E un giorno è arrivata l’ora di una realtà nuova che nell’ingenua arroganza della mia giovinezza non avevo mai sospettato. I miei giganti hanno ora i piedi di argilla, vacillano incredibilmente, si perdono per cose di poco conto. Ora hanno bisogno di me, mentre ho sempre pensato che dovessi essere solo io ad avere bisogno di loro. Ora mi guardano con uno sguardo incerto e tentennante, che non conosco, perché in quei loro occhi formidabili ho trovato sempre certezze e rassicurazioni e conforto.
Nella mia vita fortunata, i miei giganti mi hanno dato tantissimo. Non saprò mai ripagarli in giusta misura, nel rabbioso stupore che provo vedendoli ora stanchi e disorientati.
Mi hanno insegnato tutto. Ma non sapevo che mi avrebbero poi messo in condizione di imparare anche come si scendono pochi scalini con le braccia allacciate in traballanti cautele, come si monta un materasso contro le piaghe da decubito, come si cambiano i bambini che sono diventati vecchi.
Mi hanno insegnato anche questi fastidiosi rituali. E per farmi parlare con loro, sono riusciti persino, dopo una vita, a farmi recitare una preghiera dimenticata, quando menti esauste restituivano alla loro voce solo il ricordo di avemaria sciorinate per una vita. E sono riusciti persino a farmi passare con loro, sospeso ad un respiro sospeso nel buio di una stanza di dolore, le notti di fine anno, quando tra i fuochi e gli auguri nemmeno le badanti più assidue vogliono venire.
Rita, quali che siano i tuoi problemi, tuoi, o delle persone che ami, so che il dolore fa sempre molto male. Ti sono vicino.
Paolo
Ho ricevuto questo messaggio qualche giorno fa da un amico, ma era troppo bello per tenerlo solo per me, per cui dopo un po’ di titubanza ho deciso di riportarlo qui, sperando che non se ne dispiaccia.
La fede sposta le montagne, ma se la fede fosse facile le montagne sarebbero in continuo movimento.
La vita va da inizio ad inizio, e gli inizi non hanno mai fine.
Mi sono accorta che i ragazzini di oggi non sanno più fare gli aeroplanini di carta, e men che meno una girandola.
E neanche riescono a pensare che un aquilone si possa costruire, e non solo comprare bello e fatto.
Che tristezza… Ma si può imparare a volare, almeno con la fantasia, se non si sa costruire un aeroplanino?
O forse sono troppo vecchia io? Probabile, ma credo che i ragazzini di cui sopra neanche sappiano cos’è, la fantasia...
Vado a fare un aeroplanino, da far volare fuori della mia finestra.
Il mondo si divide tra quelli che aspettano, e quelli che vanno incontro.
Le persone non sono come i computer, non basta riformattare il disco per far finta che quello che c’era un attimo prima è come se non fosse mai esistito.
Le persone sono di carne, quello che accade lascia comunque il segno.
Che strana sensazione, una lettera tra le mani. Non una mail, una lettera di carta. E scritta a mano.
In un mondo dove si comunica prevalentemente per telefono, dove per scrivere si usano solo tastiere (del telefonino o del PC) e a mano si scrive al massimo un biglietto di accompagnamento ad un regalo (e neanche sempre), una lettera di carta, e per di più scritta a mano, è commovente.
Tecnicamente non è una lettera d’amore, ma è la lettera d’amore più bella che abbia mai letto.
I tuffi nel passato sono sempre ricchi di sorprese, e dopo la passeggiata nella vecchia casa dei nonni mi è venuta voglia di farne un altro, di tuffo: nell’armadio in soffitta, sul fondo del quale giace una vecchia scatola rimasta lì da anni.
Dentro, fasci di foto ingiallite, sul retro di molte di esse sono annotate le date: alcune, vecchie solo lo spazio di una vita - settant’anni - sembrano sideralmente lontane, altre sono più recenti, eppure appaiono altrettanto vecchie.
Dopo tanti anni il bianco e nero s’è addolcito di avorio, e quelle foto sembrano fragili come foglie secche: ho paura di spezzarle, le prendo con la punta delle dita, con un garbo che di norma non mi appartiene.
Ma i personaggi di quelle foto antiche paiono vivi, però quasi intimiditi, come clandestini sorpresi dove non dovrebbero, e spaesati, per la luce che improvvisamente ha infranto il buio della scatola dove erano rimasti chiusi per anni.
