Mi sono ritrovata per caso tra le mani i Canti di Leopardi, e altrettanto per caso il primo che ho riletto è stato questo, che è forse il più bello.
«Cara beltà...»: in queste parole c’è la sintesi della posizione di Leopardi dinnanzi all’esistenza. Commovente, e affascinante.
Alla sua donna
Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de' giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.
Capita c’è una cosa che speri, che vorresti che accada.
Capita anche che sia assolutamente improbabile che quella cosa accada, anzi tutti quelli a cui vai a chiedere aiuto ti dicono che è difficile, tanto difficile che accada.
E invece accade, e tu ne sei felice, soddisfatta.
Ancor di più se quella cosa l’hai desiderata – e ti ci sei impegnata – non per te, ma per una persona a cui tieni.
Ma la soddisfazione non nasce dalla gratitudine, che c'è solo se il risultato della tua azione è positivo, ma dall’affetto – quello che ha mosso la tua azione – che invece prescinde dal risultato, cioè è gratuito.
Come dire che quando il risultato non ti preoccupa l'azione è più facile, perchè l'affetto rimane.
Se una giornata comincia male puoi solo sperare che non finisca peggio.
Oggi la giornata è cominciata male, malissimo: se potessi, me ne tornerei a casa, a dormire, oppure a leggere un buon libro, o a guardare un bel film.
Invece devo lavorare, e mi si prospetta una giornatina a dir poco intensa.
Quindi tiro avanti e spero che vada meglio.
Riprendendo (anche nel titolo del post) il commento dell’affezionato anonimo (che anonimo non è) ritengo doverose alcune osservazioni.
1) Del narcisismo dei blogger. Bella l'affermazione, specie perché proviene da uno che non solo ha un blog (e quindi non scrive su un blocco note) ma che si è fatto in quattro per convincermi ad aprirne uno.
2) Della perversione. Perfettamente d'accordo. Io so di non correre questo rischio, e credo che non lo corra neanche l’anonimo (che anonimo non è): non vado in giro a seminare commenti, salvo che sul blog di un certo anonimo (che anonimo non è), che peraltro mi pare ricambia la cortesia.
3) Del patologico. Questo blog ne è la prova: alcuni di quelli che hanno in passato lasciato commenti mi hanno anche inserito nella lista degli amici, che è evidenziata nel profilo; però, qualche tempo dopo, forse avendo visto che io non ricambiavo la scelta, mi hanno rimosso. Ma io non me ne dispiaccio, anzi.
Concludendo:
a) Sono felice di aver aperto un blog, e ringrazio chi mi ha convinto a farlo.
b) Me ne frego se passo o meno per narcisista.
c) Continuo a provare un po' d'imbarazzo per i tanti (troppi) lettori, ma comunque li ringrazio, soprattutto per i commenti (anche quelli stringati)
La verità esiste; non si inventa che la menzogna.
(Georges Braques)
“L'amico è uno che ti conosce e nonostante quello ti frequenta ugualmente.”
E’ uno splendido aforisma di Danilo Arlenghi, e come tutti gli aforismi sottolinea una grande verità.
Ma questa è una verità che mi colpisce più delle altre: quanto deve essere grande l’amicizia per abbracciare, accogliere ed accettare tutti i miei difetti?
Cambiamo tono, un po' meno serioso: un pizzico di sano umorismo (una risata fa meglio di tante medicine e di tante pratiche salutistiche).
Anche questa è una mail che ho ricevuto giorni fa.
“Per tutti gli adulti contemporanei pseudo-intellettuali neuro-ipocondriaci (ovverosia, tutti noi)... vediamo di aiutarci a migliorare la nostra salute.
Allora: tutti i giorni bisogna mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. E anche un’arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero, per prevenire il diabete.
Tutti i giorni bisogna bere due litri d’acqua (sì, e poi pisciarli, il che richiede il doppio del tempo che serve per in berli).
