Mi emoziono davanti ad una rosa, cosi tenera ed elegante quando è in boccio, così sontuosa quando è in pieno fiore.
Mi commuovo davanti ad un mazzolino di fiori di campo, piccoli, coloratissimi, delicatamente profumati, ma forti, perché nascono e crescono dove meno te l’aspetti, e senza nessuna cura.
Un ricco mazzo di fiori coltivati mi lascia indifferente, ma soprattutto non mi piacciono le orchidee: indubbiamente eleganti e belle, ma fredde, e senza profumo.
Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là 've zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l'ombre lontane
Infra l'onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell'infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l'ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l'umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S'anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D'intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall'altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l'altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.
(Giacomo Leopardi)
Stamattina sono uscita molto presto, dovendo affrontare una giornata intensa e alquanto faticosa.
Ma la fatica di alzarsi prima del solito è stata ripagata da un cielo bellissimo, ancora scuro ma che pian piano cambiava colore… e mi è tornato alla mente questo bellissimo canto.
Quando ero bambina cantavo una canzoncina:
“Ho un amico grande grande, di più giusti non ce n'è….”
Ho voglia di ricantarla ancora, ma adesso ha anche un senso diverso.
Vedere gli occhi di una persona in fondo è facile, se la persona non li nasconde dietro un paio di occhiali scuri.
Guardare negli occhi una persona è già più difficile, perché bisogna saper cogliere lo sguardo anche se è sfuggente.
Ma leggere negli occhi di una persona è difficilissimo, ci vuole il cuore: un cuore che sa amare, un cuore che ama.
Anche quest’anno ho partecipato, coinvolgendomi in prima persona, a questa grandiosa iniziativa.
Ogni anno è lo stesso: il problema più grosso … è la paura di chiedere agli amici di venire a dare una mano.
Ogni anno è lo stesso: ti accorgi che invece è facile, che non serve chiedere, ma solo ricordare l’appuntamento a quelli che sono già venuti negli anni precedenti: praticamente tutti ritornano, e coinvolgono altri.
E così il dirigente di una grossa industria, rientrato nella notte dall’estero, si fa prestare dalla sua azienda il furgone e per un giorno fa il facchino/autista, e con lui professionisti/e che per un giorno si tolgono la cravatta o scendono dai tacchi, pensionati che tirano fuori insospettate energie, mamme che non riuscendo a portar via i figli si coinvolgono e collaborano anche loro, perfino uno con le stampelle per i postumi di un incidente, che sta seduto e riempie schede, e quello con l’hobby della fotografia che arrivando è un po’ scettico e andando via è entusiasta, dopo aver scattato decine di foto.
La fatica non riesce a spegnere il sorriso, e nemmeno a cancellare l’entusiasmo, quando la sera si tirano le somme, e un urlo da stadio suggella un risultato insperato, che va oltre ogni più rosea aspettativa.
Insomma, ogni anno è lo stesso: uno spettacolo!
Il troppo storpia, dice un antico detto.
Ecco, forse era troppo bello, forse ci credevi troppo.
Come nelle favole, a mezzanotte in punto, l'incantesimo finisce.
E' domani, ed è diverso da come l’avevi immaginato.
Piove, per esempio.
Ma non solo.
Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri.
(Cesare Pavese)
Eviterei la facile battuta che ai tempi di Pavese non c’era internet…
Capita che - (quasi) timidamente - chiedi ad un amico di darti una mano su una certa cosa, peraltro un po’ particolare.
Capita che l’amico prima sbuffa – anche perché quella cosa non è del tipo delle cose che piacciono a lui – poi brontola, ma alla fine di mani te ne da due, anzi di più.
E’ un amico, è normale che ti aiuti.
Poi però ti accorgi che l’amico in quella cosa si coinvolge, ci mette passione, e allora sei contenta.
Ma quando senti che quell’amico, parlando di quella cosa, dice “abbiamo fatto”, allora ti commuovi.
