Ieri un'amica mi ha ricordato un vecchio detto che dice: “Non ci può essere notte tanto lunga da impedire il sorgere del sole.”
Pensandoci bene per me questa non è solo una speranza, ma una certezza.
Perché se non fosse una certezza, non ci sarebbe ragione per continuare a vivere ed a lottare per vivere.
Domani, forse, sarà un nuovo giorno.
Domani, forse, sarà un’altra vita.
Ma è oggi, che occorre vivere,
tenendo gli occhi spalancati sul mondo,
sulla vita, sul presente.
Anche se il dolore attanaglia il cuore,
e la paura trafigge l’anima
mentre con passo incerto precorro
quella dura strada, che è adesso la mia vita.
Erano la tua voce e il tuo respiro
che mi davano quella forza
che da sola non avrei avuto.
Erano il tuo volto ed il tuo sguardo
che mi davano quella certezza
che dentro di me non riuscivo a trovare.
Era il tuo abbraccio, che cingeva le mie spalle
e leniva il cuore
e confortava l’anima.
Era la tua mano, che stringeva la mia
e rendeva più lieve la fatica
e più sicuro il mio andare.
Era la tua presenza, erano le tue parole,
era la tua dolcezza, era la tua allegria,
eri tu, che più non sei.
Tu, che lascerai un vuoto,
ma non disperazione,
perché ancora riscalderai il cuore,
ancora conforterai l’anima
e dolce il tuo ricordo
sosterrà il pur duro cammino.
Addio, amico mio,
anzi no, ciao,
a rivederci.
Roma, 29 giugno 1997
Hobbard diceva che un amico è uno che sa tutto di te e nonostante questo gli piaci.
L'amicizia per natura è disinteressata, o meglio ha un unico interesse: il bene e la felicità dell'altro. Siccome nessuno è un angelo, anche le amicizie più profonde sono attraversate dalle delusioni e dalle crisi di ogni evento umano, però se il loro fondamento è autentico, rinascono continuamente e sono rafforzate dalle difficoltà.
Lacordaire sosteneva che l'amicizia è il più perfetto dei sentimenti perchè è il più libero.
L’amicizia s’intreccia quindi con la libertà, e la libertà è il problema della vita.
Non sono d’accordo con la concezione della libertà come dissoluzione sempre più ampia delle norme e l'ampliamento continuo delle libertà individuali fino alla totale liberazione da ogni ordinamento… è una falsa libertà. La libertà umana può consistere solo nella coesistenza delle libertà di ciascuno.
Questo è ancor più evidente in un gruppo, una compagnia, perché comunque l’amicizia ha la sua esaltazione non solo e non tanto nel rapporto a due, ma in quella che io definisco “compagnia” cioè alcune persone che, pur avendo tra loro rapporti diversi (si potrebbe dire diversi livelli di amicizia) in qualche modo condividono un cammino comune, non necessariamente politico o religioso, anche e solo semplicemente persone che hanno piacere a stare insieme.
Ecco, spesso i rapporti di amicizia sono definiti dalla legge del difetto… appena il difetto non si sopporta più finisce il rapporto: in una vera compagnia anche il difetto viene accolto perchè prima viene la persona, quello che la persona è nel suo complesso.
Allora la libertà, se non intende portare all'autodistruzione (ovvero alla menzogna o alla distruzione del concetto di persona), deve orientarsi verso la verità, ossia verso la nostra consistenza di persone e corrispondere a questo nostro essere.
Ho detto prima che la libertà è il problema della vita; più precisamente: il problema della vita è se c'è qualcosa di positivo verso cui tendere... la verità, la consistenza di noi stessi, appunto.
La libertà si muove libera se ha un punto di riferimento riconosciuto e amato: la persona vera.
La cosa peggiore dei Baci Perugina sono i fogliettini che ci sono dentro.
Giuro che le perle che seguono non le ho prese da lì (se non altro perchè alla Perugina eviterebbero accuratamente almeno due terzi degli autori qui citati).
In rigoroso ordine alfabetico.
Chi ama qualcuno, trova sempre il modo di fare qualcosa per quel qualcuno. (Tean Anouilh)
L'amore è la poesia dei sensi. O è sublime o no c'e. Quando esiste, esiste per tutto il sempre e aumenta ogni volta di più. (Honorè de Balzac)
L'amore è tenersi per gli occhi, quando con le braccia non ci si riesce o non si può... (Jacques Brel)
Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare. (Albert Camus).