Tutti i giorni bisogna mangiare un Actimel o uno yogurt per avere gli 'L. Casei Defensis', che nessuno sa bene che cosa cavolo sono, però sembra che se non s’ingoiano per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni, si inizia a vedere sfuocato.
Ogni giorno un’aspirina, per prevenire l’infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l’infarto. E un altro di bianco, per il sistema nervoso. E uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era. Se si bevono tutti insieme, possono provocare un’emorragia cerebrale, però non c’è da preoccuparsene, perché non ce se ne rende neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché si riesce a rifare un maglione.
Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri (e ricchi di fibre), senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo in mangiare se ne vanno 5 ore.
Ah, e dopo ogni pranzo bisogna lavarsi i denti, ossia: dopo l’Actimel e la fibra vanno lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti... e così via finché rimangono dei denti in bocca, senza dimenticarsi di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, e poi il risciacquo con Listerine... meglio ampliare il bagno e metterci il lettore di CD, perché tra l’acqua, le fibre e i denti, ci si passeranno varie ore, lì dentro.
Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, fanno 21. Ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.
Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno… No, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz’ora (per esperienza: dopo 15 minuti bisogna tornare indietro, altrimenti la mezz’ora diventa una).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando si va in vacanza, suppongo.
Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare sesso tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione. Tutto questo ha bisogno di tempo. E senza parlare del sesso tantrico (al riguardo ricordarsi che bisogna lavarsi i denti dopo che si mangia qualsiasi cosa!).
Bisogna anche avere il tempo di pulire la casa, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o... dei figli???
Insomma, per farla breve, i mei conti danno 29 ore al giorno. L’unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente… per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così bevi i due litri d’acqua.
Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l’amore (tantrico) al compagno/a, che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera? Chiama i tuoi amici! E i tuoi! Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno).
Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l’Actimel, e domani si fa cambio.
E meno male che siamo cresciuti, se no dovremmo trangugiare un ALPINITO Extra Calcio tutti i giorni.
Uff! Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi amici (che bisogna innaffiare come una pianta) mentre mangi una cucchiaiata di Total Magnesiano, che fa un mondo di bene.
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d´acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo, però devo andare urgentemente al cesso. E ne approfitto per lavarmi i denti....”
Credo di preferire la mia vita, forse meno salutista, sicuramente anche meno affannata.
I bambini sono meravigliosi, e ancor di più lo sono i loro occhi.
Perché sono capaci di guardare le cose semplicemente, senza preconcetti, e di stupirsi per le cose che gli adulti considerano banali.
Posto che non si può tornare ad essere bambini, vorrei almeno tornare ad essere capace di guardare le cose come fanno i bambini, cioè semplicemente, senza preconcetti.
E anche di provare lo stesso stupore dei bambini.
Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, non ce la fai più.
E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato ad un divino nascosto.
E tutto diventa improvvisamente più semplice.
(Andrej Tarkovskij, nel film Andrej Rublev)
Voglio amarti senza aggrapparmi a te, voglio apprezzarti senza giudicarti, voglio essere con te senza invaderti, invitarti senza comandare, averti senza sensi di colpa, criticarti senza incolparti, aiutarti senza insultarti.
Se posso avere la stessa cosa da te, allora possiamo veramente amarci e arricchirci reciprocamente.
(Eric Berne)
Le circostanze, soprattutto quelle che compongono il nostro vivere quotidiano, anche quelle più dolorose, non riescono ad annichilire il desiderio della felicità che vive nel nostro cuore umano sin dal primo istante del nostro concepimento.
Ed è attraverso queste circostanze, comprese quelle più dolorose, anzi soprattutto quelle che passano attraverso la carne della sofferenza, che il desiderio di felicità può diventare prima speranza e poi certezza.
E mi ritorna in mente la saggezza di un bambino di cinque anni, che ho già raccontato, e cioè che l’ombra (il dolore) esiste perché si possa essere più felici della luce.
