La libertà non è fare quello che ti pare.
La libertà è uno sguardo sulla tua umanità e su quella di chi ti sta intorno.
Ci sono oggetti che di per sé non hanno nulla di particolare, nulla, men che meno in termini di valore, eppure stranamente ci tengo, e li conservo a volte anche quando non sono più utilizzabili: magari sepolti in un cassetto, ma non li butto via.
Si tratta a volte di oggetti assolutamente ordinari, come una penna, un paio di orecchini di scarso o nullo valore, un orologio con il cinturino rotto, oppure cose ormai inutilizzabili, come può essere un accendino che non funziona. O anche un vecchio maglione o un paio di jeans che non metto più.
E’ qualcosa di diverso, più sottile del classico “valore affettivo”. E’ una cosa quasi inconscia, come se quegli oggetti evocassero un ricordo – di una persona o di una situazione – che mi torna subito alla mente quando per caso quegli oggetti mi capitano sotto gli occhi, ed è sempre una sensazione bella.
E finché l’oggetto evoca qualcosa di bello, è difficile che mi decida a buttarlo, nemmeno quando ho bisogno di far spazio: un angolino lo trovo sempre.
Vien da sé che gettare via qualcosa conservato fino ad un momento prima è sempre un dolore: come a voler cancellare un pezzettino di passato, un ricordo, un sentimento. E non posso che pensare che gli oggetti fanno strani percorsi. Come i sentimenti delle persone.
Ho appena buttato via un po' di cose. Tante.
Quando uno porta una maschera per tanti anni, è difficile ad un certo punto strapparla via, perché ormai ti si è incollata alla pelle del viso come un cerotto.
Ma a volte capita che siano le circostanze della vita a strapparla, e come quando tiri via un cerotto, lo strappo può far male.
Però come per il cerotto più lo strappo è improvviso e veloce, più è facile sopportare il dolore, e più è grande lo stupore di vedere che, sotto al cerotto, la ferita è rimarginata.
Sulla fettuccia azzurra dell'autostrada il rombo dei motori è come l'urlo d'un animale ferito a morte.
Oltre il guard-rail in fibrocemento, prati gonfi e arcuati si susseguono a perdita d'occhio, c'è il verde, il giallo, ancora verde, una luce di smeraldo che il biancore scheletrico della stecconata spezza e compone in geometriche triangolazioni.
Una nuvola pazza di combustibile bruciato contamina il sole e l'azzurro, si deposita avida di quiete ai margini delle corsie.
I primi quaranta chilometri sono una sfida. Non c'è limite di velocità, non c'è l'obbligo della guida automatica. C'è solo amore.
Chi vuole, può immettersi nella corsia di sicurezza, ma nessuno lo fa, corrono tutti come inseguiti da mille rimorsi, nessuno accetterebbe di passare per vile, l'occasione è buona per gareggiare e mettere a repentaglio la propria vita in un gioco dove conta soltanto l'audacia e il cinismo.
"Smettila"
No, io amo, e tu?
(Joshua Weinberg)
"Perché cercare di essere straordinari quando si può essere (straordinariamente) sé stessi?"
E’ il titolo di un recente spettacolo teatrale – peraltro mediocre – che parte appunto da questa intuizione.
Però è vero: la società attuale ci spinge ad imitare dei modelli omologanti, quindi a curare l’involucro esteriore (l’immagine) dimenticando il cuore delle cose.
E così puntando sull’apparire (quello che conta è come ti vesti, che ruolo sociale hai, quale prestigio, i riconoscimenti) dimentichiamo l’essere, rimanendo alla periferia di noi stessi.
Invece la straordinarietà sta nell’unicità che è nella natura stessa di ognuno, perché c’è qualcosa di irripetibile nei tratti essenziali di ciascuno.
Come dire che non serve a nulla inventarsi modi complessi e artificiali per cercare di sentirsi (sì, solo sentirsi, non essere) eccezionali: a parte la falsità che prima o poi emerge, si rischiano grosse delusioni.