Un bel tramonto, senza la persona amata, è senza sapore; tutto può essere bellissimo, ma senza di lei, o senza di lui - come quando ci si alza al mattino e manca la persona amata - non c'è gusto. (Juliàn Carròn)
L'amore non ammette di essere raccontato. Deve essere vissuto nella gioia: allora si diffonde da sè. (Mahatma Gandhi)
Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell'eternità. (Kahlil Gibran)
Nell'esperienza di un grande amore tutto diventa un avvenimento nel suo ambito. (Romano Guardini)
Non si vive se non il tempo che si ama. (Claude Adrien Helvetius)
Solo da quando amo la vita è bella; solo da quando amo so di vivere. (Theodor Korner)
Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro. (Gottfried W. von Leibnitz)
Niente rende tanto amabili quanto il credersi amati. (Pierre de Marivaux)
Il cammino attraverso la foresta non è lungo se si ama la persona che si va a trovare. (Proverbio Africano)
L'amore non è dipendenza, ma dono che ci fa vivere. (Joseph Ratzinger)
Esiste nella vita una sola felicità: amare ed essere amati. (George Sand)
La noia è una tristezza senza amore. (Niccolò Tommaseo)
C'è qualcosa di peggio che avere un'anima malvagia.
È avere un'anima assuefatta.
C'è qualcosa di peggio dell'avere un cattivo pensiero.
È avere un pensiero bell'e fatto.
Sempre detto che Péguy è un grande!
Io ho un amico carissimo, del quale ho già parlato, ma è buffo il modo in cui siamo diventati per così dire intimi (mai termine fu più azzeccato) amici.
Ovvero, amici lo eravamo già, e da tempo, ma ci fu una questione buffa che determinò il salto di qualità.
Dunque, questo mio amico (avevamo più o meno 20 anni, allora) era il classico maschietto che era convinto che alle femminucce piace il grande amatore, l’uomo che non deve chiedere mai, e che ragiona in termini di misure del pisello.
Era innamorato perso di una mia amica, alla quale lui piaceva pure, ma essendo lei una grande romantica, proprio non sopportava l’atteggiamento suddetto.
Era chiarissimo che erano fatti uno per l’altra, e tutti noi amici dell’uno o dell’altra o di ambedue ne eravamo convintissimi, ma loro proprio non si riuscivano a capire: più lui faceva il gran fico, più lei scappava.
Era soprattutto lui che non capiva: fermo nelle sue convinzioni, non si rendeva conto che non tutte le persone (specialmente le donne) funzionano e ragionano in maniera uguale, e men che meno funzionano e ragionano come tu pensi che debbano funzionare e ragionare.
Io, amica di ambedue, mi ero un po’ stufata di sentire le confidenze, o meglio i dubbi e le lamentele sia dell’uno che dell’altra, e alla fine ho deciso che era il caso di intervenire, prima di tutto su di lui, che in fondo era il vero problema.
In genere tendo a farmi i fatti miei, specie nelle questioni affettive, ma lì la cosa era troppo evidente e poi proprio non ne potevo più.
Comunque: chiesi a lui di uscire, per una normale pizza, e appena seduti, prima ancora che attaccasse a parlarmi di lei (come succedeva di solito), iniziai io, prendendola da lontano: mica era facile, eravamo due ventenni imbranati (e i tempi erano diversi), e per quanto amica io con lui non avevo la confidenza necessaria per un discorso diretto su un tema diciamo così imbarazzante.
Insomma la presi talmente da lontano che finita la pizza non ero ancora arrivata al nocciolo del problema, anche perché il chiasso e la vicinanza degli altri tavoli certo non facilitavano la faccenda.
E infatti uscimmo dalla pizzeria e ce ne andammo a chiacchierare su un prato del parco dell’EUR, che allora era ancora frequentabile, anche a tarda ora.
Che sia stato il fatto che l’avevo presa larga, o che l’avevo trascinato su un prato, fatto sta che evidentemente lui si convinse che io ci stavo provando, anche se la cosa proprio non gli tornava: ci conoscevamo da anni, eravamo amici, ci eravamo raccontati un sacco di cose, amori compresi, cos’era cambiato, improvvisamente?
Io mi ero resa conto del fraintendimento, ma la cosa era troppo divertente per darci un taglio, e anche se in quel caso era a fin di bene, quando mi ci metto sono proprio una vipera (come dice qualcuno di mia conoscenza); quindi, pur vedendolo in evidente imbarazzo, imperterrita ho continuato: lui sempre più imbarazzato, e mentre continuavo, non sapeva più che pesci prendere.
Adesso la faccio breve, ma la cosa è durata parecchio, ma a tutto c’è un limite e anche le vipere si impietosiscono e ..”Ma che pensi che ci sto provando?" Lui è diventato un peperone e farfugliava “No… beh, sì, forse… però… boh…” ecc. ecc.
Insomma, alla fine gli ho spiegato che non ci stavo provando, e finisce con una gran risata liberatoria.
Finisce, si fa per dire, perchè chiarito che non lo stavo adescando, rimaneva di fargli capire qual era il problema, e lì la cosa è diventata tragicomica.
