“Ho capito: il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”
(Mafalda)
La ragione è caratteristica propria, anzi esclusiva dell’uomo, e l’uomo ha il bisogno esistenziale di non limitare la propria visione della vita entro confini misurabili.
La capacità di conoscere e di incidere nel tessuto della realtà propria della ragione - e di tutte le facoltà che da essa derivano – viene pienamente valorizzata e non mortificata solo se la ragione si spalanca verso qualcosa che non è “finito" e pertanto non pretende di essere misura di tutte le cose.
E questo per il solo fatto che l'uomo, per sua natura, desidera e ha bisogno di protendersi verso qualcosa di infinitamente più grande di lui.
Al contrario, l'uomo che, con un atto libero – forse anche per una pavida volontà di autoconservazione o per un calcolo razionalmente limitato – non si apre all'infinito, riduce la portata della ragione, di cui è l'unico detentore; di più: nella presunzione autocelebrativa di essere capace di spiegare tutto al lume della ragione medesima, rifiuta di ammettere l'evidenza del fatto che l'infinito permea innegabilmente la realtà intera.
Di conseguenza, con questa sua ostinazione l'uomo finisce col privare la ragione di una parte sostanziale della sua energia conoscitiva.
Ovviamente non è roba mia (nel senso che non è farina del mio sacco) ma l’ho fatta mia.
Di quelli che credono che anche i pedoni debbano tenere la destra, ho già detto.
Vogliamo parlare di quelli che sulle strade extraurbane, specialmente in montagna, a piedi, camminano affiancati in due o tre, occupando un bel pezzo della carreggiata, e ovviamente tenendo la destra, talché neanche vedono le auto che sopraggiungono alle loro spalle? Naturalmente anche in curva, così te li trovi davanti all’improvviso. E quasi mai si tratta di ragazzini (che raramente camminano), ma di persone adulte e (in teoria) vaccinate, intente in (sempre in teoria) salutari passeggiate…
Ma i migliori sono i pedoni in città.
Ci sono quelli che sui marciapiedi “pascolano” come pecore, con una certa predilezione per i marciapiedi stretti e possibilmente affollati: più che camminare, o passeggiare, anche lentamente, stazionano (come pecore al pascolo, appunto), in gruppo; il numero dei componenti del gruppo è assolutamente variabile, come è variabile la disposizione che assumono, l’importante è che il numero e la disposizione impediscano il transito degli altri pedoni sul marciapiedi.
Nelle strade strette del centro, dove i marciapiedi o non esistono o sono strettissimi, che siano isole pedonali o no per il pedone è assolutamente indifferente: lui comunque pascola al centro della strada, spesso in branco, fregandosene delle auto (pochissime), dei taxi (non molti), dei motocicli (tantissimi), anzi la prende male per non dire s’incazza se qualcuno gli suona alle spalle chiedendo strada.
Poi ci sono quelli che attraversano la strada a 10 metri dalle strisce pedonali, ovviamente senza curarsi delle auto che arrivano, magari parlando al telefonino. E naturalmente te li trovi all’improvviso davanti al cofano, e li vedi all’ultimo momento, perché hanno un senso innato per sbucare per esempio da dietro un furgone parcheggiato, o da un autobus alla fermata. E naturalmente per far ciò scelgono di preferenza strade dove il traffico scorre non proprio lentissimamente.
Certo, a onor del vero, va anche detto che sulle strade i pedoni non sono mai al sicuro, neanche quando sono accorti e rispettano tutte le norme anche di sicurezza e prudenza, neppure sulle strisce pedonali… certi automobilisti li considerano quasi come i birilli: è un punto d’onore buttarli giù!
Al proposito, ricordo ancora il mio stupore la prima volta che sono stata a Londra, vedendo le auto che si fermavano per il solo fatto che c'era un pedone davanti alle strisce pedonali, anche se ancora sul marciapiedi: a Roma, se non ti "butti" in mezzo alla strada, non si ferma nessuno!
Se ho un’anima, è questa: una festa
di celesti e verdi su qualcosa
della mia infanzia, che non ricordo più.
C’è in essi l’attesa delle cose
che ancora mi ostino a raggiungere:
l’averle avute prima di conoscere
cos’è il cercare una cosa sulla terra.
(Albero Bevilacqua, in Le Poesie)
Sere fa c’era un gran vento, quello che viene da nord, freddo, che a Roma si chiama tramontana.
Ero in montagna, a circa 100 Km da Roma, e il cielo che il vento aveva ripulito dalle nuvole era molto più scuro; volgendo gli occhi intorno non c’era nulla – un tetto, un albero – che lo limitasse, lo racchiudesse, e anche le stelle sembravano molte di più e molto più luminose.
Sembrava di essere sotto un altro cielo, in un posto lontano, silenzioso e bellissimo, quasi un altro mondo, dove c’ero solo io e appunto il cielo sopra di me.
Dice: “Allora hai capito cos’è l’inquinamento luminoso”.
Forse, ma non soltanto questo: ho capito che semplicemente guardando un cielo pulito e stellato, seppure a pochi chilometri dalla vita di tutti i giorni, il cuore può andare lontano, a godersi l’infinito.