Se dovete fare la spesa, andateci sabato 24 novembre e comprate qualcosa in più per i poveri.
11a GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE
Sabato 24 novembre 2007
“La carità cambia la vita”
Sabato 24 novembre si svolgerà in tutta Italia la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e dalla Federazione dell’Impresa Sociale Compagnia delle Opere. Sarà possibile in quell’occasione aiutare concretamente i poveri del nostro Paese che, secondo le ultime rilevazioni Istat (ottobre 2007), sono quasi il 13% della popolazione italiana. In oltre 6800 supermercati più di 100.000 volontari, tra i quali Marcello Lippi, Paolo Brosio e Giancarlo Fisichella, inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati ed alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola - che saranno distribuiti a più di 1.360.000 indigenti attraverso gli oltre 8.100 enti convenzionati con la rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.).
In occasione della “Colletta Alimentare” del 2006 gli italiani hanno donato più di 8422 tonnellate di cibo per un valore economico superiore a 26.200.000 euro; l’obiettivo per l’undicesima edizione è di coinvolgere sempre più persone in questo gesto di gratuità incrementando così il quantitativo di alimenti raccolti.
A beneficiare della “Colletta” non sono esclusivamente i poveri ma anche i donatori che, attraverso un semplice gesto di carità, condividono i bisogni primari di chi è emarginato.
La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo De Paoli, e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e del patrocinio del Segretariato Sociale della Rai.
Per informazioni su quali punti vendita aderiscono all’iniziativa oppure su come dare la propria disponibilità per fare il volontario è possibile chiamare lo 02.67.100.410 oppure visitate il sito www.bancoalimentare.it.
In questi giorni passa spesso in TV uno di quei messaggi tipo Pubblicità Progresso, che invita a smettere di fumare. Sacrosanto.
L’invito finale è all’incirca “Rivolgiti al tuo medico, lui saprà consigliarti il metodo più adatto a te per smettere di fumare”.
Ma la cosa spettacolare è la chiosa finale: “Chiedere un consiglio, è già iniziare a smettere”.
Come si dice a Roma: ma de che???
A me suona così: chiedi un consiglio (che tanto non segui) così, almeno, ti metti a posto la coscienza.
E ovviamente non smetti di fumare.
Conta i fiori del tuo giardino, mai le foglie che cadono.
(Romano Battaglia)
Un attimo fa ho ricevuto uno dei soliti SMS pubblicitari.
Li riconosco al volo dalla prima riga, e il dito parte automaticamente e quasi inconsapevolmente verso il tasto che elimina il messaggio.
Ma stavolta non era per suonerie, oroscopi e simili, e stavolta mi è un po’ dispiaciuto di averlo cancellato così velocemente.
Perché mentre spingevo il tasto “elimina” il testo che stavo cancellando mi ha incuriosito, e averla cancellato di getto mi ha lasciato il dubbio: come sarebbero state le posizioni del Kamasutra sul telefonino?
Qualcuno tra i lettori di questo blog si è preoccupato/incuriosito per alcune delle cose che ho scritto.
In particolare chi mi conosce personalmente ha notato qualcosa che gli ha fatto sorgere la domanda… “Ma che succede?”
Ragazzi, tranquilli: sto bene!
A parte i soliti salti d'umore, non c'è nulla di particolarmente sconvolgente.
Come ho detto più volte molte delle cose scritte qui provengono da note, appunti, pensieri a volte attuali, o recenti, molto spesso vecchi di anni, ma sono riportate in questo blog rigorosamente senza data.
E volutamente senza data, perché sono comunque senza tempo: le circostanze da cui sono nati sono perlopiù cambiate, ma non per questo quello che ho scritto allora perde spessore oggi.
Molte persone vedono l’impresa privata come una tigre feroce, da uccidere subito.
Altre, invece, come una mucca da mungere.
Pochissime la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che, in silenzio, traina un pesante carro.