Insomma, con parafrasi e sinonimi gli ho spiegato che non è così scontato che le femminucce apprezzino certi atteggiamenti, anzi, e poi tutto il resto, da una parte passando dal discorso generale al caso specifico (la mia amica) e dall’altro cercando di scendere nei particolari, con lui che scrollava la testa perchè era tutto il contrario de quello che pensava lui, tipo il grande amatore che non deve chiedere mai.
Detto così sembra – e forse è – niente di che, e neanche mi ricordo bene quello che gli dissi, ma quando ci ripenso ancora mi viene da ridere: due imbranati che parlano di sesso, e non è che io fossi in imbarazzo meno di lui, che con gli occhi sbarrati non so se era più stupito della diversa visione del mondo femminile che gli stavo fornendo, o del fatto che io, femminuccia, gli parlassi in modo così esplicito, quasi quanto era abituato a fare con gli altri maschietti, ma spesso raccontandosi a vicenda enormi pallonate.
Fatto sta che da lì a pochi giorni i due si sono messi insieme, ma lei non ha mai saputo del mio ruolo, era così contenta di aver scoperto che lui era così diverso da quel che pensava… che non ho mai avuto il coraggio di raccontarle la faccenda.
Sono stati insieme per parecchio tempo, poi si sono lasciati, ma dopo anni è ancora evidente che è stata una storia importante per tutti e due.
Io sono rimasta amica di entrambi, ma lui lo vedo molto più spesso, anche perché abbiamo diversi amici in comune.
Comunque da lì è cominciata la nostra grande amicizia, ma la cosa buffa è che a volte capita che, magari mentre siamo insieme ad altri amici, per caso esce fuori una battuta o anche solo una parola che in qualche modo evoca quella sera, ci guardiamo come per dire "Ma ti ricordi?" e poi cominciamo a ridere come due scemi.
E gli altri ci guardano stupiti, prendendoci per matti.
Oggi ho passato una giornata particolare.
Un po’ faticosa, molto, troppo calda, ma particolare.
Con tanti amici, alcuni dei quali non solo non si conoscevano tra loro, ma così diversi che ero anche un po’ preoccupata per aver messo insieme gente così eterogenea.
E invece nonostante la fatica (34 persone a pranzo non sono uno scherzo, anche se non ho cucinato solo io), è stata una giornata piacevolissima.
E bellissima, perché c’erano quasi tutte le persone a cui tengo di più, e che so che mi vogliono bene.
In uno dei primi post avevo riportato un proverbio latino.
In realtà si tratta dell’esclamazione di un mio amico, molto efficace e vera, tanto che ne volevamo fare un piccolo quadro da appendere dietro la scrivania.
Lui l’esclamazione l’ha fatta ovviamente in italiano, ma era forse un po’ troppo… diciamo forte, e probabilmente appenderla dietro alla scrivania poteva scandalizzare qualcuno.
Da lì l’idea di tradurla in latino: forse sarebbe stata immediatamente meno comprensibile, ma sicuramente era meno imbarazzante esporla, e poi la lingua latina è, per così dire, più sintetica, e quindi la frase diventa facilmente lapidaria.
Quella esclamazione mi è tornata in mente in questi giorni in cui tutti i giornali e tutti i notiziari radio e TV parlano di tasse e di bilancio statale, che si tenta di portare in pareggio sempre aumentando le entrate (tasse e balzelli di varia natura e nome) e mai neanche ipotizzando di contenere le spese (come farebbe un qualsiasi padre di famiglia che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese).
Era questo stesso il tema che aveva suscitato l’esclamazione del mio amico:davanti all’ennesima batosta fiscale, che platealmente negava tutte le sbandierate riduzioni della tassazione per questa o quella categoria di contribuenti, dimostrando invece che nonostante il succedersi dei governi di colore diverso tutti i contribuenti sono sempre e comunque tartassati, il mio amico esclamò: “Cambiano i cazzi, ma i culi sono sempre gli stessi”.
Puoi dirla in italiano, o mascherarla traducendola in latino (Aliae mentulae, nates eadem), ma è e resta maledettamente vera ed attuale.
Scena: qualche anno fa, il giorno del mio compleanno, a casa mia.
Sono appena uscita dalla doccia, sono in piedi davanti allo specchio tentando di aver ragione dei miei capelli, lunghi e ricci.
Arriva mio fratello insieme a mia nipote, poco più di quattro anni, mi fanno gli auguri, poi qualche battuta del tipo “Stai diventando vecchia, cara sorellina, se non ti sbrighi chi ti si piglia più?”
Sempre carino, il fratellino, ma la battuta è sempre la stessa, da quando avevo 15 anni.
Poi se ne va, e la nipote resta e mi osserva.
- Zia, che capelli lunghi hai…
- Hai visto? Ci vuole tanto tempo, per farli diventare lunghi.
Qualche attimo di silenzio, lei continua ad osservare, poi si toglie il fermaglio e i capelli le ricadono sulle spalle.