Ieri sera ho incontrato una delle persone che ha segnato di più la mia vita… e non in senso positivo. Una delle persone che mi ha fatto più male.
Erano tantissimi anni che non la vedevo, questa persona, e quando me la sono trovata davanti, all’improvviso, ho avuto una stretta al cuore: la ferita fa ancora male.
Avrei voluto scappare, ma non potevo, ero una statua.
Un saluto freddo, veloce, poi per fortuna sono riuscita a girare i tacchi.
Ma possibile che il passato, dopo tutto questo tempo, mi faccia ancora soffrire così?
Ripensando alla faccenda del tempo che scorre: il segreto è, nell’uno e nell’altro caso, un atteggiamento positivo.
Prima, durante l’attesa, pensare a quanto di bello sta per accadere, e dopo, quando accade, non pensare a quanto dura.
Giorni fa ho detto ad un amico “Lo sai che sei una delle cose più belle e inaspettate che mi sia capitata negli ultimi mesi?”
Lui si è stupito, ed io mi sono stupita che lui si stupisse, perché mi sembrava di aver fatto una semplice constatazione.
E cioè che mi era capitata una cosa rara, quella di aver conosciuto per caso una persona con la quale, invece, nel giro di pochi mesi si è instaurato un rapporto di amicizia talmente forte e talmente vero da poter dire “sei tra le persone a cui tengo di più”.
Una cosa talmente rara che quando accade – ed è la prima volta che mi accade - mi sento di dire (con il cuore) che è una cosa bella e inaspettata, anzi una delle cose più belle ed inaspettate che mi siano capitate.
Che c’è da stupirsi?
Non a caso, questo è il post n. 200.
Se mi stringo a te sento la tua presenza, il tuo calore.
Anche quando non ci sei riesco a ricordare, a sentire, la tua presenza e il tuo calore.
A volte però, nonostante la tua presenza e il tuo calore, percepisco la tua assenza.
E allora mi manchi.
Anche questa non ricordo dove e quando l’ho sentita, però mi torna sovente in mente, guardandomi intorno.
Mi accorgo che spesso è come se venisse prima la risposta – che ci viene suggerita come necessaria, quindi in qualche modo imposta – dalla quale poi nasce un bisogno, che non è reale ma sembra necessario, se non altro per giustificare la risposta.
A volte il tempo scorre lentamente, così lentamente che l’attesa sembra non finire mai.
A volte il tempo scorre velocemente, così velocemente che è già l’ora dell’addio.
La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perchè stai bene, e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d'oro.
Lavori quarant'anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi coi gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebé.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
...E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!
(Woody Allen)
E’ notte fonda, i passi risuonano sul viale buio e polveroso che attraversa l’ampio spicchio di campagna immersa nel silenzio.
Le luci della città sono lontane, nel cielo sereno chiuso dentro i confini delle chiome degli alberi, una geometria irregolare di stelle.
Tutto è immobile, solo un refolo di vento agita le foglie.
Tutto è silenzioso, solo il rumore dei passi.
Tutto è buio, solo un raggio di luna che disegna strane ombre.
Da bambina, quando percorrevo questo viale, quel lieve agitarsi delle foglie, quelle silenziose ombre ondeggianti nel buio mi terrorizzavano, perfino il rumore dei miei passi e del mio respiro mi faceva paura, eppure non ero mai da sola.
Da grande ho percorso centinaia di volte questo viale – di cui conosco ogni sasso, ogni cespuglio, sempre uguali nonostante lo scorrere del tempo – in auto, eppure ancora mi assaliva una vaga inquietudine.
Nulla è cambiato, eppure stanotte il passo è sicuro, la mano è ferma nello stringere la tua e nel guidare il tuo incerto andare in questo luogo a te sconosciuto.
Il cielo scuro ricamato dalle stelle avvolge il nostro abbraccio, mentre il silenzio è attraversato dal mio respiro che, affannato, si confonde con il tuo: l’ignoto che potrebbe celarsi nel buio non mi spaventa più.
Nulla è cambiato, eppure tutto è diverso: ora ci sei tu.
Altro pallino: la bellezza.
Pensandoci di nuovo, a mio avviso la citazione si riferisce non tanto alla bellezza in sé, quanto al rapporto con la bellezza, quindi un qualcosa che va al di là della distinzione tra bellezza oggettiva e bellezza soggettiva, e non solo perché le due “categorie” si compenetrano, ma perché il rapporto con la bellezza va oltre la semplice percezione di qualcosa di bello.
Secondo me quello che cambia è la posizione, l’atteggiamento di chi guarda, un po’ come se ci fossero diversi “livelli” d’intensità nel rapportarsi con la bellezza:
- il primo è la percezione, quando lo sguardo si posa su una cosa che percepisco come bella (che sia bella per tutti o solo per me, è irrilevante);
- il secondo è l’apprezzamento, quando una cosa, che ho percepito come bella, mi piace anche; il dire di una cosa “è bella” oppure “mi piace” non è la stessa cosa, l’apprezzamento (“mi piace”) è già un livello per così dire soggettivo, nel senso che coinvolge chi guarda, ne provoca il giudizio, incontrando o meno il suo gusto;
- il terzo è il goderne: dopo aver percepito e apprezzato una cosa bella, ne traggo una sensazione positiva, un arricchimento, insomma un “di più”.