Uno sconosciuto è il mio amico,
uno che io non conosco.
Uno sconosciuto lontano, lontano.
Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia.
Perché egli non è presso di me.
Perché egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore
della tua assenza?
Che colmi la terra della tua assenza?
(Par Lagerkvist, in Poesie)
Dedicato a Claudio (che non conosco) e a Marco (che ormai conosco abbastanza bene ma che continua a stupirmi), con lo stesso affetto e con la stessa speranza.
Mettendo ordine tra vecchie cose, ho ritrovato una foto in cui compare una adorabile vecchia signora, ormai passata a miglior vita. E subito mi è tornato alla mente lo strano rapporto che avevo con questa minuta vecchina, che andavo a trovare spesso, e anche volentieri; non saprei dire il perché, se non il fatto che chiacchieravamo tanto, e delle cose più disparate, perché la vecchina aveva una cultura straordinaria, ed un modo di esprimersi e di rapportarsi con gli altri assolutamente travolgente: non sembrava affatto di parlare con una che aveva almeno 50 – 60 anni più di me. E non ero l’unica, eravamo in tanti a frequentare questa vecchina che aveva una testa e una mentalità più aperta e più… “moderna” di tutti noi “giovani” messi insieme.
Ma la cosa che non dimenticherò mai sono i suoi occhi: dal basso all'alto (era piccolina di statura, e anche piegata dall’età) ti piantava in faccia quei suoi occhi chiari, che non erano aggressivi, ma neanche dolci, nel senso sentimentale del termine. Quegli occhi ti guardavano con un intenso interesse umano, come un appassionato d'arte che guarda un'opera mai vista prima, come uno studioso che apre un manoscritto antico e raro. E sotto a quello sguardo ci si sentiva brutalmente svelati.
La prima volta che incontrai quello sguardo avevo pensato “Questa donna sa leggerti dentro”, ed ero arretrata istintivamente di un passo, quasi per una sottile paura, quasi per sottrarmi. E tuttavia, nel rapidissimo e tacito scambio di sguardi qualcosa mi aveva subito rassicurato: in quegli occhi chiari non c'era la luce fredda dell'avidità puramente intellettuale, non c’era solo un'ansia di conoscere, ma una evidente passione di capire lo sconosciuto che le stava davanti, di comprenderlo.
Appena un attimo, e già quell'affondo da scrutatrice dell’anima altrui era finito, come se in quel solo, velocissimo sguardo avesse già letto, e capito la tua anima, e allora quello stesso sguardo si allargava in una sorta di abbraccio e in un sorriso, inarrestabile, e coinvolgente, tanto da aprirti il cuore.
Un popolare detto recita che gli occhi sono lo specchio dell'anima: a quell'anziana, dolce signora gli occhi servivano a mostrare, a fare emergere, ad aprire l'anima, il cuore di chi le stava davanti.
Per onestà va detto che il racconto è mio, molte delle espressioni usate no: frasi ad effetto appuntate sul quaderno. Provenienza... boh!
“Promettere è meglio che mantenere, perché la speranza dura più della riconoscenza”.
E’ l’incipit di un articolo di Oscar Giannino sulla prossima legge Finanziaria.
Sarà pure cinico, ma quanto è vero anche nella realtà di tutti i giorni!
Sono venuta a passare il week-end al mare, in un posto dove l’ultima volta ero venuta un mucchio di anni fa.
E ovviamente l’ho trovato molto cambiato.
Non tanto e non solo per le costruzioni – anzi, tutto sommato, non ho visto grandi scempi – ma proprio la spiaggia è cambiata: qui, come altrove, il mare se la sta mangiando, il mare si sta mangiando sia la spiaggia che le rocce.
Passeggiando lungo la spiaggia ormai deserta i pensieri corrono a quando venivo qui da bambina, ed io mi sentivo tanto piccola davanti al mare enorme.