Molto meglio cercare la consapevolezza della propria unicità, e quindi straordinarietà, che sicuramente passa per i sogni e le amarezze, le idee e le delusioni, i progetti e la fatica, fino ai successi, le conquiste, i traguardi raggiunti.
I gesti più comuni, il quotidiano, se mancano di consapevolezza sono svuotati di senso e generano disagio, se osservati ed agiti con presenza diventano significativi.
Insomma, straordinario è chi tra gioie e dolori resta vivo e quindi non si dimentica della vita, quella vera.
Vorrei vivere così, straordinariamente. Ma non è facile.
Diceva Giuseppe Prezzolini: "In amore si litigherebbe per il solo piacere di fare la pace."
Sarà, ma non è che la cosa mi convince tanto. Anche perché può essere che poi non si fa la pace.
Stamattina ho ricevuto una mail che aspettavo da un po’, ma è valsa la pena aspettare, perché è una mail scritta come le lettere di una volta, con le parole pesate, o meglio scelte una ad una, le frasi costruite con cura, con i modi ed i tempi dei verbi usati in maniera che appare quasi inconsueta.
Per esempio nell’uso del passato remoto... ormai non lo usa più nessuno: nella mail di cui sopra leggo andai… feci… capii... ecc.. Altri (probabilmente anch'io) avrebbero scritto: sono andato... ho fatto... ho capito...
Eppure nulla come il passato remoto dà il senso appunto del passato, e soprattutto del distacco da quel passato che dalla mail traspare (e che l’autore della mail evidentemente voleva sottolineare).
Abbiamo una lingua che permette di sottolineare anche le sfumature, e per questo è una lingua bellissima ma anche difficile: e noi da una parte la inzeppiamo di termini stranieri (e passi, ma solo se il corrispondente italiano non c'è o è troppo lungo), dall'altra tendiamo ad usare solo l'indicativo (limitatamente a presente, passato prossimo e futuro semplice), forse perché gli altri modi e tempi – in primis condizionale e congiuntivo – li usiamo a sproposito e/o li sbagliamo.
E le mail da questo punto di vista sono un vero disastro, forse perché sono un mezzo di comunicazione veloce, uno scrive quello che deve scrivere, senza curarsi minimamente della forma, spesso usando quelle orribili abbreviazioni e storpiature tipiche di chat e sms, con ke, ki, qlc…
Sarà che sono… antica, ma…
Come un bicchiere infrangibile io resisto agli sbalzi temperatura e anche agli urti.
E come un bicchiere infrangibile se mi rompo, mi sbriciolo in mille pezzi che si spargono dappertutto.
E raccogliere i pezzi di un bicchiere infrangibile è un problema.
Siete tutti avvisati (ammesso che a qualcuno gliene freghi qualcosa, del fatto che mi rompo).
...la situazione è disperata, ma non seria.
Infatti se penso ad una possibile soluzione, mi viene da ridere.
Per non piangere.
NB: Tanto per esser chiari, la citazione di Flaiano finisce al primo punto.
Le ombre incerte dell’alba ancora buia.
Le cento sfumature delle nuvole accarezzate dai raggi del sole all’aurora.
L’aria fredda sul viso appena emerso dalle coltri calde.
Il profumo della terra bagnata e il silenzio delle strade ancora vuote.
Il cielo azzurro disegnato da nuvole candide.
Il rumore del traffico fuori della finestra, ovattato sottofondo alla frenesia del lavoro.
Le cose da fare, tante, le preoccupazioni e gli affanni che opprimono il cuore.
Le pause troppo brevi per ristorare il corpo, indispensabili per la mente.
Il cielo incendiato dal tramonto.
La stanchezza opprimente sul corpo e sull’anima.
La voglia di tornare a casa, quasi a cercare un rifugio sicuro.
Il calore rassicurante delle stanze note millimetro per millimetro.