Apparentemente non è facile distinguere tra i tre “livelli”ma, almeno nella mia esperienza, ci sono cose oggettivamente belle, che però non necessariamente (e parlo per me) incontrano il mio gusto, non necessariamente mi piacciono, e ce ne sono altre che pur piacendomi, non vanno oltre, non mi provocano alcuna ulteriore sensazione; infine sono pochissime le cose che, dopo averle percepite ed apprezzate, mi hanno provocato una sensazione tale da rimanere senza parole e pensare “sono proprio contenta di aver visto, di aver goduto di questa cosa”.
Davanti ad un quadro di un grande pittore, io percepisco la bellezza del quadro, che però può piacermi o non piacermi (per lo stile, per i colori, per la luce), ma solo di alcuni posso dire di averne goduto la bellezza: ad esempio, la Maestà di Duccio da Boninsegna nel Duomo di Siena è quasi universalmente considerata un capolavoro, anche se non tutti certo apprezzano, cioè a non tutti piace la pittura medioevale, come non tutti apprezzano il soggetto religioso della grande opera: io quando l’ho vista dal vivo la prima volta l’avevo già conosciuta e studiata a scuola e sui libri d’arte, eppure, quando mi ci sono trovata davanti, sono rimasta alcuni istante immobile, ammutolita e con gli occhi sbarrati, pensando “ma perché mai non sono venuta qui prima, a godere di questa incommensurabile bellezza?”
La stessa cosa può accadere davanti ad un panorama, ad un cielo stellato, ad un semplice fiore.
Ecco, il massimo livello è quando la bellezza si sente (non l'ascolto uditivo ma quello emotivo ed emozionale) e commuove (nel senso più antico e letterale del termine, "cum movere", cioè muovere un qualcosa verso un senso).
Vorrei saper esprimere con le parole quello che ho nel cuore, ma temo di non esserne capace.
Ho cercato nelle parole di altri più bravi di me qualcosa che dica al posto mio quello che io non so dirti, ma la ricerca è stata vana.
Ma è necessario dire, è necessario esprimere con le parole quello che ogni sguardo, ogni espressione, ogni gesto esprime con tanta evidenza?
Forse no, anzi, sicuramente, le parole non possono bastare.
Il silenzio che accompagna ogni sguardo, ogni espressione, ogni gesto, dice molto di più di mille parole: tu sai leggere il mio silenzio, come io so leggere il tuo.
E allora perché affannarsi tanto?
Non lo so, perché comunque, qualcosa manca, o meglio qualcosa è cambiato: tu sai leggere il mio silenzio, come io so leggere il tuo, perché dentro al mio silenzio come dentro al tuo ci sono tutte le parole che ci siamo già detti, che sono un tesoro che – spero – non dilapideremo.
Solo due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana.
Ma della prima non sono tanto sicuro.
Chissà se è da questa affermazione di Albert Einstein che Carlo M. Cipolla ha tratto la sua teoria.
"La bellezza è negli occhi di chi guarda".
Non so da dove ho preso questa frase, mi frulla in testa da un po’.
Ho provato a mettere in moto Google: pagine e pagine, ed è uscito fuori di tutto: se è una citazione, allora è tra le più... citate, e senza citare l’autore (in verità… spaventata dalla mole, ho letto solo qualcosa qua e là, e ho mollato quando mi sono imbattuta in una specie di racconto horror).
A prima vista sembra una riproposizione del vecchio detto “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, un po’ come dire che la bellezza è un qualcosa di soggettivo, ma questa interpretazione mi sembra riduttiva.
Forse, la bellezza è negli occhi di chi guarda, perché solo chi sa cogliere la bellezza sa anche apprezzarla e goderne.
Mercoledì scorso erano sedici anni. Mio marito aveva prenotato il ristorante per tutti e cinque. Io però, ansiosa di guardare in tv se Prodi cade, telefono e dico: andiamo domani. Lui si offende, ti importa più del governo che di me. Io ribatto che faccio la giornalista, e poi quando mai abbiamo santificato l'anniversario, che importa rimandare di un giorno? Lui sbatte giù il telefono. A cena poi ci andiamo, entrambi ingrugniti, litigando sulla strada da fare - «Ma dove diavolo vai, non è di qua» e «Fatti i fatti tuoi, so ben io dove andare». Seduti al ristorante, i tre figli però sono allegri - forse perché per una volta il risotto non è liofilizzato. Li osservo con un tacito stupore mentre ridono fra di loro. «Nonostante tutto, non siamo riusciti a rovinarli completamente», dico sorpresa al marito. Già, e nonostante tutto sedici anni dopo siamo ancora qui, insieme, e con questi tre.