- Zia, ma sono più lunghi i tuoi o i miei?
- Tesoro, credo siano più lunghi i miei.
Lei butta indietro la testa, come per fare in modo che le punte dei capelli scendano di più verso il fondo schiena
- Zia, sei sicura? Guarda, mi arrivano quasi al sedere….
- Hai ragione, sono diventati molto lunghi, i tuoi capelli….
- Più dei tuoi….
- Beh, tesoro, sono molto lunghi, ma non quanto i miei, tu sei piccolina, fra un po’ forse, quando sarai più grande…..
Silenzio, e lei continua ad osservare me che intanto inizio ad asciugare la folta chioma.
- Zia, ma perché non ti tagli i capelli? Se vuoi ti aiuto io, vado a prendere le forbici?
Furba la piccola, resasi conto che in effetti non può competere, tenta la mossa alternativa!
Ma la zia non si fa fregare, e forte dell’esperienza di baby-sitter che ha steso decine di bambini con le favole, cerca di dribblare la nipote buttandola appunto sul fiabesco.
- No, tesoro, non li posso tagliare.
- E perché?
- Perché li devo far diventare lunghi lunghi, per fare una treccia da far scendere dalla finestra, per far salire il Principe Azzurro….
La piccola ammutolisce, e mi fissa a bocca aperta…
Evvai – penso – è fatta, colpita e affondata!
Lei continua a fissarmi, in silenzio, e io gongolo…. Poi:
- Zia, senti…
- Dimmi, tesoro.
- Zia, ma se aspetti che i capelli ti diventano così lunghi per fare la treccia, diventi vecchia, e chi ti si piglia più? Neanche il Principe Azzurro!
- …..!!!
Morale: i bambini ascoltano e si fidano di quello che dicono i grandi, siano fiabe o semplici conversazioni; con le favole li puoi incantare, ma stanno ben attenti a quello che dici, e non li freghi facilmente, perché sono pragmatici.
La piccola non ha contestato l’esistenza o meno del Principe Azzurro, né la possibilità o meno che una treccia di capelli possa sostenere il peso di un uomo: queste cose le ha sempre sentite dire dai grandi, nessuno le ha mai detto il contrario, e comunque la sua esperienza non le ha negate, e quindi le accetta, perché nella mente dei bambini tra la realtà e la fantasia il confine è indefinito, anzi proprio non esiste.
Ma che i capelli per crescere hanno bisogno di tempo e che mentre il tempo passa gli adulti diventano vecchi, anche questo l’ha sentito dire dai grandi, anzi ne ha anche un’esperienza diretta, e appunto per questo non si è fatta fregare…
Semmai è la zia che è rimasta fregata, dal pragmatismo di un puffo di 4 anni!
Ieri è stato il mio compleanno.
Come al solito ho ricevuto gli auguri da tantissime persone: tra SMS e chiamate, il mio telefonino già a metà pomeriggio era KO.
Non che non mi abbiano fatto piacere, anzi: anche togliendo quelli per così dire doverosi e formali, fa sempre piacere sapere che c’è tanta gente che si ricorda di te.
Ho anche ricevuto diversi regali… tra i quali una piccola e deliziosa composizione di fiori, che mi ha fatto un piacere enorme, soprattutto perché inaspettata.
Ma gli auguri più graditi me li hanno fatti due amici, uno di vecchia data ed uno recente, che, seppure con modalità diverse, sono riusciti a farmi percepire l’affetto di una amicizia vera.
… l’importante è che non passi invano.
L’importante è non farsi stritolare dal tempo che passa.
Nella vita ci sono cose belle e brutte (e di conseguenza anche i ricordi sono belli e brutti), ma anche le cose brutte possono avere un senso: i bilanci si fanno guardando l’insieme, tenendo presente tutti i fattori, e anche un fattore negativo comunque può contribuire al positivo dell’insieme.
Tutto sta nel non fissarsi sul singolo fatto negativo, ma valutarlo all’interno del totale.
Ecco, della mia vita, nel complesso, io sono contenta.
Avrei potuto probabilmente fare di più, e meglio, ma mi sento di dire che il tempo non è passato invano.
La cosa più facile? Sbagliarsi.
La cosa più difficile? Essere certi di tutto.
L’ostacolo più grande? La paura.
La felicità più grande? Amare.
L’errore più grande? Rinunciare.
La vittoria più grande? La soddisfazione.
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.
La distrazione migliore? Il lavoro.
Il mistero più grande? La morte.
Il primo bisogno? Comunicare.
La radice di tutti i mali? L’egoismo.
La miglior medicina? L’ottimismo.
Il difetto peggiore? Il malumore.
Il miglior pregio? L’allegria.
Le persone più pericolose? Gli stupidi.
I migliori professionisti? I bambini.
Il peggior nemico? Quello che mente.