Il buio silenzioso che avvolge pian piano tutte le cose.
Le ultime ombre misteriose disegnate dalla luna.
Il riposo degli uomini vegliato dalle stelle.
Il silenzio, promessa di pace del cuore e ristoro del corpo.
Dall’alba al tramonto, e poi la notte.
Tu, che ancora una volta ci sei. E mi abbracci.
Un mio amico dice che dell’immortalità dell’anima non gliene frega nulla, e che sapere che l’anima di sua moglie vive in paradiso lo consola fino ad un certo punto; quello che lo conforta davvero è di poterla riabbracciare, un giorno.
Per capire certe cose ci vuole del tempo, e da questo punto di vista il tempo è una cosa che non si misura, ma che agisce.
Per capire certe cose ci vuole del tempo, quanto, è difficile da dire.
Le sirene cantano, strade, uomini, ci si ritrova a riflettere, riflessi nella propria immagine sporcata dal vetro d'un metrò. Mp3. Silenzio. O quasi.
Un tappeto d'attimi. Non sentirsi adulti. Ancora come quando facevi il liceo e tradivi la vita.
"E poi, non baciarmi", ah, benissimo, con quei capelli e quel corpo ne avrai viste delle belle. Una cosa strana. Stamattina. Addosso forse venti, o dieci. Anni luce.
Così ora, tra quelle strade, cammini in un mucchio di bambini. Non rifletti più. Respiri. "E poi?"
E' mattina. E' tutto a posto... senza sapere esattamente il perchè.
(Joshua Weinberg)
Dire che vivo nel casino perenne è un simpatico eufemismo, ma ultimamente il casino è anche più del solito.
Non so più a chi dare i resti, corro da destra e sinistra per essere dappertutto, e invece non riesco a stare dove dovrei stare, quando ci dovrei stare. Mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza ma devo rimanere vigile, il letto me lo sogno, sia nel senso letterale che in quello traslato del termine.
Ho provato a far domanda per l'ubiquità, ma non è ancora stata neanche protocollata, quella per l'esenzione dal sonno invece è stata respinta.
E poi, per cosa? Non lo so, è così e basta, non riesco neanche a farmi domande. So solo che è, anche e forse più di tutto, un casino per così dire “mentale”. Ma tant’è.
Vado a tracannare l’ennesimo caffè per tenermi in piedi, prima di saltare in macchina per tentare di andare dove devo andare, già sapendo che… ci arriverò tardi.
Forse è più facile fare domanda per essere lasciata in pace: ho già tanti problemi io, perché mi rovesciate addosso i vostri? Mica posso essere io a risolvere tutti i problemi degli altri, se neanche riesco ad affrontare i miei.
Lasciatemi in pace.
La natura è il trionfo dei colori, dei profumi, dei sapori. Colori e profumi sono quasi scontati, nei fiori, ma la frutta… la frutta! Nella frutta il profumo non è per niente scontato, e men che meno il sapore.
Per capirsi: stamattina al mercato sui banchi c’era di tutto, ormai si trova ogni tipo di frutto, in ogni stagione ed in ogni parte del mondo, ma – prezzo a parte, e non è poco – vuoi mettere il sapore? Frutta raccolta ancora acerba in posti lontani, che matura nelle stive delle navi invece che sugli alberi, conservata per settimane in frigorifero, già vecchia ancora prima di arrivare sul banco del mercato, insapore, inodore, a volte pure incolore. E francamente la frutta tropicale mi sembra quasi fuori luogo, con il freddo che fa.
Un tempo ogni stagione aveva i suoi frutti, e c’era anche il gusto dell’attesa.
Le fragole e le ciliegie arrivavano a inizio estate, un’apparizione brevissima, quasi fugace, una sorta di prologo del resto che verrà.
Le albicocche, le varie qualità di pesche e di susine e prugne: dolci, saporite, colorate, il trionfo dell’estate, da trasformare in marmellate per addolcire l’inverno.