Pioveva quel sei di giugno, come oggi. Noi due entrambi più o meno trentenni, entrambi un po' provati dalla modernità. Io tornavo dai viaggi di lavoro e trovavo ad aspettarmi solo un frigo pieno di yogurt scaduti. Libera, libera, era stato l'imperativo dei miei vent'anni. Già, ma, cominciavo a chiedermi, libera per far cosa? Lui invece abitava ancora coi suoi, e telefonava troppo spesso alla mamma. Quando mi chiese di sposarmi fui sbalordita e contenta. Peccato che il mattino dopo all'alba mi telefonò: scusa, ci ho ripensato. Fu un fidanzamento breve e burrascoso. Quando si trattò di spedire le partecipazioni, e a quel punto ci si giocava la faccia, lui aveva il volto verde pallido, davanti alla buca delle lettere. Sospettando ripensamenti in extremis mandai avanti un'amica, in chiesa, perché mi avvertisse se lo sposo arrivava. Solo allora mi fidai a presentarmi all'altare. Lui era sempre molto pallido.
I pronostici, fra i miei amici, non erano incoraggianti. Qualcuno aveva addirittura scommesso: non dura. Anche il novello sposo doveva avere dei dubbi, perché in viaggio di nozze a ogni cabina telefonava ai suoi amici a chiedere conforto. Però, di una cosa eravamo certi: volevamo dei figli. La notte che nacque il primo lui era accanto a me in sala parto, evidentemente sconvolto e incapace di intendere e di volere - però c'era, e disse subito: «È bellissimo». Né lui né io sapevamo cos'era un bambino. Il piccolo rivelò presto un carattere difficile: coliche del lattante nel cuore della notte, otiti con urla laceranti. Insieme, le prime volte, correvamo al pronto soccorso, nel panico. Ci scoprimmo più uniti, nell'affrontare le intemperanze del giovane tiranno. Tra noi il clima era spesso burrascoso, ma di quel tipo di quattro chili di peso ci innamorammo insieme. Per farlo mangiare, Mario saliva su una sedia, e si metteva a ballare.
Ma non eravamo né lui né io dei temperamenti solari. Ogni tanto avevo la depressione io, ogni tanto lui. Ci siamo scambiati i medici, e anche le medicine. «Prova questo, è ottimo», ci proponevamo l'un altro, allungandoci l'ultimo ritrovato della scienza. Ci sono stati momenti veramente neri, in cui abbiamo pensato d'essere stati dei folli a sposarci, entrambi così fragili. Tuttavia, ci eravamo sposati in chiesa perché ci credevamo. E poi c'era Pietro. Era così bello averlo, che ne volevamo un altro. Arrivò prima il nostro annus horribilis: lui perse il lavoro e io il bambino che aspettavo. Sembrava si dovesse deragliare. Poi lui ritrovò il lavoro e io scoprii di essere di nuovo incinta. Dallo studio dell'ecografista lo chiamai, esultante: «È lungo due millimetri, e si chiama Bernardo!».
Io però ho continuato a lavorare. Tutto diverso da prima: ora, quando ero all'estero, la sera andavo a guardare i bus per l'aeroporto, sognando di tornare a casa, dai tre. Oddio, non siamo mai stati una famiglia modello. Forse, a ripensarci, tanto arrabbiarsi ha almeno impedito i silenziosi rancori. Col passare del tempo, cresceva la certezza che ormai eravamo, pure nelle quotidiane incazzature, non due persone, ma una famiglia.
Ricordo mesi pesanti, quando aspettavo la terza figlia e non mi reggevo in piedi, con i due ancora piccoli. E lui, lui che non sapeva fare un uovo in padella, e io che mi trascinavo tra computer, pentole e biberon. Non è possibile che tu non sappia fare nulla in casa, urlavo, certa d'avere sposato l'uomo più imbranato di Milano. E pigro. Quando traslocammo, nella bolgia di casse e operai e bambini ronzanti, il marito non c'era più. Lo trovai addormentato, rannicchiato in posizione fetale, su un materasso sul pavimento.
Anche le cose quotidiane ci dividono. Lui comprerebbe anche le mutande in via Montenapoleone, a me piace il mercato. Lui adora correre in macchina, a me, quando guida lui, viene il maldimare. Io amo le vacanze on the road, lui ama il divano come un fratello. Abbiamo finito col trovare un compromesso: io parto coi figli per un viaggio in Spagna, tremila chilometri, quaranta gradi. Lui ci accompagna all'aeroporto e riesce a dire: che peccato che non posso venire.
Due anni fa i figli hanno voluto un gatto. «Odio i gatti, se lo prendete me ne vado di casa», fa il coniuge. Il gatto è arrivato, lui è rimasto. I figli ne hanno voluto un altro, lui ha giurato che chiedeva il divorzio. Poi ne è arrivato un terzo, e l'altra sera l'ho scoperto che lo accarezzava e gli parlava di nascosto. Sei un tiramolla, gli ho detto freddamente. Ce ne siamo dette, in sedici anni, di ben di peggio. Io me ne vado, vattene, vado dall'avvocato, va bene, vacci, eccetera. Alla fine non ci siamo mai andati. I figli si sono abituati ai temporali, e sanno che poi passano. A Messa, la domenica, da sedici anni andiamo nella stessa chiesa, quella della prima sera che siamo usciti insieme, che era una notte di Natale. Lì c'è un prete dal pessimo carattere, che ci ha sempre preso a pedate nel sedere, però ogni volta ci ha ricordato che avevamo scelto, e promesso, di essere marito e moglie. Ormai comincio a guardare con nostalgia alle foto di noi assieme in montagna, lui col più piccolo sulle spalle, sudati, affranti su qualche mulattiera delle Dolomiti. Sedici anni, è già un bel pezzo di vita. È stata spesso una grande fatica. Ma siamo qui, e i tre sanno che, comunque, ci restiamo.