(Winston Churchill)
Chi l'udì prima piangere? Fu l'alba
Egli piangeva; e, per udirlo, ascese
qualche ramarro per una vitalba.
E stettero, per breve ora, sospese
su quel capo due grandi aquile fosche.
Presso era un cane, con le zampe tese
all'aria, morto: tra un ronzìo di mosche.
«Donde venni non so; né dove io vada
saper m'è dato. Il filo del pensiero
che mi reggeva, per la cieca strada,
da voci a voci, dal dì nero al nero
tacer notturno (m'addormii; sognai:
vedevo in sogno che vedevo il vero:
desto, più non lo so, né saprò mai...);
nel chiaro sonno, in mezzo a un rombo d'api,
si ruppe il tenue filo. E poi che gli occhi
apersi, cerco i due penduli capi
in vano. Mi levai sopra i ginocchi,
mi levai su' due piedi. E l'aria in vano
nera palpo, e la terra anche, s'io tocchi
pure il guinzaglio, cui lasciò la mano
addormentata. Oh! non credo io che dorma
la mia guida, e con lieve squittir segua
nel chiaro sonno il lieve odor d'un'orma!
Egli è fuggito; è vano che l'insegua
per l'ombra il suono delle mie parole!
Oh! la lunga ombra che non mai dilegua
per la sempre aspettata alba d'un sole,
che di là brilla! Vano il grido, vano
il pianto. Io sono il solo dei viventi,
lontano a tutti ed anche a me lontano.
Io so che in alto scivolano i venti,
e vanno e vanno senza trovar l'eco,
a cui frangere alfine i miei lamenti;
a cui portare il murmure del cieco...
Ma forse uno m'ascolta; uno mi vede,
invisibile. Sé dentro sé cela.
Sogghigni? piangi? m'ami? odii? Siede
in faccia a me. Chi che tu sia, rivela
chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace
o si compiange della mia querela!
Egli mi guarda immobilmente, e tace.
O forse una mi vede, una m'ascolta,
invisibile. È grande, orrida: il vento
le va fremendo tra la chioma folta.
Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento,
dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!
dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento
sopra la palma, che mi guarda, e tace.
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi
me, parla dunque: dove sono? Io voglio
cansar l'abisso che mi sento ai piedi...
di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio
n'odo incessante; e d'ogni intorno pare
che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,
tra un nero immenso fluttuar di mare».
Così piangeva: e l'aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sopra il suo capo piovvero le stelle.
Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, pieni
d'oblìo, volgeva; fin ch' - io so la strada –
una, la Morte, gli sussurrò - vieni! -
(Giovanni Pascoli)
«È che ogni bambino che nasce è una storia che comincia. I bambini nascono e ti guardano, non è vero che hanno gli occhi chiusi, ti guardano con quegli occhi spalancati. E attorno, tra chi assiste, c'è un istante, sempre, di silenzio. Anche se si è assistito a mille parti, si tace per un momento. E il bambino urla il suo vagito, che vuol dire che respira, che è vivo, ed è come un grazie, qualcosa che fa tremare. È come essere davanti a una grande sorgente inesauribile, e ogni volta ti sembra di nascere ancora, aiutando quella madre».
Flora Gualdani ha 67 anni, è maestra ostetrica a Indicatore, un piccolo paese in provincia di Arezzo. Ha fatto nascere la sua prima bambina all'Istituto degli Innocenti a Firenze, 50 anni fa. Poi, tra Firenze e questa campagna aretina, ne ha aiutati a venire alla luce migliaia. Negli anni Sessanta ha aperto una casa per ragazze madri e per i loro bambini. Poi ha girato il Terzo Mondo: ha aiutato le partorienti che nell'inferno della guerra cambogiana mettevano, comunque, al mondo un uomo. Racconta, la signora Flora, che nei paesi più poveri dell'Asia quando nasce un figlio, anche in zone i cui di figli ogni famiglia ne ha otto, è una festa; e aggiunge che un po' era così anche da noi, in Italia, nel dopoguerra, in campagna. «Il parto in casa era la festa delle donne, il gran giorno del paese».
