C’è silenzio e silenzio.
C’è il silenzio delle cose chiare ed evidenti, che è inutile dire.
C’è il silenzio delle cose già dette, che è superfluo ripetere.
E c’è il silenzio delle cose che non possono essere dette.
Ed è un silenzio assordante, che rimbomba nella testa come la peggiore delle cefalee, che ti fa urlare dal dolore.
Ed è un silenzio che quando viene rotto fa lo stesso effetto di un’esplosione, nella testa e nel cuore: dura un attimo ma t’investe, ti travolge, ti tramortisce, e ti lascia interdetto, con lo sguardo perso nel vuoto.
L’avevo già detto, ne ero convinta, ma se la sfogliatella te la fa un amico con le sue mani… altro che miracoli!
A Natale, si sa, spesso si ricevono regali inutili, o che non ci piacciono. In tempi di crisi, vera o presunta, i regali (leggasi cazzatelle) inutili proliferano. E che ci si fa con un regalo inutile o che non ci piace? Un’ipotesi, se non è proprio inguardabile, è il riciclo. Una volta lo facevano in molti, ma nessuno lo ammetteva, adesso forse sono aumentate le persone che lo fanno, sicuramente sono aumentati quelli che lo dicono.
I riclatori professionisti si riconoscono al volo da come scartano il regalo: stanno attenti a non rovinare la carta, e non solo quando è quella del negozio dove il regalo è stato acquistato (il che, ammettendo il riciclo, si capisce), ma anche quando si tratta di una banale carta da regalo: evidentemente il riclatore professionista ricicla tutto, anche la carta e il fiocco.
Tra i regali che ho ricevuto quest'anno c’è anche un gingillo di vetro (bruttarello) acquistato in un negozio che conoscevo… che ha chiuso quasi due anni fa! Mi assilla il dubbio: è un dono riciclato più volte oppure chi me l’ha donato ce l’aveva nell’armadio da almeno un paio d’anni?
Un’alternativa al riciclo la raccontava qualche giorno fa un servizio del telegiornale: vendere il regalo inutile o che non ci piace su eBay. In fondo, che male c’è? Vendere qualcosa che non ci serve o non ci serve più è ormai prassi, e se tra gli oggetti che si mettono in vendita ci sono cose che ci sono state regalate, che differenza fa? Se una cosa non mi serve, è inutile, e il dato non cambia in relazione al fatto che l’abbia comprata io o che mi sia stata regalata.
D’altra parte tenere un regalo per un po’ di tempo sepolto in fondo all’armadio e poi buttarlo via quando si decide di fare spazio, non rende il dono più apprezzato, tutt’altro!
Anch’io, come tutti, ricevo regali inutili, oppure che non mi piacciono, o che comunque non uso, ma mi riesce alquanto difficile “riciclare” come mio regalo una cosa che mi è stata regalata: se un oggetto non mi piace, oppure è assolutamente inutile, non riesco neanche a riciclarlo, cioè a regalarlo a qualcuno spacciandolo per una cosa acquistata apposta per lui. Io di regali ne faccio pochi, solo alle persone a cui tengo, odio regalare le cazzatine inutili tanto per dire “Ti ho fatto un regalo”, ma mi piace cercare qualcosa, magari anche di poco valore, ma “pensato” per la persona cui sarà donato.
Però, lo ammetto, anch’io in qualche modo “riciclo”: lo sanno bene amici e parenti che frequentano casa mia… per esempio qualche settimana fa una mia amica ammirava un ninnolo di cristallo che ho in salotto, io ne avevo appena ricevuto un altro, molto simile, che non sapevo neanche dove piazzare, e gliel’ho regalato, semplicemente mettendoglielo in mano. Io non lo considero un riciclo: a lei piaceva, perchè non darglielo? Mica l'ho spacciato come regalo di Natale!
La stessa cosa capita soprattutto con vini e liquori, di cui beneficiano alla grande gli amici che passano per casa mia; capita spessissimo anche con capi d’abbigliamento e piccoli gioielli (le incursioni di nipoti veri e acquisiti nel mio armadio non sono mai senza esito).
E poi ci sono i mercatini e le lotterie di beneficenza, che proliferano prima di Natale… una mano santa, per loro e per me: io “riciclo”, nel senso che regalo loro un sacco di cose che non uso, e loro riescono a ricavarci qualche soldo che va a fin di bene.
Stamattina è passata a trovarmi una vicina di casa con la quale non siamo riuscite a vederci prima di Natale. Mi ha dato un grazioso pacchetto precisando: “Quest’anno i regali li ho comprati quasi tutti al mercatino della parrocchia, c’erano veramente tante cose carine”. Non so perché, ma ho avuto un presentimento… Dentro al pacchetto c’era un grazioso cestino in vimini per il pane. No, non era una delle cose che avevo regalato io al mercatino, non era una di quelle: il cestino per il pane che avevo regalato io era di un altro colore!
