Perle sparse un po' dovunque che altrimenti andrebbero perse....

Eccomi

Blogger: ritarella
Nome: Chi sono probabilmente si capisce da quello che scrivo qui.
Questo blog nasce non per comunicare qualcosa di particolare a qualcuno in particolare, ma solo per raccogliere pensieri, ricordi, sensazioni, riflessioni... perle insomma. Perle che sono pane per l'anima (e con ciò è spiegata anche l'immagine, piccoli panini in fila, appunto come perle). Il blog contiene solo scritti, moltissimi dei quali provenienti da dei quaderni che mi hanno accompagnato fin da quando avevo 14 anni, e su cui ho annotato di tutto, pensieri, citazioni, battute di spirito, ricordi, aforismi, qualunque cosa che in quel momento mi abbia colpito o interessato, indifferentemente cose serie (poche) e cretinate (tante). Li ho conservati tutti, questi quaderni, ormai sono decine, e appunto molto di quanto riportato in questo blog proviene da lì, tutte cose appuntate nell'arco di decenni, a volte rivisitate, molto più spesso riportate volutamente senza data, perché con il passare del tempo il motivo per cui sono state scritte non c'è più, e quindi il valore dello scritto è intrinseco, ormai sganciato dal fatto che l’ha provocato. E' una cosa nata per gioco e senza alcuna pretesa, che a distanza di mesi è sì ancora un gioco e continua a non aver pretese, ma è diventato anche uno sfogo ed un rifugio: un appuntamento quasi quotidiano, che da una parte mi provoca e dall’altra mi rilassa, ma di cui sento il bisogno. Anche se – per dirla tutta – m'imbarazza un po’ sapere che c’è qualcuno che legge quel che scrivo. E magari apprezza anche qualcosa di ciò che scrivo. Un pizzico di vanità? Certamente, ma non avendo intenzione di cambiare mestiere, con questo blog continuo solo a giocare. Ma ovviamente il blog è aperto a chiunque abbia voglia di leggere o anche lasciare un commento.

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giovedì, 31 maggio 2007
Io e gli altri

Se mi trovo davanti persone gentili, carine e magari anche disponibili, di solito divento automaticamente diffidente: nella mia vita le fregature più grosse le ho prese dalle persone gentili, carine e disponibili, o che sembravano tali.
Invece ho un naturale trasporto, quasi un’immediata simpatia per le persone che sembrano essere scostanti. E anche lì fregature a gogo, perché quando ho davanti una persona che mi sta simpatica, abbasso le mie difese e quindi divento vulnerabilissima.
In realtà le mie difese non le abbasso mai del tutto… chiacchiero tanto ma difficilmente arrivo al nocciolo, nemmeno con le persone con cui ho più confidenza alla fin fine faccio trasparire quello che realmente sono e quello che realmente penso.
Ho una gran paura di essere giudicata, io, di non piacere, quindi tendo a mostrare di me non quello che sono veramente, ma quello che (secondo me) la gente apprezzerebbe. Insomma tendo a dare di me l’immagine migliore, poco importa se è quella vera oppure no.
E’ sempre così, poi (raramente, basta meno di una mano per contarli) capita che incontro uno o una (maschio o femmina non conta) e nel giro di pochi giorni ci entro così in confidenza che gli racconto vita, morte e miracoli, insomma tutto…
No, quasi.

Postato da: ritarella a maggio 31, 2007 08:09 | link | commenti (2)
parlando di me

mercoledì, 30 maggio 2007
Ricordati di dimenticare

Ogni giorno bisognerebbe ricordarsi di dimenticare qualcosa.
La mia saggia nonna me lo ripeteva spesso: “Ricordati di dimenticare”.
Solo le cose brutte ovviamente, e soprattutto quelle ti fanno portare rancore.
Dimenticarle ti fa vivere più serenamente, come minimo.
Non è tanto facile, ma quando ci riesco, mi accorgo che la saggia nonna aveva proprio ragione.