Penso al mito della libertà dei miei vent'anni, al frigo muto e vuoto la sera, e alle feste, al non dovermi preoccupare di nessuno, come a una vita che è valsa la pena di conoscere - per sceglierne un'altra. Per vivere in un'altra logica da quella dell'attimo fuggente, del finché dura, dell'andare "dove ti porta il cuore". Per costruire, per continuare nei figli. Nelle foto di quel sei di giugno lui pare sgomento, e io sorrido, con addosso un tailleur bianco comprato appena due giorni prima, perché non ero certa che mi sposasse davvero. Quest'anno mi ha regalato un anello con un piccolo diamante. Però, mi sono detta, dopo sedici anni e tutte quelle che ci siamo dette, ha ancora voglia di regalarmi un diamante. E la cosa mi è sembrata straordinaria. Una grazia. Come questa casa piena di figli e gatti, con un grande frigo pieno zeppo, e gli zaini per terra in cui inciampi, urlando ogni sera che non si può andare avanti così.
(Sedici anni straordinari, di Marina Corradi, su Tempi)
Il motto "la libertà è quella che finisce dove inizia la libertà altrui" sembra proprio creato da coloro che pensano che nella ricerca della felicità siamo ognuno un ostacolo per l'altro.
(Carlo Bellieni)
OK, è vero: c’ho il pallino dell’amicizia, e di conseguenza, qui, parlo frequentemente degli amici, dei miei amici.
Perché?
Da una parte, perché mi piace parlare delle cose belle, e l’amicizia è una delle cose più belle (affermazione qualunquista, se vogliamo, ma tant’è….).
E’ vero che di cose belle ce ne sono tante altre, in primis l’amore, per esempio, ma non di tutto mi riesce di parlare, qui.
E poi perché l’amicizia (quella vera) è gratuita, forse, anzi sicuramente, più della parentela o dello stesso amore.
Ai miei amici io devo molto di quello che sono, di quello in cui credo, della mia stessa vita, e quindi dagli amici che hanno segnato, incrociato la mia vita, non voglio, non posso prescindere.
Ieri sera mi sono fatta una litigata di quelle folli.
Perché la scintilla che ha fatto scattare il litigio è una tale inezia, che è folle litigare.
Perché la litigata è stata con una persona a cui voglio molto bene, che conosco come le mie tasche e a cui sono legata da una profonda amicizia da anni: è folle mettere a rischio un rapporto così.
Perché la litigata è stata di una tale violenza (verbale) che è folle comunque, anche se l’oggetto fosse stato più importante e la persona un estraneo.
A mente fredda, stamattina, mi sono resa conto, appunto, che è stata folle.
Ma il dolore è rimasto, e insieme la domanda: ma se è folle, e lo sai che è folle, allora perché?
Non ho fatto in tempo a cercare la risposta: poco fa mi sono incontrata con questa persona.
E’ stato un incontro non proprio casuale: vero che lavoriamo a neanche 100 metri di distanza l’una dall’altra, frequentiamo lo stesso bar, lo stesso giornalaio, lo stesso tabaccaio, per cui ci si incontra frequentissimamente, specie nelle ore canoniche, ma in realtà noi ci stavamo cercando.
Ci siamo guardate negli occhi per meno di un secondo, poi ci siamo abbracciate e senza neanche una parola tutto è tornato come prima.
E allora perché la litigata?
Forse, semplicemente, avevamo tutte e due bisogno di dar sfogo ad un disagio, assolutamente estraneo al rapporto tra noi due, ma incombente come un macigno, e la litigata folle è servita appunto a sfogarsi reciprocamente.
Tanto, se è vera, l’amicizia regge ugualmente.
Gli scooTIR sono quei veicoli a due ruote (per fortuna non tutti) che quando percorrono una strada, sia essa in città o extraurbana, riescono comunque ad occupare l’intera corsia di marcia, come, appunto, un TIR.