Questa sì che è una perla: “diversamente vivace”…
Nel senso che si parla di bambino particolarmente discolo, o particolarmente calmo?
E cosa determina un “normale vivace”? E chi lo misura?
Non ci posso credere…
Battute a parte, ho capito che ci si riferisce ai bambini iperattivi, ma a quanto pare non si possono più chiamare così, evidentemente “iperattivo” è offensivo.
Mi sta bene, però il prossimo che mi dice che sono in sovrappeso, o peggio obesa, lo querelerò… “diversamente magra, prego!”
A Natale le trasmissioni della TV sono tutte uguali; siano film, spettacoli, documentari o pubblicità, il messaggio è sempre lo stesso: una società da cartolina dove è inconcepibile non essere felici, nonostante l’inflazione, i prezzi, i poveri, i vecchi ecc. ecc.: è Natale, bisogna essere tutti felici, fosse anche solo per un giorno!
Perfino il telegiornale: poiché tra un servizio smielato e l’altro non può ignorare le solite violenze, ne fa la cronaca quasi sottovoce, in maniera affrettata, come per non disturbare... che sarà mai qualche morto ammazzato rispetto alle vetrine scintillanti? E’ Natale!
E' vedere la gioia di un bambino di neanche 3 anni che si illumina abbracciando un semplice pupazzo di pezza del valore di pochi euro, snobbando gli altri regali (tutti costosissimi), e la faccia delusa di chi glieli aveva portati…
Lo so, accade spesso (viva la sincerità dei bambini), ma ogni volta mi entusiasma.
... a Natale non siamo più buoni, siamo solo più sentimentali.
“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa.”
(Madre Teresa di Calcutta)
Io odio gli auguri fatti in serie, mi piace scrivere un qualcosa di personale, magari piccolo, ma pensato e scritto per il destinatario/a degli auguri, e solo per lui/lei.
Trattamento, quello degli auguri, riservato alle persone cui tengo.
Ovviamente, fosse solo per educazione, ricambio gli auguri che ricevo, ovviamente gli stessi auguri. Mi spiego… ultimamente uno dei modi più diffusi di fare gli auguri è inviare a tappeto lo stesso anonimo SMS o la stessa stereotipata e-mail, cui io rispondo con un altrettanto stereotipato “Grazie, altrettanto”: se il tuo massimo sforzo è premere il tasto “Invia a tutti” non vedo perché io mi dovrei sforzare a scrivere più di un “Grazie”.
La tentazione sarebbe quella di tenere spento il telefonino e non aprire la posta elettronica: a parte che è inutile (tanto prima o poi te li becchi) ma non mi va di sentirmi ostaggio di messaggi indesiderati quasi quanto lo spam.
Io credo che gli auguri in serie non li sopporti nessuno, ma sono un pegno da pagare, come i regali “obbligati”. Ricordo con nostalgia i biglietti di auguri inviati per posta: il tempo che ci voleva a scriverli e il costo del francobollo erano la garanzia che fossero un po' più sentiti.
Un uomo non viene determinato da ciò che fa e ancora meno da ciò che dice.
Se guardiamo in fondo, un essere è determinato unicamente da ciò che è.
(Charles Peguy)
Dice il saggio “Smettere di sperare è iniziare a morire”.
Non è il mio caso: sto sperando contro ogni speranza.
E rischio di morire, ma d'infarto....
Galileo Galilei diceva:”Dietro ogni problema c’è un’opportunità”.
Fosse vero, io di opportunità dovrei averne e averne avute un’infinità (fa pure rima!)
Forse però non me ne sono accorta…
Vedi le cose e dici: “Perché?”
Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico: “Perché no?”
(George Bernard Shaw)
Quando avevo più o meno 15 anni amavo l’autunno.
Amavo le foglie rosso ardente, il crepitio secco sotto i miei passi, l’odore della terra umida che mi avvolgeva dentro il suo nulla.
Amavo il buio della notte che la sera calava sempre più presto.
Mi affascinava il tempo che lentamente dal tepore ancora luminoso di fine estate volgeva verso il freddo e il buio dell’inverno incipiente.
Mi stupiva lo spettacolo della natura che quasi si ranicchia su se stessa, spegnendo i colori, regalando gli ultimi suoi frutti, e si arrende ad un sonno che un po’ assomiglia alla morte.
Ma non mi metteva tristezza, perché ero talmente giovane e viva che qualsiasi rappresentazione della morte non mi toccava, anzi credevo che non mi riguardasse.