Mondi finiti, inutile avere nostalgie. Di vero ancora però c'è che ci hanno tolto la gioia del mettere al mondo. Fin dall'inizio della gravidanza, l'ansia: due, tre, quattro ecografie, e screening, come se quell'attesa fosse una malattia, da tenere rigorosamente sotto controllo. E il parto: corsi, preparazioni psicofisiche. Chissà come facevano le nonne, senza corsi. Facevano, e bene, perchè nessuno aveva loro instillato l'idea che partorire fosse cosa strana e difficilissima, da affidare completamente a medici, macchine, quando non alla chirurgia.
Bisognerebbe ricominciare a dire alle figlie che le donne sono naturalmente capaci di partorire. Che il parto - il primo, gli altri molto meno - è vero, è doloroso, ma non del dolore di una malattia. Far nascere un figlio è una battaglia: per la vita, però, non per la morte. E non esistono battaglie incruente, né senza paura. Ma quando te lo mettono tra le braccia e ti butta addosso gli occhi sbalorditi, non è una banale vittoria. Abbracci uno che hai sempre aspettato - segno, e primizia. Per questo, attorno, tacciono.
(Senza paura per quegli occhi sbalorditi, di Marina Corradi, su Tempi)
A volte per il mal di mare non basta un Travel Gum, e nemmeno una pillola.
Se non passa, l’unica cosa è fermarsi, e scendere.
Sempre che sia possibile, fermarsi e scendere.
Oppure cercare di far finta di niente, concentrandosi su qualcos’altro.
Sempre che si abbia voglia, di concentrarsi su qualcos’altro.
Il problema è che su questa barca – che adesso va su e giù – io voglio restarci…
E neanche ho voglia di concentrarmi su altre cose, perché questa è la più importante.
Quindi l’unica soluzione è trovare il modo di portare questa barca in acque più tranquille.
Le cose vanno avanti, spesso tra alti e bassi.
Qualche volta gli alti sono altissimi ed i bassi bassissimi.
E a salire, e poi scendere, e poi risalire e poi riscendere si fa molta più fatica che a camminare in piano.
E ad andare su e giù a volte viene pure il mal di mare.
Di solito, le catene - via mail o via sms - io le interrompo sempre.
Però poco fa sul mio telefonino ho ricevuto questa, che nella sua semplicità mi sembra bellissima.
Stamattina aprendo la finestra un angelo mi ha chiesto cosa mi auguravo per oggi.
Gli ho risposto di prendersi cura della persona che legge questo sms e della sua famiglia.
Gli angeli esistono e quando non hanno le ali si chiamano amici.
Mandalo a 7 angeli e… (ecc. ecc.)
Sigmund Freud ha scritto: “L’essere amata è per la donna un bisogno superiore a quello di amare”.
Ci voleva Freud, per spiegarcelo?
Senza offesa per nessuno, io frequento poco, ma spero che Freud abbia detto anche qualcosa di più utile.
Cos’è la dolcezza?
E’ il tuo abbraccio forte e tenero insieme.
E’ il tuo sguardo, profondo ed attento.
E’ la tua voce calda ed avvolgente.
Sei tu, quando mi abbracci, mi guardi e mi parli.
E sei sempre tu, anche quando sei lontano:
non puoi abbracciarmi, né guardarmi, né parlarmi, ma sei.
"Io giro sempre pagina: il giorno più importante della mia vita è sempre il giorno dopo."
Chissà chi l’avrà detto, per primo.
Apparentemente è una gran cosa: girare sempre pagina non dà il tempo di piangersi addosso, e cercare il giorno più importante della vita nel giorno che deve ancora venire è quantomeno stimolante.
Ma ho il dubbio che poi la vita si trasformi in una corsa senza fine, senza mai fermarsi a godersi quello che si ha già.
E magari anche a meditare sulle esperienze del passato, se non altro per evitare di ripetere gli errori.