Eppure di quel mare non avevo paura, ci ero praticamente cresciuta dentro, sulla secca che era a pochi metri dalla riva (e che ora non esiste più) ho addirittura imparato a camminare, quel mare che era una distesa sempre in movimento anche quando sembrava fermo, che io vedevo ogni momento diverso anche se sembrava sempre uguale.
Mi facevano molto più paura gli scogli, le rocce, quelle rocce così dure contro cui s’infrangevano le onde, loro sì sempre uguali ai miei occhi, immobili e immutabili, nonostante il mare tentasse inutilmente di aggredirle.
Allora mi chiedevo se avrei preferito essere mutevole come il mare o salda come le rocce, se avrei preferito una vita sempre in movimento come il mare o stabile come le rocce, e non sapevo decidere, perchè il movimento del mare mi sembrava in fondo inutile, vano, mentre le rocce così ferme in fondo rappresentavano la stabilità delle cose certe, ma con il suo movimento continuo il mare aveva un fascino che certo le rocce non avevano.
Non sono mai riuscita a darmi una risposta, né pretendo di darmela adesso, ma qui, davanti a questa distesa azzurra e calma, che ancora mi suscita gli stessi pensieri di allora, non posso non accorgermi che, tra le rocce ed il mare, alla lunga è il mare ad averla vinta.
… forse il problema è un altro.
L’ho capito stamattina, quando mi è arrivata la mail che segue.
“La Sindrome di Attenzione Deficitaria Attivata dall'Età si manifesta ad esempio così.
Decido di lavare la macchina.
Mentre mi avvio al garage vedo che c'è posta sul mobiletto dell'entrata.
Decido di controllare prima la posta.
Lascio le chiavi della macchina sul mobiletto per buttare le buste vuote e la pubblicità nella spazzatura e mi rendo conto che il secchio è strapieno.
Visto che fra la posta ho trovato una bolletta e decido di approfittare del fatto che esco a buttare la spazzatura per andare fino alla posta (che sta dietro l'angolo) per pagare la bolletta.
Prendo dalla tasca il portafogli e vedo che è praticamente vuoto.
Vado su in camera a prendere il bancomat, e sul comodino trovo una lattina di coca cola che stavo bevendo poco prima e che mi ero dimenticata lì.
La sposto per cercare il bancomat e sento che è calda... allora decido di portarla in frigo.
Mentre esco dalla camera vedo sul comò i fiori che mi ha regalato mio marito e mi ricordo che li devo mettere in acqua.
Poso la coca cola sul comò e lì trovo gli occhiali da vista che è tutta la mattina che cerco.
Decido di portarli nello studio e poi metterò i fiori nell'acqua.
Mentre vado in cucina a cercare un vaso e portare gli occhiali sulla scrivania dello studio, con la coda dell'occhio improvvisamente vedo un telecomando.
Qualcuno deve averlo dimenticato lì (ricordo che ieri sera siamo diventati pazzi cercandolo).
Decido di portarlo in soggiorno (al posto suo!!), appoggio gli occhiali sul frigo, non trovo nulla per i fiori, prendo un bicchiere alto e lo riempio d’acqua (intanto li metto qui dentro...).
Torno in camera con il bicchiere in mano, poso il telecomando sul comò e metto i fiori nel recipiente, che non è adatto naturalmente... e mi cade un bel po’ di acqua... (porca miseria!!!), riprendo il telecomando in mano e vado in cucina a prendere uno straccio.
Lascio il telecomando sul tavolo della cucina ed esco… e cerco di ricordarmi che cavolo dovevo fare con lo straccio che ho in mano...
Conclusione:
- sono trascorse due ore
- non ho lavato la macchina
- non ho pagato la bolletta
- il secchio della spazzatura è ancora pieno
- c'è una lattina di coca cola calda sul comò
- non ho messo i fiori in un vaso decente
- nel portafogli non ci sono soldi
- non trovo più il telecomando della televisione né i miei occhiali
- c'è una macchiaccia sul parquet in camera da letto
- e non ho idea di dove siano le chiavi della macchina!!