Mi piaceva camminare sotto la pioggia sottile e tra le folate di vento, farmi spingere come fossi anch’io un mulinello di foglie secche, con le guance rosse di freddo ed i capelli bagnati dalla pioggia e scompigliati dal vento, nel buio della notte che con il suo alito freddo piombava ogni giorno più rapida... era come una sfida: avanza la morte, ma io sono assolutamente viva.
Oggi, tanti anni dopo, mancano pochi giorni dall’inizio ufficiale dell’inverno, ma l’estate sembra finita da pochissime settimane, l’autunno sembra si sia accorciato (“eh, non esistono più le mezze stagioni…”), però le foglie dell'albero davanti alla mia finestra sono color fiamma, più belle che nel verde del trionfo estivo, struggenti in quel voler vivere ancora.
Qui, lontano dallo smog cittadino la pioggia ha ancora lo stesso odore buono, ma sono diversa io: non ho più 15 anni, e il tempo che passa – segnando i passi del mio andare verso il destino – e che impregna i giorni d’autunno, ora comincia a riguardarmi, come fosse eco di me, e profezia di ciò che sarà.
Le foglie che restie si staccano dai rami e planano in terra con un fruscio inavvertibile accendono un retropensiero su cui non voglio soffermarmi, ma che non sono capace di ignorare: provo ad affrontare a viso aperto quel bisbiglio fastidioso, e taglio corto borbottando tra me e me che…vabbe’, è normale, s’invecchia e si muore.
Le strade, le case, le piante e tutte le cose, tutto ciò che conosco di quei posti fin da bambina, dopo tanti anni, sono immutati, e sembra quindi strano che il riflesso che rimandano sia così diverso: forse è la viscerale, animalesca paura del nulla che sta nello sguardo che evita i rami scheletriti?
Ritraggo lo sguardo, appunto, e lo abbasso su un libro d’arte che mi hanno appena consegnato come regalo di Natale, lo sfoglio, e lo sguardo cade su una scritta che campeggia sul muro di una chiesa di Assisi: “Il tempo che passa è il Dio che viene”.
E l’anima s’acquieta nel pensare che l'autunno è il tempo dato all'Io per abdicare, e lasciarsi, finalmente, abbracciare.
Poco fa ho ascoltato dal telegiornale un servizio sull’ennesimo episodio di bullismo, come al solito raccontato con enfasi ben lontana dal freddo stile di cronaca, ma in qualche modo sottolineando il concetto “niente di nuovo dal mondo degli adolescenti, che (purtroppo) funziona così, ma non ci si può far nulla”.
Mi chiedo: ma se non c’è nulla di nuovo, se il mondo degli adolescenti davvero funziona così e non si può far nulla, perché parlarne con tale enfasi? Se se ne parla per solo dovere di cronaca, è fuori luogo l’enfasi, che comunque sottintende un giudizio, ed il giudizio presuppone una domanda: perché accade?
A mio avviso, se oltre che sproloquiare delle “prodezze”, del c.d. bullismo degli adolescenti, imparassimo a guardarli negli occhi e nel cuore, ci accorgeremmo che il loro amare la vita spericolata (alla Vasco Rossi), non è solo la voglia di sballo, il gusto dell’eccesso fine a sé stesso, ma è il sintomo di un desiderio insopprimibile per le cose grandi, le cose “esagerate”, che non trova più risposte adeguate nel mondo “normale” degli adulti.
Ma di chi è la colpa? Dei ragazzi, o degli adulti? Ma mi sembra il minimo che gli adolescenti si ribellino a regole di cui nessuno spiega il significato, tanto più che per anni si è demonizzata la figura del padre e del concetto stesso di autorità (che è l’elemento chiave di qualsiasi processo educativo), e si è costruita una falsa idea di libertà come assenza di vincoli, di legami forti.
Quindi adulti (genitori ed insegnanti) che essendo stati “spogliati” del loro compito principale, quello di educare, si sono prima defilati, e ora si ritrovano “spiazzati”, disorientati e confusi davanti a ragazzi che non riescono più a “contenere”.
Bellissima al proposito la definizione di Franco Nembrini: “Adulti che camminano sulle sabbie mobili e adolescenti senza bussola, una generazione di orfani”.
Nembrini, appunto… che contrasto, che differenza nelle facce dei ragazzi di liceo accorsi (insieme a tanti adulti, sarà un caso?) ad ascoltare la sua lettura e spiegazione della Divina Commedia, nell’ambito di un ciclo di incontri iniziato ben prima del “fenomeno” Benigni: ti accorgi che quando qualcuno fa una proposta affascinante, i ragazzi girano la faccia verso di lui, sono calamitati dal positivo, dal genio di un poeta che ha saputo descrivere l’itinerario di ogni uomo verso il compimento del suo destino, e da un professore “autorevole”, ma capace di vera educazione: introdurre alla realtà e al suo significato.
Personalmente, quelle facce attente mi colpiscono molto di più degli episodi di bullismo.