Un amico mio, col pallino del Brasile, mentre chiacchieravamo di certe situazioni che al momento mi coinvolgono, se n’è uscito dicendo: “Quella che i brasiliani chiamano ‘colorida amizade’ potrebbe essere la soluzione”.
L’espressione è decisamente accattivante, mi faccio un giro su Google per capirne di più, ma non arrivo a nulla (non sono neanche sicura che si dica e/o si scriva così).
Però il concetto mi è chiaro, e allora ci penso: una ‘colorida amizade’ può essere la soluzione?
“L’amore è un fiore meraviglioso che sboccia quando meno te lo aspetti e muore quando ti rassegni.”
“L’amore è un fiore meraviglioso ma bisogna avere il coraggio di coglierlo anche sull’orlo di un precipizio.”
Meglio darci un taglio… altrimenti finisce che mi rassegno e vado a cercare un precipizio da cui buttarmi….
O con ragione, o senza ragione, o contro di essa, io non voglio morire.
E quando infine morirò, se morirò definitivamente, non mi sarò lasciato morire, ma mi avrà ucciso il destino umano.
A meno che non giunga a perdere la testa, o più che la testa il cuore, io non mi dimetto dalla vita; da essa mi si dovrà destituire.
(M. De Unamuno, in Del sentimento tragico della vita)
Ultimamente, nel rapportarmi con alcune persone, io vivo una sorta di dicotomia (il concetto di dicotomia mi ha sempre affascinato, fin dai tempi della scuola).
E’ come se, in quel dato rapporto, ci fossero come due facce, due aspetti diversi ed in qualche modo anche opposti, che non hanno praticamente nulla in comune, se non il fatto che – imprescindibilmente insieme – costituiscono un tutt’uno: l’anima della sottoscritta.
E questa indissolubilità è la differenza sostanziale dalla definizione classica di dicotomia: le due parti sono sì opposte, ma non si negano, non sono mutuamente esclusive e nemmeno completamente esautive, perché una ed una sola è la mia anima, tanto è vero che non posso “estirparne” una parte, dato che una parte non prescinde dall'altra, anzi è indissolubile dall’altra.
Come le due facce di una stessa medaglia, diverse (se avessero lo sguardo… guarderebbero verso direzioni opposte) ma necessariamente fuse insieme, perché solo fuse insieme costituiscono la medaglia: se si andasse a separarle, si avrebbero due dischi di metallo ognuno dei due con una sola faccia incisa, ma la medaglia non esisterebbe più.
In una medaglia non puoi vedere, non puoi mostrare le due facce contemporaneamente: quando è visibile una faccia, l’altra sta dietro, ed è totalmente invisibile, e finché non ti è dato di girare la medaglia, l’altra faccia resta completamente sconosciuta, al massimo la puoi immaginare.
E quando finalmente hai la possibilità di vedere la faccia fino a quel momento nascosta, può essere una sorpresa…. quella faccia può apparire completamente diversa da come la si è immaginata, più bella, oppure più brutta.
Ma la medaglia è, e resta, una sola, e che ti piaccia o no, non hai che un’alternativa: o prendi tutto, o lasci tutto.
Volevo fare una certa cosa, ma siccome in qualche modo ti riguardava, te l’ho detto.
Tu mi hai risposto che non gradivi, ed io l’avevo previsto: io e te, ormai, ci conosciamo abbastanza…
Avrei voluto essere nella tua testa, per leggere il tuo pensiero.
Sono certa che tu hai pensato che l’avrei fatta ugualmente, quella certa cosa: in effetti, io e te, ormai ci conosciamo abbastanza…
Ogni tanto mi viene la voglia di eliminare qualcuno dei messaggi che inserito in questo blog.
Ma poi desisto, perché qui dentro c’è un po’ della mia vita, attuale e passata, che non cambio certo eliminando un messaggio.
E allora al diavolo se alcuni sono brutti o incomprensibili, tanto questo blog è soprattutto per me.