Il miglior amico? Quello che sa ascoltarti.
Il sentimento più brutto? Il rancore.
La sensazione più piacevole? La letizia.
Il dolore più grande? Il tradimento.
Il regalo più bello? Il sorriso.
La fatica più grande? Accettarsi.
La rotta migliore? La via giusta.
Il giorno più brutto? Ormai è passato.
Il giorno più bello? Oggi.
Diceva Albert Camus: “Quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire.”
Credo che questa sia la più grande esperienza di amicizia che si possa fare.
Io l’ho fatta.
Di questi tempi i campi di grano hanno ormai assunto il colore dell’oro, e la brezza estiva carezza le spighe in attesa di essere mietute.
Inevitabilmente ripenso a quand’ero bambina, e la mietitura era un grande avvenimento, che coinvolgeva anche noi ragazzini.
Ricordo la grande macchina, la mietitrebbia, che arrivava nell’aia la notte precedente.
Non so se gli spostamenti avvenissero di notte per non intralciare il normale traffico o per sfruttare al massimo il tempo (viaggiando di notte non si sprecavano le preziose ore di luce, durante le quali si lavorava), fatto sta che noi aspettavamo con ansia, nella calda notte estiva, di sentire il rumore sordo della grande macchina che si avvicinava all’aia, scrutando il buio, fino a quando in fondo al viale alberato improvvisamente spuntava l’enorme e rumorosa sagoma nera, i cui fari sembravano due minuscoli puntini luminosi persi nell’immensa e indefinita massa scura che avanzava verso di noi.
Sembrava un gigante che si trascina stanco, in cerca di un posto dove godersi il meritato riposo: poi con un ultimo sussulto il motore veniva spento, e il rumore assordante cedeva il posto al silenzio della notte, e il gigante finalmente poteva fermarsi a riposare.
Noi bambini, curiosi e intimoriti continuavamo a guardare il gigante da una certa distanza – ci era assolutamente proibito avvicinarsi, mentre la macchina veniva preparata per il giorno dopo – finché le nostre mamme, con gran fatica, ci trascinavano via quasi di peso per mandarci finalmente a letto.
Da grande mi sono spesso chiesta per quale motivo le nostre mamme, gia indaffarate più del solito nei preparativi per la mietitura, si sottoponessero a questa ulteriore fatica: in fondo sarebbe bastato non farci sapere dell’arrivo della mietitrebbia, e noi saremmo andati a letto tranquilli alla solita ora.
Credo che la risposta sia sempre l’amore delle mamme verso i loro bambini: mai ci avrebbero tolto questa piccola gioia, anche se a loro costava un’ulteriore fatica, tanto più pesante considerando che da lì a poche ore avrebbero dovuto essere di nuovo in piedi per affrontare una dura giornata di lavoro, lunga tutto il giorno.
La mietitura iniziava all’alba, e già prima del levarsi del sole gli adulti erano tutti in piedi per gli ultimi preparativi, e anche noi bambini, nonostante le poche ore di sonno, venivamo svegliati dal trambusto.
In realtà… bastava che anche uno solo di noi si destasse, e in un baleno anche tutti gli altri venivano svegliati: nel giro di pochi minuti, con velocità sconosciuta nei giorni in cui si andava a scuola, eravamo tutti fuori, senza neanche lavarci e vestiti alquanto approssimativamente, approfittando del fatto che, nel grande trambusto, nessuno badava a noi.
Al primo chiarore del giorno anche il gigante si svegliava: improvvisamente il vocio ed i rumori dell’aia venivano annullati dal rumore forte e sordo del motore della mietitrebbia che veniva messa in moto, e per un attimo tutti si fermavano ad osservare il gigante che, con un sussulto, lentamente, si avviava verso il campo.
Durante la mietitura rimanevamo ore ed ore ad osservare il gigante che ingoiava le spighe e sputava chicchi in un enorme cassone fermo al bordo del campo, rimorchiato da un trattore che faceva la spola tra il campo e l’aia, per trasferire il grano nel silo.
A volte a noi bambini veniva concesso di salirci sopra, ma il divertimento più grande era quando ci tuffavamo nel grano contenuto nel silo, nuotando tra i chicchi come Paperon de’Paperoni nelle monete del suo deposito.
La mietitura durava quasi tutta la giornata: si iniziava all’alba, e si finiva poco prima del tramonto, senza interruzioni; gli operai addetti alla mietitrebbia e quelli addetti al trattore si davano il cambio alla guida, ma rimanevano comunque sui campi tutta la giornata.
Anche per noi bambini quella era una giornata speciale in cui rimanevamo fuori di casa tutto il giorno, e poi avevamo anche noi un compito da svolgere: con le nostre biciclette facevamo la spola tra il campo e l’aia portando l’acqua fresca, il pranzo, il caffé alle persone che erano sul campo, e mangiavamo insieme a loro seduti sotto gli alberi.