La cilindrata è indifferente, ma quasi sempre si tratta di scooter guidati da ragazzini, il che spiega almeno in parte il fenomeno: se come automobilisti si fossero trovati nelle situazioni di seguito descritte, probabilmente si renderebbero conto…
Chiarisco con degli esempi.
a) Strada stretta, a doppio senso di marcia e senza alcuna segnaletica orizzontale, di quelle che, quando incroci un altro mezzo che viaggia in senso opposto, rallenti perché in due ci si passa proprio a filo: lo scooTIR viaggia esattamente al centro della strada, accosta leggerissimamente verso destra se vede provenire, dal senso opposto, un altro veicolo, transitato il quale immediatamente si riporta al centro della strada; tu, che sei dietro, non riuscirai mai a superarlo in sicurezza, perché lo spazio tra il ciglio della strada e il due-ruote è di pochissimi centimetri più largo della tua auto.
b) Strada un pochino più larga, con al centro la striscia continua: il risultato non cambia, perché lo scooTIR viaggia comunque in prossimità della striscia, e per superarlo dovresti passare sulla corsia opposta, cosa che con la striscia continua è vietata, oppure superarlo a destra, il che è ugualmente vietato e anche pericoloso.
c) Strada con due belle corsie di marcia, nello stesso senso, divise dalla linea tratteggiata: lo scooTIR interpreta la linea tratteggiata per quello che è, e cioè una linea che divide in due lo spazio destinato al senso di marcia, passando per il centro dello spazio stesso… ergo, ci passa esattamente sopra, così è sicuro di stare esattamente al centro… se le corsie sono risicate, il risultato è lo stesso di cui ai punti precedenti.
Senza contare che spesso gli scooTIR amano “svolazzare” a destra e sinistra, incuranti del resto del mondo. E a nulla serve che tu, da dietro, cerchi di farti notare lampeggiando o suonando: loro non guardano gli specchietti retrovisori, né sentono il clacson perché spesso hanno nelle orecchie gli auricolari che sparano musica a palla, musica che evidentemente accompagna la loro “danza” sulla strada.
I guidatori di scooTIR si difendono dicendo di evitare i bordi delle strade perché sono dissestati e pieni di buche. Può essere, ma il fatto è che il fenomeno testé descritto è assolutamente indipendente dalle condizioni della strada: lo scooTIR viaggia al centro della strada a prescindere, anche quando la pavimentazione stradale è perfetta su tutta la superficie, anche quando, come per esempio nelle strade urbane, le auto parcheggiate occupano il bordo della strada; inoltre è di tutta evidenza che il ciglio della strada dissestato non spaventa lo scooTIR quando decide di infilarsi e superare a destra…
Scena di stamattina: un po’ di traffico, le auto procedono incolonnate ma l’andatura è pressoché normale, appena un po’ rallentata; un’auto, più avanti, si porta sul centro della strada perché deve svoltare a sinistra, l’auto che la segue si sposta leggermente a destra (roba di 10 - 20 centimetri), perché tra l’auto che sta svoltando e il ciglio della strada c’è spazio più che sufficiente per passare oltre… se non fosse che uno scooter, vedendo che le auto davanti procedono incolonnate e troppo lente per i suoi gusti, pensa bene di superare tutta la colonna a destra, e per di più in velocità: per fortuna è riuscito ad inchiodare appena prima di finire addosso all’auto in cima alla fila, però è scivolato sull’erba bagnata del ciglio della strada ed è caduto, ma fortunatamente senza conseguenze… tant’è che si è rialzato subito e ha preso a parolacce gli automobilisti (!!!)
Gli scooteristi che frequentano queste pagine mi daranno addosso, lo so…
“Sono pessimista e ottimista al tempo stesso.”
“Cioè?”
“Pessimista, perché penso sempre al peggio…”
“Ah…”
“… e ottimista, perché cerco sempre il lato positivo, anche nella disdetta.”
“…!”
Una persona a cui tengo molto (!!!) e che, pur non lasciando commenti, legge con assiduità questo blog, mi ha fatto notare che qui ci sono citazioni, riflessioni, molto passato (i ricordi) e anche molto presente, però sia del passato ma soprattutto del presente è come se mancasse qualcosa, come se ci fossero alcuni argomenti, alcuni aspetti, alcune persone, di cui non parlo.
Immediatamente, ho pensato che l’autore dell’osservazione fosse, come dire, interessato, perché lui, per quanto sia una persona a cui tengo (e lo sa bene!) in questo blog compare poco, pochissimo.
Ma andando più a fondo mi accorgo che, in realtà, da questo blog mancano molte persone.
Più precisamente: da questo blog mancano alcune grandi parti di me, di cui non sono capace di parlare, e non ci posso fare nulla.
Ma chi l’ha detto che il blog è un confessionale?
Se è vera – come è vera – l'acuta osservazione di un altro dei frequentatori assidui, e cioè che il blogger è essenzialmente un narcisista, allora la conseguenza è che nel blog racconti solo quello che di te hai voglia di far sapere anche agli altri.
Non basta conoscere la meta, occorre conoscere la strada.
Conoscere la meta ma non sapere qual è la strada per arrivarci, è disperante.
A volte quello che si cerca lo si ha davanti agli occhi, ma non lo si vede perché ci si ostina a guardare da un’altra parte.
A volte ci si ostina a cercare, e non ci si rende conto che si ha già tutto.
A volte queste belle considerazioni si continua a farle usando la terza persona, quasi a voler prendere le distanze, perché per farle in prima persona ci vuole coraggio.
Giorni fa, mentre ero in altre faccende affaccendata, seguivo distrattamente un programma in TV, dove intervistavano due ragazzi che stanno per sposarsi, e che raccontavano la fatica, le preoccupazioni e soprattutto le spese di un matrimonio.