L’anguria e il melone, un miracolo di freschezza, sembrano creati per dare sollievo nella calura estiva.
I fichi di settembre: un frutto che trattiene tutto il calore dei mesi passati, ed infatti quando è all’apice della maturazione (e della dolcezza) la buccia comincia a spaccarsi, come se non ce la facesse più a trattenere l’enorme ricchezza che ha dentro.
L’uva, che imbiondisce sui tralci, e si vorrebbe essere in un solo posto al mondo: lì, a piluccare un acino qui ed uno là, come a cercare quella migliore, ma indecisi nella scelta.
Il caco, che è come il sole pallido d’autunno, ha dentro una dolcezza indicibile, che evoca la nostalgia: la stessa degli alberi ormai privi di foglie ma ancora carichi di frutti.
Le mele, facili da conservare nel fresco delle cantine, accompagnavano tutto l’inverno, rimanendo croccanti: per gustarla appieno, la mela va mangiata a morsi, e con la buccia.
Le arance e i mandarini nel freddo dell’inverno evocano il calore (e il colore) del sole d’estate: che profumo le bucce di mandarino buttate nel fuoco del camino!
Adesso puoi mangiare l’uva (e non solo) tutto l’anno, insieme a frutti che fino a pochi anni fa erano sconosciuti, al massimo visti stampati sull’etichetta di una bottiglia: ma lasciano il segno più sul portafoglio che sulle papille gustative…
Viva le ciliegie a giugno, i fichi a settembre, i mandarini a Natale, viva il gusto dell'attesa!
Doveroso segnalare che se l’idea portante è mia, molto di quanto è scritto in questo post è tratto da un libro bellissimo, Adesso.
Quando cucinare è comunicare il calore di un affetto, si torna volentieri a casa, la sera.
E l’impegno tra i fornelli non è più una fatica, diventa un piacere.
(Dedicato ad un amico che mi ha riacceso la voglia di spignattare)
La mattina è ancora freddissima, il sole è ancora pallido, ma il cielo è limpido ed azzurro.
Il Generale Inverno è ormai in ritirata, e sotto la sua coltre tiepida giace una promessa: i primi accenni del risveglio della natura ne sono il segno inequivocabile.
Gli occhi ne godono, e se ne rallegra il cuore.
Il mondo non è spento né grigio, il mondo è vivo, e coloratissimo.
Appare spento e grigio solo se siamo spenti e grigi noi, dentro.
Il cielo è terso, così azzurro che sembra quasi finto, nemmeno una nuvola è scampata alla tramontana che ha ripulito il cielo meglio della più perfetta donna di casa d’altri tempi intenta nelle pulizie di primavera. Colpisce un cielo così azzurro sopra il centro di Roma, eppure non è così raro, specie d’inverno. Forse è perché siamo abituati a vederne solo uno spicchio delimitato dai profili dei palazzi, invece da quassù, lo sguardo può spaziare sopra i tetti, senza limiti.
Da sotto arriva il rumore del traffico, clacson nervosi e scooter indisciplinati che zigzagano tra turisti incantati ed auto incolonnate. Si sente, il traffico, ma non si vede: il terrazzo arditamente incastrato in cima al palazzo cinquecentesco permette una vista mozzafiato sui tetti e le terrazze di Roma, ma impedisce di guardare giù, alla strada.
Vista da lì Roma sembra più piccola, e più bella, racchiusa tra il verde del Pincio, di Monte Mario e del Gianicolo, come se la periferia non esistesse. E per fortuna obrobri come l’altare della Patria sono alle spalle, seminascosti dal Quirinale. Un susseguirsi di tetti inframezzati da terrazze ornate da rampicanti - che ombreggiano ed insieme nascondono abusi vecchi e recentissimi, angoli di paradiso che passeggiando nelle strette vie del centro non immagineresti mai - che sembrano voler competere in altezza con le cupole delle chiese, perfino con il Cupolone, che nonostante sia il più lontano domina il panorama con il suo profilo.