Mi fermo a pensare: come può essere? Non ho fatto nulla tutta la mattina, ma non ho avuto un momento di respiro... mah!!!
Fammi un favore rimanda questo messaggio a chi conosci perchè io non mi ricordo più a chi l'ho mandato!
E non ridere perché se ancora non ti è successo, ti succederà... prima di quanto credi!!!”
Sono preoccupata… a me succede praticamente tutti i giorni…
Qualcuno (non ricordo chi) ha detto: “L’amicizia è anche la via alla conoscenza, perché poggia sull’esperienza elementare di ciascuno: il bisogno di rapporto.”
Posto che sia vero (e secondo me è vero) ci si potrebbe chiedere: e allora, l’amore?
Per non parlare poi di un amore alla cui base c’è una profonda amicizia...
E poi....
E poi niente, perchè farsi tante domande, quando è tanto semplice abbandonarsi, e lasciarsi fare?
Ieri sono tornata a casa presto, e una volta tanto sono andata a letto presto.
Dice: “E non sei contenta?”
“Insomma... mica tanto”
“Tornare a casa tardi è una fatica, si dorme poco, perchè la sveglia suona sempre alla stessa ora (comunque troppo presto) e bisogna andare a lavorare…”
“Dipende… La fatica dipende dal perché si fa tardi, c’è fatica e fatica…”
"Sempre, io do il meglio – o il meno peggio – di me nella disperazione e nell'amore.
Ossia: nella disperazione che si fa amore, e viceversa. Ci deve essere sempre qualcosa, però, che suscita amore e disperazione, o che mi riporti in questo stato" (Giovanni Testori)
Sto bene, sto veramente bene.
Ad essere precisi, fisicamente sto che è un disastro, ‘sto cavolo d’orticaria è veramente un casino…
Ma per il resto… neanche la fatica!
Evito di iniziare con il canonico “Caro…”: che mi sei caro, lo sai, senza che te lo dica qui, quindi tanto vale passare al sodo.
Dunque: mi sembra di capire che ce l’hai con me. Per cosa, non lo so.
Vorrei sperare che sei incazzato in generale, e non con me in particolare, ma allora perché non me lo dici?
A me non piacciono i tira e molla del tipo io sto sulle mie, aspetto che sia tu a fare il primo passo, così si vede chi è il più forte: ‘sti giochetti psicologici io proprio non li sopporto, e neanche li so fare.
Potrei dire che non me ne frega nulla, ma non è vero.
Se ho fatto o detto qualcosa (ma cosa?) che ti ha fatto incazzare, evidentemente non me ne sono accorta…
Che devo fare? Chiederti scusa? Anche se non so per cosa, alla fin fine è quello che sto facendo.
Ti chiederai perché tutto questo lo sto scrivendo qui, sul blog.
Beh, lo scrivere è il modo con cui mi trovo più a mio agio per comunicare – e tu lo sai bene – ma non volevo mandarti una mail asettica od un SMS telegrafico.
Mentre ci pensavo, mi è venuto in mente che in fondo ho spesso usato questo blog per “comunicare”, quindi questo post, tutto sommato, non è molto diverso da tanti altri scritti in passato.
E poi ho sempre detto che questo blog, pur essendo aperto a chiunque voglia ficcarci il naso, ha essenzialmente una funzione privata, cioè serve a me, non è un diario ma in qualche modo contiene il filo conduttore della mia vita e di quello che ci gira intorno.
Comunque so che quel che scrivo qui, prima o poi tu lo leggerai.
Vero che anche altri non direttamente interessati leggeranno…e chissene! Non sto rivelando segreti di stato né nulla di più riservato di quanto già ho scritto in queste pagine.
Quelli che non mi conoscono – i più – non capiranno, o forse penseranno (o meglio avranno la conferma) che sono un tipo... diciamo un po’ particolare; quelli che mi conoscono, invece, sanno come sono io, e non si meraviglieranno.