Venire qui, è un punto fermo.
Come alzarsi la mattina, lavorare, vivere.
Come il volto delle persone che mi sono accanto, e che mi vogliono bene, e che me lo dimostrano ogni momento, con il solo sguardo.
Le cose (o le persone) a volte cambiano, altre volte cambia solo la prospettiva.
Comunque tutti i cambiamenti in qualche modo sorprendono, o anche spiazzano, ma l’importante è avere qualche punto fermo cui aggrapparsi.
E’ drammatico quando i cambiamenti fanno saltare anche i punti fermi ai quali eri abituato ad aggrapparti.
E’ bellissimo quando ti accorgi che, per fortuna, nonostante i cambiamenti qualche altro punto fermo c’è: magari nascosto, ma c'è.
E' commovente quando scopri che il punto fermo, per quanto nascosto e inaspettato, è solido quanto mai avresti immaginato.
… visto che non copio né cito, ma mi limito a mettere un
collegamento!
Oggi ozio!
Nell’esperienza di un grande amore, tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito.
(Romano Guardini)
Lo sguardo tenta a fatica di sollevarsi, perché le preoccupazioni incombono.
Il cuore cerca disperatamente una briciola di serenità, perchè è pieno di tristezza.
La solitudine, ed il grigiore del cielo fuori della finestra, non aiutano.
Posso solo sperare che domani sia diverso: sono qui per combattere la mia solitaria battaglia.
Da un po’ di tempo mi chiedo: ma cos’è che determina il rapporto tra due persone? Che tipo di rapporto (amicizia o amore, tanto per dire) non importa, il punto da chiarire è: quello che ci fa stare bene insieme, cos’è? Le c.d. “affinità”? Ed è qualcosa di oggettivo, o cambia nel tempo?
Tanto per anticipare la domanda: in effetti stanotte ho dormito male… mal di stomaco.
Il passato non si cancella, si può (a volte) superare, con minore o con maggiore fatica, ma non si può cancellare, anzi non si deve cancellare.
Il passato, come il presente, fa parte della carne, costituisce: ogni persona è determinata dalla vita che ha vissuto, dagli incontri che ha fatto, dalle esperienze che ha avuto.
Quando si accetta una persona, si accetta tutto, anche il passato: pensare di riuscire, prima o poi, a estirparlo, è pura illusione, oppure è follia.
Dal passato non si prescinde.
Oggi è stata una giornata intensissima, di quelle che tolgono il respiro.
Ma il fiato avrei preferito farmelo togliere da te, se solo fossi stato qui.
A volte, per rasserenare lo spirito, basta guardare appena più lontano del proprio naso, ma non serve neanche allontanarsi troppo.
A volte basta soltanto guardarsi intorno, vicino, molto vicino, appena un po’ più in là di sé stessi.
E’ pur vero che sembra più facile ed immediato chiudersi al mondo esterno, ranicchiandoci su noi stessi oppure, all’opposto, cercare il cambiamento radicale.
Ma in ambedue i casi, per motivi diversi, difficilmente si arriva a qualcosa di utile…
Che cosa di stravolgente puoi trovare, dentro di te, che non conosci già? Può essere che ci sia, ma se ancora non l’hai visto, pensi di riuscire a tirarlo fuori nei momenti di sconforto?
Ed il cambiamento radicale: è davvero così facile da attuare?
Invece a volte basta appena appena alzare lo sguardo, per incontrare gli occhi di qualcuno che ti vuole bene.
E magari anche imparare a parlare in prima persona.
Però anche una chiacchierata con un amico, magari davanti ad un profiterol spettacolare preparato al momento, non è male, anzi!
Quando ti girano le palle, o quando sei un po’ giù, una sfogliatella fa miracoli (anche più di un amico, per non dire altro!).
Uscirò dalla piazza e alla città nell'orecchio caccerò a forza un grido di disperazione.
Non permetterò a nessuno di calpestare il candido scampolo dell'anima.
(Jurij Galanskov)
"Il candido scampolo dell'anima" è un'immagine bellissima...
Il dulce de leche è una cosa fantastica.
Gli ingredienti sono semplici ed è molto facile da preparare, anzi non c’è proprio nulla da preparare – solo mettere a bollire insieme latte, zucchero e vaniglia – e poi aspettare, perché richiede un tempo di cottura alquanto lungo. Ma il risultato è straordinario, perché non te lo aspetti che una cosa così semplice sia così buona. Si potrebbe dire che il buono viene fuori alla distanza.
Come certe persone: dai un’occhiata agli “ingredienti”, e pensi che non se ne possa tirar fuori nulla di particolare. Ma poi alla distanza, dopo lenta “cottura”, viene fuori un “dolce” straordinario.
La parole non bastano, lo so io e lo sai tu.
Ti auguro tutto il bene del mondo.