C'è una donna, vestita di nero, i capelli grigi a crocchia, i lineamenti forti e dolci delle donne di campagna, e accanto a lei un uomo, con il viso da vecchio su un corpo dritto e non domo, gli occhi così chiari che quasi spariscono sotto le sopracciglia folte e scure. C'è la generazione successiva: i maschi fieri e belli, in divisa militare, in partenza per il fronte, le femmine ridenti, con i capelli a onde, belle, splendenti, radiose come può esserlo solo chi è ignaro di ciò che di brutto gli riserva il futuro.
Di tutte quelle persone so la storia, di alcuni quella è l’ultima foto, di altri nella scatola ci sono foto più recenti, dove i maschi appaiono non più così fieri e alteri, e le femmine non più così radiose ed ignare. Come nella foto di un matrimonio datata 1945: nozze postbelliche lungamente attese e sognate, e nei volti degli sposi si legge soprattutto la gratitudine di chi è riuscito raccontarla.
E poi i figli dei figli, delle varie generazioni successive, e anche qui chi c’è ancora e chi non c’è più, ma tutti appaiono così diversi, come se quelle foto scandissero il passare del tempo, ed insieme lo stupore di chi le guarda ora, e la paura.
Per fortuna a guidare la vita c’è una straordinaria speranza, che salva dal buco in cui cadi aprendo una vecchia scatola polverosa sepolta in un armadio.
Pescato ampiamente in giro…
Quando sto “un po’ così” una delle cose che più mi sollecita a tirarmi su… è l’amico/a che di norma è la mia valvola di sfogo, che sta pure “un po’ così”.
E’ come se considerassi la mosceria una mia proprietà esclusiva, e quindi l’obiettivo è rimettere quanto prima in sesto l’amico/a, per poter ricominciare a lamentarmi io…
Non c'è nulla che fa star meglio di uno che sta peggio.
Dopo aver ironizzato sul “diversamente vivace” mi è venuta la curiosità di vedere se questa allocuzione fosse veramente usata a livello scientifico, e gironzolando su Google ho trovato questo spassoso scritto di un rispettabile professore di matematica dalla verve insospettabile.
Mi è pervenuto di recente il programma di un convegno sul tema “i bambini diversamente vivaci”. Ho provato a controllare se un siffatto titolo sorprendesse soltanto me chiedendo a numerosi amici cosa ne pensassero. Ho raccolto soltanto reazioni di stupore incredulo e di incomprensione: che diamine vuol dire “diversamente vivace”? Per la verità, penso di essere un po’ più “avanti” di questi amici e di sapere più o meno a cosa ci si riferisca. Ricordate quel cortometraggio di Charlie Chaplin dal titolo Il Pellegrino? A un certo punto, una coppia con bambino entra in visita in un salotto e il piccolo ne combina di tutti i colori: scalcia in continuazione gli stinchi di tutti e, dopo aver appiccicato la carta moschicida in faccia all’ospite, copre una torta con il cappello del padre che la padrona di casa cosparge involontariamente di abbondante crema. Insomma, una peste, un malandrino, un maleducato Gianburrasca, un delinquentello in erba… No, non ci siamo: qui parla ancora in me un’anima politicamente scorretta. Quel tesoruccio non ha nulla di riprovevole: è soltanto “diversamente vivace” e ci si metta bene in testa che la “diversa vivacità” (al più definibile come “sindrome di iperattività”) è una “risorsa”.
Ho molto riflettuto in questi giorni sulla necessità di demolire a fondo la terminologia politicamente scorretta. Ne ho trovato casi clamorosi anche nella mia disciplina, la matematica. Per esempio, non sfugge a nessuno che, se l’addizione ha qualcosa di nobile e costruttivo, la sottrazione suggerisce qualcosa di losco: evoca la menomazione, l’esser “minorato”. Per cui, propongo che, d’ora in poi, si parli di “diversa addizione” e di “sommare diversamente”. Altrettanto dicasi per la divisione, che è ancor più losca, perché suggerisce la discriminazione e, in fin dei conti, il razzismo. Si dovrà quindi parlare di “diversamente moltiplicare”, poiché nessuno avrà nulla da ridire contro la moltiplicazione, operazione nobilissima. Pure il “calcolo differenziale” evoca subdolamente le classi scolastiche dette un tempo differenziali (ovvero per subnormali) e va quindi opportunamente rinominato “calcolo derivale”. Anche nell’ambito dei numeri si impongono alcune revisioni. Ad esempio, perché chiamare offensivamente “irrazionali” i numeri che non possono essere espressi come rapporto di due numeri interi? Siano detti più rispettosamente numeri “diversamente razionali”. Del resto, anche loro sono una “risorsa”.