Insomma, mica mi devo giustificare: scrivere qui è stata una scelta in qualche modo ponderata.
Tornando al dunque… niente, non ho altro da aggiungere, salvo dirti che ti abbraccio, o meglio ti vorrei abbracciare, se me lo permetti, con lo stesso affetto di prima.
C’ho l’orticaria.
Perché cavolo mi è venuta l’orticaria, non si sa.
L’unica cosa che so è che mi escono fastidiosissime chiazze rosse sulla pelle, ogni volta in un punto diverso.
Gli antistaminici servono a poco… quando lo sfogo è particolarmente violento ci vuole il cortisone, che però mi fa star male, mi dà un sacco di altri problemi.
Dice il medico: “L’orticaria è una reazione allergica, ma a cosa è difficile da capire se, come nel tuo caso, esce fuori all’improvviso, senza causa apparente, tipo aver mangiato o essere venuta in contatto con qualcosa di particolare. Se la tua alimentazione ultimamente è stata sempre la stessa, non hai mangiato cibi diversi dal solito né frequentato luoghi diversi dal solito, è probabile che tu abbia una predisposizione per così dire latente, che situazioni particolari (tipico lo stress) fanno emergere.”
“Bene, caro dottore, prendo atto. Però le prime avvisaglie le ho avute mentre ero in ferie, e quando ho avuto l’episodio più grave, quando mi si è gonfiata la bocca che sembravo la caricatura della Dellera, mi avete bombardato di cortisone e mi avete diagnosticato un’allergia ad un farmaco, tolto il quale sembrava tutto tornato a posto.”
“Sembrava, appunto, ma evidentemente così non è. E poi stress non significa necessariamente da lavoro.”
“Ah, beh, allora… E quindi?”
“Quindi devi continuare a prendere l’antistaminico, e devi portarti sempre dietro il cortisone…”
“Beh, facile, ma poi mi passa?”
“Non ho finito… poi dobbiamo azzerare tutto, e cercare di capire cosa ti dà allergia.”
“Devo fare un po' di analisi, quindi…”
“Al limite... ma ne hai fatte talmente tante, negli ultimi mesi, che secondo me non arriviamo lontano. Meglio i metodi empirici: per almeno una settimana non devi mangiare nulla di potenzialmente allergenico.”
“Ah… ho quasi timore a chiedere cosa non devo mangiare, prendo carta e penna...”
“Non serve, è facilissimo. Ti dico io cosa puoi mangiare.”
Questo ribaltamento della questione mi preoccupa, ma il caro dottore non me ne dà il tempo:
“Allora, a pranzo e cena riso bollito senza condimento e carne di agnello ai ferri; la mattina, e come spuntino fra un pasto e l’altro, solo thè con miele.”
“E basta??? Niente verdura, e nemmeno frutta (non dico frutti esotici, ma una mela?), neanche banalissimo pesce, neanche caffè????”
“Esatto.”
“E’ uno scherzo…”
“No, per nulla. Devi resistere almeno una settimana così, poi proviamo a reinserire gli alimenti uno per volta…”
“Ma possibile che neanche le mele, l’insalata, le zucchine…”
“Niente di niente, solo quello che ti ho detto, e niente caramelle e gomme da masticare.”
“Ah, adesso dimmi pure che devo smettere di fumare, e mi suicido direttamente.”
“Certo che dovresti smettere di fumare, ma a quello ci pensiamo dopo, adesso non ci riusciresti.”
“Grazie tante, come sei buono!”
“E vedrai che così butti giù pure qualche chilo.”
“Oh, ne sono certa… il riso mi piace, anche scondito, l’agnello un po’ meno, ma di certo non riuscirò a mangiarne più di tanto… quasi quasi preferivo fare la caricatura della Dellera.”
“Quella che tu chiami caricatura della Dellera si chiama ‘angioedema’ ed è piuttosto pericoloso: se invece che le labbra, ti si gonfia la gola, rischi il soffocamento.”