In pratica la sagra dei luoghi comuni, quelli che – verissimi per carità – periodicamente ci propinano, con particolare frequenza a maggio/giugno e ad ottobre, mesi classici per i matrimoni.
E quindi la solita solfa sugli inviti, l’abito, la cerimonia, l’addobbo, il ricevimento, le bomboniere, i regali ecc. ecc., su quanto costa, in soldi e fatica, il matrimonio, e così via…
Ma si sa, è il giorno più bello, non si bada a spese, e non si bada neanche alla fatica, tanto le occhiaie te le fa sparire il trucco sapiente, e ci mancherebbe che non fosse così, visto quanto lo paghi!
Ma mai, dico mai, una parola che fosse anche solo un blando accenno a quello che è il matrimonio.
Sembra che debba passare il concetto che il matrimonio è solo quel giorno, quello della festa, quello di una fastosa cerimonia seguita da un altrettanto fastoso ricevimento, una sorta di punto d’arrivo, come se l’esito di una storia d’amore tra due persone sia appunto una grande festa, e basta.
Mai qualcuno che vada oltre la banalità de “il giorno più bello”, che anche solo accenni al fatto che la cerimonia, seppur fastosa, è solo l’inizio di una strada da fare insieme, che, almeno nelle intenzioni, è una scelta per tutta la vita, e che comunque non è un punto d’arrivo, ma semmai un punto di partenza, appunto, un “Via!”.
Da questo punto di vista ammiro tantissimo due miei amici, Marco a Francesca, che si sposeranno appunto tra 10 giorni, e che nel preparare il loro matrimonio hanno cercato di sfrondarlo il più possibile da inutili orpelli, e pur avendo dovuto “cedere” su qualcosa – fosse stato per loro, ad una semplice cerimonia sarebbe seguito un pic-nic con le persone più care – sono riusciti a non farsi travolgere e mai hanno perso di vista il fatto che, prima di tutto, venivano loro due, il loro amore, e la strada che percorreranno insieme.
E pensando a loro mi sono ricordata della predica più breve e più bella che mi sia capitata di sentire ad un matrimonio, talmente bella che me l’annotai sul retro della partecipazione, che ho ritrovato.
Il prete, raro esempio di intelligenza e umanità, disse: “Molti dicono che il giorno più bello della vita è quello del matrimonio. È sbagliato, perché vuol dire che quelli successivi sono meno belli, invece ogni giorno deve essere il migliore.”
Poi, citando non ricordo chi, aggiunse: “C'è una bella differenza tra coniugo (da cum e iugum: colui o colei con cui divido il giogo), e compagno (da cum e panis: colui o colei con cui divido il pane): quest'ultimo è un semplice commensale, ma il pranzo lo divido con chi voglio, la sorte no. Il consenso espresso il giorno delle nozze non è dunque soltanto un momento di particolare intensità nella vicenda sentimentale tra un uomo e una donna, ma è quell'atto unico e irripetibile che li fa diventare sposi, ossia definitivi debitori di reciproco amore. E proprio l'esistenza di questo vincolo che segna la differenza tra amanti e sposi, tra il convivere e l'essere marito e moglie, tra il generare dei figli e l'essere famiglia.”
Questo è il mio augurio a Marco e Francesca, a 10 giorni dal “Via!”, cioè dal nuovo inizio.
Mi rendo conto che ha un po’ l’aria del discorsetto augurale che tanti anni fa si usava fare durante il brindisi (mio padre era uno specialista: lo incastravano, suo malgrado, ogni volta, ed io non lo sopportavo), ma proprio per questo ho scelto di inviarlo qualche giorno prima, anche perché – ne sono sicura – nonostante tutti gli accorgimenti, gli ultimi giorni saranno frenetici, anche per loro.
Io ammiro tantissimo (e un po’ invidio) quelli che, la mattina prima di andare al lavoro o la sera prima di cena, si fanno una bella corsa.
Uno di questi – lo chiamerò podista – lo vedo quasi tutte le sere, tornando a casa in macchina.
E tutte le sere non posso fare a meno di pensare che questo podista, che avrà intorno ai 30 anni, evidentemente tiene molto alla sua salute, ma in realtà tiene pochissimo alla sua vita.
O forse ci tiene, ma non si rende conto che con la sua corsa salutista la mette in pericolo tutte le sere, perché tutte le sere rischia di essere investito.
Mi spiego: la strada dove incontro il podista è una strada molto bella, perché attraversa una sorta di cuneo di verde che si infila tra i palazzoni della periferia sud di Roma.
Però è una strada dal tracciato antico, che segue l’orografia del terreno, quindi piena di curve, dossi e saliscendi, non molto larga, senza marciapiedi e poco illuminata.
Ora – e mi rivolgo al podista – io capisco che è molto più piacevole e salutare correre su una strada costeggiata dagli alberi e circondata dai campi, piuttosto che nelle strade cittadine piene di traffico, e capisco anche che, se lo fai di notte, è perché probabilmente non puoi farlo in un orario diverso, di giorno.