Verso il tramonto, finita la mietitura, la grande macchina si avviava verso un’altra destinazione: qualche volta gli addetti ci consentivano di salirci sopra per un pezzo di strada: lassù, sopra le spalle del gigante, ci sembrava di essere i padroni del mondo.
Poi accompagnavamo la mietitrebbia fino alla strada comunale, seguendola con le nostre biciclette, e salutavamo il gigante stanchi e felici, dandogli l’arrivederci all’anno successivo.
Ripenso a tutto questo ogni volta che passo accanto ad un campo di grano, e so di essere stata fortunata, ad aver vissuto un’infanzia così.
A volte sono insoddisfatta e mi sembra che non accada niente di importante, solo perché non sta succedendo ciò che vorrei che succeda.
E’ come se tenessi gli occhi chiusi, perdendo quello che realmente accade, abituandomi così a non vedere ciò che ho di fronte.
Ma anche rispetto ad una insoddisfazione, mi rendo conto che è soltanto partendo dalla realtà che può esserci un'ipotesi di cambiamento.
Il punto di partenza per l'inizio della soddisfazione è imparare a guardare tutti gli aspetti delle circostanze della vita, positive o negative che siano.
Tutti in fondo al cuore siamo poeti, se incontriamo persone giuste che sappiano darci gli strumenti.
La bellezza si può scrivere e raccontare.
Avere qualcosa da dire e avere il coraggio di farlo usando parole proprie, vere, nude, in contrasto con il volere dei tempi e delle abitudini.
Chi lo fa?
Un uomo che fugge l'inganno, la menzogna e la falsità di questa "società civile", un uomo che ancora sa scrutare la meraviglia del cielo e leggere i gesti del mondo e delle creature che lo circondano.
Un uomo che ancora sa di possedere e di difendere qualcosa di prezioso, che per questo ha qualcosa da dire e lo fa con grande coraggio, rischiando tutto.
Chi lo fa?
Un uomo che si chiama Magdi Allam.
Odio il correttore automatico di word.
Ieri scrivevo “Epicuro” e lui imperterrito correggeva in “Epicureo”; quando finalmente sono riescita a fargli digerire Epicuro, lui si è vendicato e me lo ha sottolineato in rosso, errato!!!
Antipatico ignorante!
Dice: ma se lo odi, disattivalo!
Ma vuoi mettere la sicurezza che ti dà, seppur con tutti i suoi limiti, un correttore automatico?
E' una sorta di odio e amore, atteggiamento che purtroppo conosco, seppure in ben altre situazioni, e che a volte sconfina nel masochismo.
Forse meriterebbe un'analisi più attenta....
Prima una riflessione che è una larvata (neanche tanto) richiesta di aiuto.
Poi un’altra riflessione che in fondo è una puntualizzazione della richiesta di cui sopra.
Mi fa notare il mio amico P. che è esattamente quello che diceva Epicuro: “Non abbiamo tanto bisogno dell'aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto.”
Ha ragione.
"Non capire per fare, ma stare per comprendere."
Presa non mi ricordo più dove e annotata. Ma è così importante sapere chi l’ha detta?
Quello che è interessante è l'inversione della prospettiva: il capire non è la condizione per fare (e vivere), ma ne è la conseguenza.
Come dire che solo l'esperienza del vivere puo' aiutare a capire il perché si vive.
Come dire che solo l'esperienza della bellezza della vita può aiutare a capire il senso della vita.
Possiamo vivere nel mondo una vita meravigliosa se sappiamo lavorare e amare, lavorare per coloro che amiamo e amare ciò per cui lavoriamo. (L. Tolstoij)
Ci sono persone che hanno una sorta di pudore ad usare parole od espressioni che in fondo sono normali nella vita di tutti i giorni.
Per esempio c’è una signora ormai abbastanza anziana, mia cliente da sempre, con la quale ci siamo sempre date del tu, che quando deve pagare il mio lavoro non chiede “quanto devo?” ma dice “e il disturbo?”
In effetti suona meglio…. e finisce che le faccio sempre lo sconto!
L'altro ieri ho scritto un post che nasceva da una serie di considerazioni fatte, la sera prima, chiacchierando con un amico.
Vabbe’ che poi mentre ne parlavo (e ne scrivevo) mi sono resa conto che anche per me è difficile chiedere aiuto, e vabbe’ che ho chiuso il post con un enigmatico “ni”.
Ma è confortante, anzi è proprio bello che qualcuno (che di persona neanche mi conosce) riesca a decifrare le mie elucubrazioni, a rispondere alla mia domanda, e soprattutto a capire.