"Ah... no, grazie, niente Dellera, mi tengo la mia boccuccia che tanto male, in effetti, non è, e mi adatto a questa fantastica dieta."
Ma poi, alla fine, nei posti sicuri, si ritrova sempre la quiete e la serenità, anche dopo la tempesta.
E la quiete e la serenità cancellano anche le delusioni.
Quando si è adulti temprati – per non dire induriti – dalla vita, difficilmente si riesce ad emozionarsi e commuoversi davanti alle cose belle ma nuove; più facilmente si assume un atteggiamento in qualche modo di sospetto che spinge a cercare di razionalizzare, per esaminare, capire la novità, spesso mettendone in secondo piano la bellezza, nel tentativo di incasellarla negli schemi ormai collaudati della propria esistenza, in modo che non la stravolga più di tanto.
Ma per fortuna a volte la bellezza della novità è così dirompente che, dopo i primi attimi di sgomento, non si può fare a meno di guardarla con gli stessi occhi stupiti che hanno i bambini la prima volta che vedono un giuoco nuovo, fosse solo un semplice aquilone che vola nel vento.
Il problema sta tutto nel cercare di godere il più a lungo possibile dell’emozione generata da quello stupore, nel farsi trascinare e coinvolgere, senza farsi troppe domande, esattamente come farebbe un bambino nel correre dietro ad un aquilone.
Esattamente come farebbe un adolescente la prima volta che s’innamora.
Perché le cose belle capaci di stupire ed emozionare sono rare, a maggior ragione quando si è adulti e disillusi, ma se si ha la fortuna di incontrarle, è da stupidi lasciarsele sfuggire.
Appurato che nella vita, ad un certo punto, può succedere di cambiare, ti accorgi che lo stesso può accadere anche per le cose più certe che, come te, possono ad un certo punto cambiare.
Magari dopo tanti anni, quando ormai le dai per immutabili, come rocce.
I cambiamenti non sono mai facili da accettare, indipendentemente dal fatto che siano positivi o negativi, perchè comunque rappresentano una novità, un salto nell’ignoto.
Un vecchio proverbio dice: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova”.
Vero, ma a volte cambiare strada non dipende da te.
Ti ritrovi sulla strada nuova, punto e basta.
Non ci puoi far niente, se non sperare che il cambiamento sia in meglio, e che, in qualche modo, le cose si sistemino da sole.
Sono convinta che se i maschietti avessero letto i romanzetti rosa saprebbero come trattare le femminucce.
Non per niente i romanzetti rosa sono in genere scritti da femmine…. Ho sempre pensato che le autrici come Liala e come tutte quelle venute dopo (quelle gli Harmony e Bluemoon), nello scrivere, più che a fatti e a persone concrete facessero riferimento a sogni… ai loro sogni, a come avrebbero desiderato fosse il loro uomo.
Domanda: ma esistono uomini e storie come quelli che si leggono nei romanzetti rosa?
Nel migliore dei casi, arriverei a dire che sono rari, molto rari.
Ma se le ragazzine continuano a leggere quei romanzetti, continueranno ad illudersi che esistano uomini così, un po’ angeli e un po’ principi azzurri, e lo scontro con la realtà vera dei maschietti in circolazione sarà più dura.
Allora (altra domanda): vietiamo alle ragazzine di leggere ‘sti romanzetti, o costringiamo anche i maschietti a leggerne un paio, così – risate a parte – forse capiscono un po’ di più di come funzionano le femminucce?
Boh, ho l’impressione che comunque non funzionerebbe….
Di una cosa sono certa: le convinzioni dei maschietti riguardo alle femminucce sono molto diverse da quelle delle femminucce riguardo ai maschietti, e non basterebbero dei romanzetti rosa a rimediare a quello che le donne non dicono (con buona pace di Fiorella Mannoia).
Ebbene sì...