Postato da: ritarella a maggio 30, 2007 08:05 | link | commenti (2)
riflessioni, parlando di me

martedì, 29 maggio 2007
Iotto

Domenica sono stata a pranzo in un posto delizioso, a Campagnano, gestito da Marco, un amico di vecchia data, bravissimo.
Sono sempre contenta di andarci, e non solo perché si mangia bene, ma perché è un posto dove si sta bene. Per l’ambiente (piccolo), per quello che si mangia e si beve (appunto) ma soprattutto per le persone che ci lavorano, cinque in tutto: il mio amico, sua moglie, e tre dipendenti.
Ma a parte per la competenza soprattutto nel consigliarti il vino, non distingui il titolare dai dipendenti (cuoca e camerieri), e questa è una cosa non scontata, anzi piuttosto rara: in quel locale, in tutti quelli che ci lavorano, vedi la stessa passione di chi sa che sta lavorando per uno scopo che non è (o almeno non è solo) portare i soldi a casa alla fine del mese.
Lo vedi da come si muovono, dall’attenzione che hanno non solo per i clienti ma anche tra loro, con i ruoli che sì sono definiti (la cuoca fa la cuoca e il cameriere fa il cameriere) ma anche complementari, dove ognuno fa quello che in quel momento è necessario fare, compreso lavare le pentole.
Lo vedi dagli sguardi che si scambiano, da come si aiutano e si supportano, dove è chiaro che non è solo per offrire il miglior servizio al cliente, ma che lo fanno in maniera assolutamente naturale, per loro stessi e per la cosa che stanno facendo insieme, cioè lavorare, ma insieme.
Come in una grande famiglia affiatata, dove il singolo è sì importante, ma non come singolo, bensì come parte importante e imprescindibile di qualcosa di più grande, che trascende i singoli.
Insomma è chiaro che lì tutti, sia Marco che i suoi collaboratori, hanno a cuore e condividono la stessa cosa, che non è banalmente l’impresa commerciale e quindi il lavoro e la sua remunerazione, ma è un’avventura, un cammino insieme, la loro stessa vita, quindi molto di più dei soldi che portano a casa: quando si ha la possibilità di lavorare così anche la fatica diventa più lieve, e lieta. E commuove. Anche te che sei andato lì semplicemente a goderti un buon pranzo: di questa atmosfera te ne accorgi immediatamente e, e ti rendi conto che quelle cose già ottime che hai nel piatto acquistano il sapore della passione e rendono anche più piacevole il tempo che passi in quel posto.
Marco, in soli due anni, con un piccolissimo locale in un piccolissimo paese della provincia di Roma, ha realizzato un sogno che ha inseguito per tanto tempo, guadagnandosi entusiastiche recensioni su prestigiose guide enogastronomiche, ma io sono convinta che questo risultato è dovuto sicuramente alla sua bravura, ma anche alla squadra che ha saputo mettere insieme, alla passione che ha saputo comunicare e quindi al modo di lavorare e stare lì.
Questo post non voleva essere una recensione – sul locale di Marco ce ne sono, tutte lusinghiere e fatte da chi lo sa fare molto meglio di me – ma un omaggio ad un amico, alla sua passione e al suo sogno finalmente realizzato.
PS (1): Per chi volesse provare, il posto si chiama “Iotto, birbo e mardevoto” ed è a Campagnano di Roma, C.so Vitto rio Emanuele 96, Tel 06 9041746
PS (2): Ho passato una bella giornata, e non solo per quanto scritto sopra.... ma parlarne oggi era un po' come togliere qualcosa a Marco.

Postato da: ritarella a maggio 29, 2007 09:39 | link | commenti (2)
ritratti, gli altri importanti

lunedì, 28 maggio 2007
La speranza

La speranza è una certezza, una certezza per il futuro.
Per uno che camminasse senza certezza su dove deve arrivare, sarebbe come la tragedia di un pover'uomo.
La speranza è la certezza per cui nel presente si può respirare, nel presente si può godere.
Anche se a volte permetto l'oscurità mi avvinca, e allora più che il desiderio della verità c'è la delusione di una incredulità.
Ma non bisogna mai rinunciare alla speranza, né abbandonarsi alla disperazione a causa di ciò che è passato, giacché rimpiangere l'irrecuperabile è la peggiore delle umane debolezze
PS: Non è tutta farina del mio sacco, ma queste parole le sento ugualmente mie.

Postato da: ritarella a maggio 28, 2007 08:10 | link | commenti
riflessioni, parlando di me

domenica, 27 maggio 2007
Gli amici

Gli amici sono angeli che ci sollevano da terra quando abbiamo problemi, ricordandoci come volare.

Postato da: ritarella a maggio 27, 2007 09:25 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

sabato, 26 maggio 2007
Giovinezza nello spirito

È quel momento in cui la vita è come sgombra da ogni "ma", da ogni "se", da ogni "però".
Il momento in cui è possibile l'abbandono a qualcosa di totalizzante.
Quando si può dire: "Sì", senza ombre e senza esitazioni.
O accade allora o non accade più.