Passando poi alla logica, mi colpisce molto la leggerezza con cui si parla di principio d’identità: la riaffermazione delle identità non è forse il cavallo di battaglia dei neocon, dei teocon e di tutta la genìa dei reazionari razzisti? D’ora in poi si dovrà parlare soltanto di principio di “uguaglianza” (volete mettere?) e non importa se insorgeranno i soliti pedanti a dire che identità e uguaglianza non sono la stessa cosa: la tolleranza val bene qualche approssimazione. Anche il principio del terzo escluso evoca un’immagine orrenda: l’esclusione, in fin dei conti l’esclusione del “diverso”. Quindi, d’ora in poi, principio del terzo incluso. E perché escludere il quarto, il quinto e via dicendo? La logica dovrà essere dominata dal principio della multi-inclusione. Facciamo un ulteriore passo avanti. Così come c’insegnano che dal multiculturalismo si deve passare all’interculturalismo, il principio davvero politicamente corretto sarà quello della inter-inclusione. E pazienza se la logica classica va a farsi benedire. Del resto, Aristotele non era un infame schiavista, uno sporco reazionario? Diciamo la verità, è colpa sua se ci troviamo alle prese con Bush.
(Giorgio Israel)
(…) A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dir questa
solitudine immensa? Ed io che sono? (…)
(G. Leopardi, Canto di un pastore errante dell’Asia)
A che vale la vita, si chiede Leopardi, e faccio mie le sue parole, anche quelle successive, perché – per fortuna – il canto non finisce lì.
Ogni giorno porta con sé un carico di bugie, e le peggiori sono quelle che raccontiamo a noi stessi.
Come al solito non ho idea di chi l'abbia detto, ma importa?
Un vago senso di disagio, amaro e dolce insieme, mi coglie allo stomaco mentre mi avvicino all’antica casa di campagna, quella che fu dei miei nonni.
Lo so che quando vengo qui i ricordi sereni dell’infanzia non riescono a cancellare la tristezza della nostalgia per una dimensione del vivere che ormai non c’è più. Lo so, e infatti evito di venirci, ed infatti mancavo da anni.
Ma stavolta a spingermi qui sono state le parole di un amico, che mi parlava di vecchi utensili ormai inusuali e comunque introvabili, ma che io ricordo bene, perché li usava mia nonna, in questa casa, tanti anni fa. E così mi è venuta voglia di tornare in questi luoghi amati e amari, a cercare neanche io so cosa, magari – chissà – un vecchio testo di rame, da ristagnare e regalare al mio amico.
Entro dalla porta sul retro, quella accanto al granaio, dove al posto dei sacchi di grano adesso sono ammucchiati in un angolo ferri da cavallo, catene e catenacci da stalla, stadere, vanghe, tutto fulvo di ruggine. E tanti attrezzi di forme strane e bizzarre, di cui ormai si è dimenticata la funzione: una specie di forcipe gigante (forse, per il parto dei vitelli?), cinture per portare in vita la roncola, due lunghe feluche di legno scurissimo e liscio, con una fessura nel fondo: sono spole da telaio, ma il telaio dove sarà finito?.
Passo nell’enorme cucina ormai vuota: a destra il camino grandissimo, a sinistra la vecchia credenza con gli sportelli a vetri, dietro i quali intravedo un colapasta di smalto bianco con il bordo blu e il ferro da stiro a carbone; appesi al muro di fronte due mattarelli – uno enorme ed uno un po’ più piccolo – ambedue lisi da oltre cinquant'anni di rotolio sulla pasta, e sullo scaffale paioli di varie misure, tutti ugualmente rugginosi. Nient’altro: qui son rimaste solo le cose troppo vecchie e troppo ingombranti per le moderne cucine di città, e quelle che nei ritmi frenetici dei tempi d’oggi non si usano più.