L’unico scorcio si apre su Piazza di Spagna, ma la prospettiva è insolita: la scalinatà di Trinità dei Monti è di lato, in gran parte nascosta, la fontana della Barcaccia vista dall’alto è irriconoscibile, la piazza sembra molto meno affollata, perfino le palme, in fondo, viste dall’alto sembrano ancora più insolite, e più rigogliose. La statua della Madonna sulla colonna è lì, pochi metri davanti a te, di spalle, alla tua stessa altezza: ecco, Piazza di Spagna la vedi come la vede lei, la Madonna.
E il sole che lentamente scende sull’orizzonte esalta le varie sfumature dell’ocra delle facciate ed incendia il rosso bruno dei tetti, e le terrazze una dopo l'altra si tuffano nel magico tramonto di Roma: un attimo, e la giornata pesante e piena d’incazzature è dimenticata. Ne è valsa la pena, di arrampicarsi quassù.
Per una grande delusione, si può lasciare una persona che si ama?
Dopo la prima puntata ne ho messe insieme altre, di perle. Anche queste non provengono dai foglietti dei cioccolatini, e ancora in rigoroso ordine alfabetico.
L'amore è sempre incompleto, goffo, parziale, e non bisogna aver paura di cantare anche il dolore, l'altro ingrediente inevitabile della vita. (Nick Cave)
La cosa più importante è non pensare troppo e amare molto; per questo motivo fate ciò che più vi spinge ad amare. (Santa Teresa D’Avila)
Amate, amate, tutto il resto è nulla. (Jean de La Fontaine)
Nella gelosia c'è più egoismo che amore. (Francois de La Rochefoucauld)
Che l'amore è tutto, è tutto ciò che sappiamo dell'amore. (Emily Dickinson)
L'amore è tutto, non importa cosa ne pensiate, non potrete mai farne a meno! (Bob Dylan)
Ci sono momenti in cui so che tra coloro che si amano non c'è alcuna distanza. (Kahlil Gibran)
L'amore vero si dispera o va in estasi per un guanto perduto o per un fazzoletto trovato, e ha bisogno dell'eternità per la sua devozione e le sue speranze. Si compone insieme dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo.(Victor Hugo)
Amarti mi da la voglia di essere migliore. (Jack Nicholson in "Qualcosa è cambiato")
Il vero amore pensa all'istante e all'eternità, mai alla durata. (Friedrich Nietzsche)
L'amore è come la pioggerella d'autunno: cade piano ma fa straripare i fiumi! (Proverbio africano)
Qualche giorno fa il cielo era d’acciaio, con nuvole livide che promettevano quella pioggia che, puntuale, durante la notte si è rovesciata sulla città. Oggi invece nel cielo c’è una luce più chiara e anche – se appena viene un po’ di sole, e se stai attento – un odore diverso nell’aria. Fa ancora molto freddo – in fondo è ancora inverno pieno – ma pare l’ultimo assalto di un esercito ormai sconfitto.
Un piccolo parco giochi ritagliato tra l’ultima fila di palazzoni enormi ed uguali della periferia romana e la campagna spoglia che si protende verso il mare, al calar del sole le mamme tentano invano di indurre al rientro i bambini che invece ancora corrono tra gli scivoli e le altalene, sordi ai richiami. Vengono in mente le rondini – che ancora sono lontane a venire – e il loro giostrare pazzo attorno ai campanili, al tramonto. Ma poi, mentre il cielo sereno si tinge di rosso, ad uno ad uno i bambini, come le rondini, finalmente tornano al nido.
E allora il buio, pian piano scende giù, e stasera non si ferma come sospeso, ma cala fino alla strada: il temporale dei giorni scorsi ha messo fuori uso i lampioni, e il marciapiede è illuminato appena dalla luce che filtra dagli androni dei palazzi, e dai fari delle rare auto che passano in quella strada secondaria e silenziosa di periferia.