Ed è altrettanto confortante, anzi è altrettanto bello che qualcun’altro (che ormai un po’ mi conosce) insista nel chiedere, cerchi di farmi parlare, anche se io continuo a dire che no, non ho bisogno di nulla, trincerandomi dietro il “ni” («che è un “quasi” diverso», sbraita il qualcun'altro di cui sopra).
Ecco, in fondo, forse proprio di questo avevo bisogno: so benissimo di avere tante persone su cui contare, ma avevo bisogno di sentirmelo dire.
"Ci hanno tagliato le gambe e le braccia e poi ci hanno lasciati liberi di camminare" (Saint-Exupèry)
Mai, come in questi nostri tempi, è vera questa amara definizione della libertà.
Saint-Exupèry è uno degli scrittori che amo di più, e il suo Il piccolo principe l’ho letto non so più quante volte, sempre con piacere ed ogni volta scoprendoci dentro qualcosa di nuovo, specie nei disegni, che sembrano ingenui e invece colgono, mettono a fuoco le verità nascoste nel libro.
Mi ha sempre affascinato, Saint-Exupèry, un eroe romantico, un uomo lontano, sfumato, quasi irreale, sia per la sua vita avventurosa che per la sua morte, avvenuta in circostanze misteriose.
Un idealista, un pilota coraggioso, un uomo di grandi passioni con una vita sentimentale tormentata e infelice. Ma ciò che lo ha reso straordinario, secondo me, non è stata la sua vita, e neppure la sua morte, ma la letteratura che per lui era la vita stessa, indissolubile: diceva che "Bisogna vivere per poter scrivere", ed infatti la maggior parte delle sue opere hanno spunti autobiografici, cronache romantiche di fatti realmente accaduti.
Mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona, Saint-Exupèry: di uno così, attaccato alla realtà che vive eppure capace di scrivere una favola (che favola non è) come Il piccolo principe, probabilmente mi sarei innamorata perdutamente.
Ho bisogno di aiuto. Una frasetta facile facile, di sole quattro parole, e volendo si può ulteriormente ridurre.
Ma il concetto rimane.
Eppure a volte è così difficile chiedere aiuto, e accade specialmente quando ne hai più bisogno, e quando immediatamente non si vede, che hai bisogno di aiuto.
Se inciampi e cadi in mezzo ad una strada affollata, probabilmente non hai neanche bisogno di chiedere aiuto, qualcuno che ti porge una mano per aiutarti a rialzarti lo trovi.
Ma se l’angoscia, il dolore te li porti dentro, e magari sei anche bravo a mascherare, perché il tarlo rode dentro ma lascia l’esterno quasi intatto, allora, se il problema ce l’hai dentro, ed è maledettamente più ingombrante di un ginocchio sbucciato o di una caviglia dolorante, quanto ti lascerai macerare prima di chiedere aiuto?
Capita che hai maledettamente bisogno di aiuto, ma non sei capace a chiederlo, e siccome il male dentro non si vede, difficile che qualcuno se ne accorga.
Fatta l’analisi del problema, rimane la domanda: “Perché è così difficile chiedere aiuto?”
Fatta l’analisi e fatta anche la domanda, si ritorna all’inizio: “Ho bisogno di aiuto”.
P.S.: Forse qualcuno si chiede se questa è una richiesta di aiuto… tranquilli, la risposta è ni.
L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, e poi ti spiega la lezione. (Anonimo)
Io aggiungo: è anche il più efficace, a volte molto duro, ma sempre il più efficace.
«Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:
… più bella.
Ami, e non pensi essere amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore».
(Ada Negri, Mia giovinezza)
Le cose studiate a scuola, rivisitate da adulti, assumono un diverso spessore.
Capita che per lavoro o per diletto, o magari per insonnia, mi trovi in giro per la città silenziosa ed ancora addormentata, quando in giro non c’è praticamente nessuno, tanto più se è domenica, e piove.
E invece a volte capita che anche a quell’ora qualcuno in giro ci sia, e passi per la mia stessa strada.
Un ragazzo, avrà avuto si e no 18 anni, jeans e giubbotto di pelle, con l’aria strafottente che hanno i ragazzi a quell’età quando si atteggiano a duri, che con uno spray bianco stava scrivendo qualcosa sul marciapiede davanti al mio portone.
Si è accorto della mia presenza quando ormai ero ad un passo da lui, ma ha capito subito che non avrei fiatato.
Sul marciapiede aveva scritto “Principessa, se solo tu mi aprissi il tuo cuore io ti darei il mondo”.
Non ho ancora capito chi sia la principessa – che evidentemente abita nel mio palazzo – destinataria di quella dichiarazione.
Ma una giornata comincia meglio vedendo gli occhi innamorati di un ragazzo dall’aria strafottente che si atteggia a duro e che, in ginocchio sul marciapiede, scrive una dichiarazione d’amore alla sua principessa.