Salgo di sopra, ma quelle che erano le camere da letto sono ormai vuote e chiuse a chiave, nel corridoio è rimasto solo un traballante como’, vuoto. No, non proprio: in un cassetto c’è un mucchietto di lettere, gli indirizzi vergati con la calligrafia svolazzante di altri tempi, ormai illeggibili per l’umidità che ha sbiadito l’inchiostro. Sotto ci trovo un orologio da tasca, tre rosari, alcune medaglie dal nastro ormai stinto, quelle della prima comunione (di chi?). E poi una foto color seppia: il ritratto di due vecchi sposi (ma chi sono?) in una cornice pretenziosa dal vetro rotto.
Guardo quelle due facce belle, segnate, fiere, e improvvisamente mi accorgo che le cianfrusaglie antiche in giro per la casa non mi divertono più, non sono più curiosi giocattoli. Per un momento davanti alla foto di quei due ho intuito quanto di vita di uomini e donne c'è dietro gli oggetti approdati, come relitti spinti dalla corrente, nel cassetto di un como’.
Quelli che usavano queste pentole, queste zappe, e i rosari, sono morti da tempo, e da tutti dimenticati. Le cose invece restano, la materia non muore. Quelle spole di telaio che l'infinito tessere la lana ha reso lucide, sono intatte. Le mani che abili le conducevano su e giù sul telaio, non ci son più.
E non è solo la musica dalla vecchia radio che ho acceso appena entrata, quasi a cercar compagnia, quasi a voler esorcizzare tutto quel silenzio, vecchie canzoni di De Gregori che ascoltavo al liceo. Non è un sentimento, la malinconia addosso in questa casa antica e polverosa. È invece un dubbio, ragionevole e doloroso. Gli uomini e le donne che usavano queste cose, scomparsi, foto sbiadite buttate in un cassetto. E noi, dunque, un giorno, come loro. Un giorno nei vecchi cassetti si troveranno i nostri cellulari, e appariranno grossi, goffi, preistorici. «Mamma, guarda, cos'è quello?», chiederanno i bambini.
E noi, di noi più niente. È il dubbio, radicale, e mi trafigge, nel silenzio e in mezzo alla stanza enorme e vuota, in cui non risuonano più le voci allegre di un tempo, sembra insensato persino sperare.
Non so perchè, ma a volte le parole di uno stronzo (per natura o per contratto?) hanno la tenerezza ed il calore dell'abbraccio di un amico vero.
Dice la grammatica: “Il condizionale è modo verbale usato soprattutto per indicare un evento o situazione che ha luogo solo se è soddisfatta una determinata condizione: (…) Le forme verbali del condizionale, al pari di quelle del futuro, sono veicoli di modalità, cioè indicano una mancanza di certezza. (…) Il congiuntivo è un modo verbale la cui funzione basilare è quella di indicare un evento visto come non sicuro, non obiettivo o non rilevante (…)”.
Non mi ero mai accorta che nella complicata grammatica italiana si annidasse tanta saggezza.
Per quel che mi riguarda si potrebbe dire che, in questo momento, io funziono a congiuntivi e condizionali: se fossi… se fossi stata… sarei… sarei stata…
Come si suol dire, il condizionale (e il congiuntivo) è d’obbligo.
In questo blog ci sono tante scemenze, ma anche alcune sagge considerazioni.
Per esempio la faccenda dei punti fermi, uno e due: questo blog è un punto fermo, io stessa sono un punto fermo (per me). E basta.
Forse è un po’ limitativo… ma meglio un punto fermo che resta fermo, che un punto fermo…mobile, che oggi c’è e domani chissà.
Botta di pessimismo. O di depressione.
Dice il saggio: "Su chi altro puoi contare, oltre a te stesso?"
La tristezza va esorcizzata, esattamente come la paura, perché in fondo la tristezza sotto molti aspetti assomiglia alla paura.
Come la paura, la tristezza si supera più facilmente se qualcuno ti abbraccia e ti tiene per mano.
Con l’anno nuovo si fanno buoni propositi.
Qualcuno ha detto “Smette di essere buono chi non s’impegna ad essere migliore”.
Sarà che io non sono per nulla buona, ma non ho alcuna intenzione d’impegnarmi ad essere migliore.
Io sono così e basta, e non ho voglia di cambiare perché questo può far piacere a qualcuno.
Ecco il mio buon proposito dell’anno nuovo: restare quella che sono.