Io adoro le panchine, specie quelle che sono in posti ameni, tipo i parchi, i posti panoramici, i lungomare ecc.
Secondo me sono anche il posto ideale per le chiacchierate intime, tra amici, quelle in cui ci si confida… chissà se sono state inventate apposta per le confidenze?
Metti che devi farti una chiacchierata un po’ confidenziale con un amico, quali possibilità ci sono?
No al salotto di casa: anche ammesso che non ci sia nessun altro in giro (cosa non scontata) può essere opportuno giocare in campo neutro. E poi se ad un certo punto hai voglia di spezzare la tensione, o anche di sgranchirti le gambe, puoi alzarti e fare due passi, cercando un’altra panchina… a casa che fai, il giro del divano?
No al tavolino al bar o al ristorante, c’è sempre troppa gente intorno, i camerieri hanno un intuito particolare per arrivare sempre al momento meno opportuno, i tavolini sono sempre troppo vicini e c’è sempre qualcuno che non si fa i fatti suoi… e neanche ti puoi alzare e cambiare tavolo senza un motivo apparente.
L'automobile... sicuramente riservata, ma scomoda sotto tutti gli altri punti di vista.
Invece le panchine sono sempre sufficientemente isolate, perché nessun altro ascolti, e se qualcuno si avvicina puoi anche cambiare panchina. Si sta seduti sufficientemente vicini per poter parlare sottovoce, ma normalmente, senza dover bisbigliare.
Poi sei all’aperto, il che non fa male, e se il discorso si fa complicato hai cento modi per spezzare la tensione, tipo alzarti in piedi o semplicemente cambiare posizione o panchina, fare due passi e magari andare a prendere qualcosa da bere, accendere una sigaretta, volgere lo sguardo altrove, al cielo o al panorama, giocherellare con un fiore od un filo d’erba.
E si sta seduti uno accanto all’altro, e non uno di fronte all’altro, come dire che lo sguardo è più libero: non sei obbligato al faccia a faccia, ma non ti è neanche impedito guardare l’interlocutore negli occhi.
L’unico problema è se piove, ma per fortuna da queste parti piove poco…, e se fa freddo basta coprirsi, ma per il resto, vuoi mettere?
Insomma, a me le panchine conciliano le confidenze... ah, se le panchine di Roma potessero parlare!!!
Il rientro al lavoro dopo le ferie non è mai piacevole.
Quest’anno poi, visti i ritmi folli di fine luglio e dei primi 10 giorni di agosto, le mie ferie sono state all’insegna del riposo e del rilassamento totale (leggasi catalessi).
Il che rende ancor più duro il rientro: ho ancora gli occhi semi chiusi e il cervello spento, e mi ritrovo la scrivania sepolta dalla posta (tolti giornali, riviste e porcherie varie, ci sono comunque almeno 50-60 lettere tra cui almeno 15 raccomandate), le varie caselle mail imballate di messaggi, il telefono che non mi dà tregua… sto per mettermi ad urlare!
Se penso alla fatica del rientro, non andrei mai in ferie.
Ma la fatica del lavoro è nulla, rispetto al resto.
Dice: “Si può scappare lontano, ma le cose lasciate in sospeso non si risolvono da sole, e prima o poi vanno affrontate.”
“Si, facile a dirsi, ma come?”
“Come, come?”
“Come nel senso di come faccio, ad affrontarle?”
“E che ne so, io? Vedi tu.”
“Ah… bell’aiuto!”
“L’importante è che non fai lo struzzo.”
“Cioè…?”
“Cioè non devi infilare la testa sottoterra per non vedere e far finta che il problema non esista.”
“Ah no?”
“No.”
“E chi lo dice che lo struzzo nasconde la testa per far finta che il problema non esista?”
“Boh! Così si dice”
“Secondo me, invece, il non vedere aiuta a non avere paura, mentre si aspetta che il pericolo passi.”
“Beh, può essere.”
“Appunto. Viva lo struzzo!”