Certamente è vero che quello di essere investiti è un rischio che si corre sempre, quando si è a piedi, perfino quando si cammina sui marciapiedi e perfino in pieno giorno (la cronaca insegna) ma se proprio vuoi andare a correre su una strada senza marciapiedi, poco illuminata e di notte, almeno evita di vestirti completamente di nero (vabbe’ che il nero sfina) scarpe comprese – che uno proprio non ti vede, se non all’ultimo momento – o magari fai in modo di avere addosso qualcosa di catarifrangente (una maglietta, una cintura, le scarpe, una semplice striscia adesiva), così sei visibile da lontano!
Tutte le sere, quando lo vedo, mi viene in mente che la scuola, ormai, tutta tesa ad insegnare ai bambini la tecnologia avanzata, dimentica di insegnare loro le piccole regole di buon senso, peraltro talmente ovvie che se il cervello fosse ancora allenato ad un minimo di osservazione e di ragionamento, ci arriverebbero da soli.
Ma che sul codice della strada sta scritto che i pedoni devono tenere la destra come le auto? No, non c’è scritto, anzi c’è scritto il contrario, che devono marciare in senso opposto. E ti sei mai chiesto il perché? Facile, così ti puoi più facilmente rendere conto dell’eventuale pericolo, se non altro perché un’auto che ti arriva addosso, se ce l’hai davanti agli occhi te ne accorgi e puoi tentare di evitarla.
Sul codice non c’è nemmeno scritto che i pedoni devono vestirsi di chiaro, ma ci vuole molto a capire che è opportuno rendersi visibili? Hanno reso obbligatorio portare in macchina il giubbino con le strisce catarifrangenti, un motivo ci sarà, o no?… Posso capire che in caso di emergenza non è detto che uno ne abbia la possibilità (e infatti è previsto il giubino), ma visto che per andare a correre ti vesti appositamente… mettiti addosso qualcosa di visibile!
Ogni sera lo vedo, il podista, e ogni sera mi sono chiesta se era il caso di fermarmi e spiegargli il pericolo che corre… ma a parte il fatto che su quella strada, piena di curva e stretta, è pericoloso anche fermarsi, ho pensato che forse il podista mi avrebbe presa per matta, e/o mandata a quel paese.
Ma due sere fa ho superato il podista circa 200 metri prima della piazzola di una fermata di autobus, e allora mi sono fermata e l’ho aspettato. Quando gli ho fatto cenno di fermarsi mi ha guardato un po’ perplesso, forse pensava che avessi forato o avessi un guasto all’auto. Poi tutto d’un fiato gli ho detto che secondo me rischiava di essere investito ecc. ecc. Mi ha guardato ancor più perplesso, poi mi ha detto solo “Buonasera” e ha ripreso la sua corsa.
Ieri sera l’ho visto di nuovo, correva sul lato opposto della strada, indossava una maglietta chiara con due belle strisce catarifrangenti… incrociandolo, ho dato un colpo di clacson, e lui evidentemente mi ha riconosciuto perché mi ha salutato e mi ha gridato: “Hai visto? Ti ho dato retta”.
“Parecchi anni fa, un uomo vendeva palloncini per le strade di New York. Quando gli affari erano un po' fiacchi, faceva volare in aria un palloncino. Mentre volteggiava in aria, si radunava una nuova folla di acquirenti e le vendite riprendevano per qualche minuto. Alternava i colori, sciogliendone prima uno bianco, poi uno rosso e uno giallo. Dopo un po' un ragazzino afroamericano gli dette uno strattone alla manica della giacca, lo guardò negli occhi e gli fece una domanda acuta: «Signore, se lasciasse andare un palloncino nero, salirebbe in alto?» Il venditore di palloncini guardò il ragazzo e con saggezza e comprensione gli disse: «Figliolo, è quello che è dentro i palloncini che li fa salire»”
(Zig Ziglar, in Ci vediamo sulla cima)
Come il bambino della storia capita spesso di pensare che il successo dipenda non da ciò che abbiamo dentro ma da fattori puramente esteriori ("Se fossi più giovane, se fossi più ricco, se fossi un uomo, se fossi più bella...").
Invece ciascuno di noi ha enormi potenzialità che però non vengono espresse, anzi troppo spesso restano sconosciute perché neppure vengono esplorate.
Come dire che molte persone vivono tutta la propria vita esattamente come quei palloncini che restano appesi ad un'asta o ad un filo finché non si sgonfiano. E questo solo perché non hanno trovato il tempo, o forse il coraggio di guardarsi veramente dentro e liberare la propria energia.
Se vediamo un bambino che gioca e ride, la consideriamo una cosa normale, naturale: un bambino deve ridere, deve giocare spensierato. Ma se vediamo un bimbo triste ed imbronciato, iniziamo a preoccuparci, e ci chiediamo: "Cosa è successo?".
Con gli adulti sembra che funzioni esattamente al contrario: è così frequente vedere gente che si lamenta del tempo, del governo, dei prezzi, della moglie o del marito, di qualsiasi cosa, che nemmeno li stiamo più a sentire; i volti e gli occhi di quelli che incontriamo per strada sono spenti, quando non sono tristi o incazzati, ma è lo stesso, tanto nemmeno ci facciamo caso.
Però quasi ci sorprendiamo quando incontriamo una persona (adulta) che sorride.