Dalle finestre i bambini guardano quel cielo insolitamente buio – in città l’hanno mai visto così – che si stende sopra la campagna brulla davanti alle loro case, ed i loro occhi spalancati di sbalordimento si riempiono di quei bagliori che, di solito cancellati dai riflessi dell’illuminazione stradale, non sono più abituati a vedere: “Mamma, il cielo è pieno di stelle!”.
La vita è fatta per la felicità, perché la felicità è un’esigenza del cuore.
La felicità è qualcosa che corrisponde profondamente all’esistenza stessa del cuore, alla sete e alla fame del cuore.
La tensione alla felicità è quindi una condizione naturale: se sei vivo, non puoi che dire “Io voglio essere felice!”.
E’ un urlo imperioso come vento di temporale, che squarcia il silenzio della solitudine, come fulmine che squarcia il buio della notte.
E’ un contraccolpo che ti sveglia dal torpore.
Ecco, io voglio essere felice, ed è questo che mi dà la forza di resistere, di stringere i denti e non mollare.
Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno in cui nulla accadrà.
Non c'è cosa più amara che l'inutilità.
(Cesare Pavese, da Lo steddazzu)
Come una certezza che già c’è, ma che non è ancora compiuta.
In agguato c’è il rischio (nichilista) che il ricordo del “già” vada definitivamente perduto nel “non ancora”, “il non finire mai di finire”, la “normalità come intrattenimento indefinito dei fini”, sospesa tra distruzione ed estinzione, mai portate (o da non portare?) a compimento ultimo.
Ma la speranza! La speranza: la certezza delle cose future a partire da quelle presenti.
Già e non ancora, appunto.
Il vento gelido allontana le nubi,
argenteo appare, d'incanto, uno spicchio di luna
perso nel cielo scuro ricamato di stelle.
E il pensiero corre lontano
mentre il cuore, poco a poco, si riscalda.
E cerca. Forse invano.
Hai sempre detto, ti credevi per sempre indifferente alle passioni, e credevi che quell'indifferenza fosse saggezza.
Poi hai scoperto che di quelle passioni che ti disgustavano hai bisogno, come della sua droga l'eroinomane cui fu tolta la sua siringa, come del vino l'alcolista condannato al regime dell'acqua pura.
Provi la nostalgia di quelle emozioni malsane di cui tu stesso hai condannato la sterilità dolorosa.
E così diventi il terreno più propizio di coltura di tutti i germi morbosi che nuotano nell'atmosfera: nel momento stesso in cui tutto pareva annunciare una pacificazione definitiva dei sensi nel destino, avvengono degli scompigli così rapidi e così fulminei, che i testimoni e le vittime di quelle improvvise esplosioni di malattia ne rimangono più sconcertati che disperati.
NB: Scopiazzato, vatti a ricordare da dove.
Vero, il fatto è che ormai ha i giorni contati!
Ad un certo punto della vita scopri che tante cose sono diverse da come avevi creduto fino a quel momento. Per esempio, ultimamente mi è capitato di incontrare persone umanamente molto belle, tante quante non ne ho mai incontrate nel resto della mia vita. E anche di riscoprire diverse (più precisamente migliori) alcune persone che conosco da una vita.
Domanda: sono particolarmente fortunata, ora, e incontro solo persone speciali, e prima ero particolarmente sfigata e incontravo solo deficienti?
Oppure con l’età le persone (almeno alcune), come il vino, migliorano?
Oppure con l’età s’impara a scegliere meglio, e quindi si prendono meno fregature?
Oppure sono io che sono cambiata e/o vedo le cose diversamente? E/o sono cambiati anche gli altri? Cioè siamo noi a cambiare, oppure cambia il criterio di giudizio?
Non lo so, il perché, forse neanche è importante più di tanto…
Lascio da parte le domande sulla causa e mi godo l’effetto.