C’era una volta un tizio, moderatore di un forum, e come quasi tutti i moderatori stava alquanto sulle sue (del tipo “non rompete le scatole tanto io ho diritto di veto”) con risposte anche un po’ stronze, lapidarie e a volte ciniche. Quasi sempre. Poi ogni tanto qualche intervento diverso, compresi alcuni esercizi in rima, che denotano una padronanza del linguaggio e una capacità di scrittura non comuni, almeno in un forum.
C’era una volta una tipa un po’ curiosa, che un bel giorno si diverte a digitare il nick del tizio sul magico Google: in mezzo ad interventi su forum vari (di cucina, di fotografia, ecc… ma di quante cose s’impiccia questo?) tutti più o meno dello stesso tono un po’ scostante già detto (ma sarà il forum che rende scostanti le persone?), la tipa s'imbatte sul blog del tizio di cui sopra.
“Sarà caso di omonimia” pensa la tipa, perché dal blog emerge una persona completamente diversa. Però c’è il link al sito del forum. “Quindi – pensa la tipa - non può essere che lui”. Ma ancora dubita, la tipa, e allora contatta in privaro il tizio, che conferma, sempre con il tono del cavolo.
La tipa – che ha la capa tosta – non si arrende, e in uno dei messaggi conclude “Sono contenta di aver incontrato uno come te, e se mi permetti ti mando un abbraccio”. Il tizio non si smentisce e risponde: “Abbraccio (di vipera) ricevuto”… sorvoliamo sulla storia della vipera che è lunga, ma è facile da immaginare.
Nella ricerca con Google la tipa becca anche una foto, piccola, neanche troppo nitida. La colpisce il sorriso, che non è proprio un sorriso, però è un viso aperto, accattivante, e s’intravede uno sguardo, come dire, profondo, quasi (!) dolce, insomma per niente l’aria che ti aspetteresti da uno come quello descritto sopra e che ti da’ della vipera.
Passa un po’ di tempo, il tizio e la tipa continuano ad incontrarsi ogni tanto sul forum, e a scambiarsi post e messaggi privati (tono del tizio sempre quello, del cavolo)
Poi il tizio ha bisogno di un consiglio professionale e contatta la tipa… s’incontrano. Ma la tipa è ancor più perplessa, perché di persona il tizio conferma l’impressione della fotografia, il che equivale a dire niente a che vedere con il tizio del forum. Non che questo non sia cosa rara, anzi, ma il contrasto è stridente. Peraltro la tipa definisce il tizio “quasi tenero”, e il tizio mette su una filippica sul “quasi” ma non dice nulla del “tenero”.
Passa qualche mese, il tizio e la tipa si sono rivisti due o tre volte, anche se solo per mangiare un panino insieme, in pausa pranzo; però continuano a chiacchierare fitto fitto tramite msn, ma anche lì, spessissimo, il tono del tizio è ancora quello, del cavolo, e la tipa non riesce proprio a farsene una ragione, e lo pungola, lo provoca, praticamente un martello pneumatico. Il tizio resiste, ma un martello pneumatico è pur sempre un martello pneumatico, e ogni tanto il tizio barcolla, perde per un attimo il controllo del tono (del cavolo) ma lo recupera subito appena la tipa tenta di affondare. Comunque si potrebbe dire che sono diventati (quasi?) amici, anche se la tipa continua a fare (e a farsi) domande.
C’era una volta un tizio, e c’era una volta una tipa, e un bel giorno, insieme alla fidanzata del tizio, decidono di andare a pranzo da un amico della tipa, che ha un locale carino e cucina divinamente: il tizio e la fidanzata del tizio stanno cercando un posto per il loro pranzo di nozze.
La tipa non conosce la fidanzata del tizio, anzi è anche un po’ preoccupata: il tizio in tutte le chiacchiere le ha parlato molto poco di lei, e nemmeno sa cosa lei (la fidanzata) sappia di lei (la tipa). Insomma un’incognita, che va aggiungersi all’incognita tizio.
Il tizio, la tipa, la fidanzata del tizio, tutti e tre a pranzo dall'amico della tipa.
La tipa osserva attentamente il tizio e la fidanzata del tizio, e osserva soprattutto lo sguardo che il tizio ha sulla sua donna.
E finalmente lei capisce, capisce che lui “fa” lo stronzo, ma non lo è, perché solo uno che fa lo stronzo, ma non lo è, può essere capace di uno sguardo così.
Per la cronaca: dopo questa folgorazione non è che il tipo faccia meno lo stronzo e la tipa faccia meno domande, ma… almeno qualcosa è più chiaro, e forse sono diventati un po' più amici (ma il tizio sicuramente non sarà d’accordo).
Johann Wolfgang von Goethe diceva: "Un grande errore: credersi più di quel che si è e stimarsi di meno di quel che si vale."
Credo che Goethe abbia ragione.
Per quel che mi riguarda, il grande errore lo faccio per metà… ma credo che non sia meno grave.