Postato da: ritarella a maggio 26, 2007 10:23 | link | commenti (1)
citazioni, riflessioni

venerdì, 25 maggio 2007
Una scrivania disordinata, anzi incasinata

Diceva Albert Einstein: “Se una scrivania disordinata è sintomo di una mente disordinata, che dire di una scrivania vuota?”
Per quel che mi riguarda, quello della scrivania vuota è un rischio che proprio non corro – la mia scrivania è stracolma, di carte e non solo – ma definirla soltanto "disordinata" è un eufemismo.
Forse il termine “incasinata”, anzi “incasinatissima” rende meglio l’idea…
Sì, la mia scrivania è stracolma e incasinatissima, come la mia mente.
Probabilmente qualche lettore di questo blog - beh, al massimo uno - si sta già preoccupando…

Postato da: ritarella a maggio 25, 2007 06:09 | link | commenti (1)
citazioni, parlando di me

giovedì, 24 maggio 2007
Il gelsomino

Ieri sera sono tornata a casa un po’ prima del solito, non era ancora buio, e l’aria era mossa da qualche refolo di vento, gli ultimi scampoli di ponentino che ancora riescono ad infilarsi tra i palazzoni della periferia rinfrescando le serate di Roma.
Avevo dimenticato la chiave della porta secondaria, quella che uso di solito per entrare in casa perché più vicina al garage. Ragion per cui ho attraversato il giardino per andare verso la scala che dà accesso alla porta principale, dalla quale non passo quasi mai.
E allora?
Allora cambiare strada qualche volta riserva gradite sorprese!
Insomma, attraversando il giardino dalla parte da cui passo raramente, ho scoperto che il gelsomino - che solo qualche settimana fa, dopo l'intensa grandinata che ha colpito Roma, sembrava piuttosto malconcio - invece si è ripreso, è cresciuto tantissimo, e soprattutto è fiorito.
Probabilmente passando di corsa non me ne sarei neanche accorta, se non fosse stato per l’intenso profumo che emanava, talmente intenso che anche il mio naso, perennemente chiuso dalla rinite cronica, ne è stato colpito.
Mi sono ovviamente fermata a rimiralo, quasi a respirare quel profumo che, guarda un po’, mi ha riportato indietro negli anni, a quando ero bambina e il giardino di casa mia era delimitato da una semplice rete, alta circa un metro e mezzo, sulla quale si arrampicavano rigogliose tantissime piante di gelsomino, e quando fiorivano il profumo era talmente intenso che dava quasi alla testa.
Le siepi di gelsomino erano anche ai bordi dei campi coltivati intorno alla casa, e fornivano un fresco riparo alle bottiglie d’acqua che i contadini si portavano dietro sui campi, e un profumato e ombroso ristoro nelle pause dal lavoro.
Anche noi, da ragazzini, dopo le corse a piedi ed in bicicletta per i campi, spesso andavamo a riposarci all’ombra delle siepi di gelsomino, che i vecchi contadini ci dicevano più sicure delle altre siepi perché i serpenti, e le vipere in particolare, se ne tengono lontane proprio a causa del profumo; non ho idea se sia vero, però, in effetti, vicino a quelle siepi di rettili non ne abbiamo mai visti… ma è anche vero che noi facevamo un tale chiasso che nessun rettile si sarebbe mai avvicinato!
Quando intorno a casa mia iniziarono a costruire i caseggiati che adesso la circondano, si rese necessario fare una recinzione più consistente, ragion per cui furono estirpate tutte le piante di gelsomino, alcune delle quali – pochissime – furono trapiantate in altri punti del giardino.
Il gelsomino è una pianta facilissima da coltivare, basta piantare in terra un ramoscello e l’anno dopo si è già moltiplicato, sembra quasi che cresca spontaneamente. E resiste anche al freddo: il gelo invernale, raramente, può uccidere i suoi rami, ma non riesce a danneggiare le radici, quindi in primavera spuntano nuovi rami e in pochi mesi la pianta è di nuovo fiorita e rigogliosa.
E' una pianta bella e profumata, ma anche forte e resistente, che riesce anche a sostenersi da sola, ma che se gli fornisci un appoggio si arrampica e cresce ancora più forte e rigogliosa, e in grado di sfidare le intemperie.
Proprio come vorrei essere io.... forte e resistente.
Probabilmente le piante di gelsomino che ora crescono nel mio giardino emanano ancora lo stesso intenso profumo di quelle di allora, ma a me, fino a ieri sera, non era ancora mai capitato di accorgermene, forse perché sono situate in punti del giardino dove passo più raramente, specie quando è il momento della fioritura. Oppure la particolare calura di quest’anno ha reso la fioritura più rigogliosa, o semplicemente la brezza di ieri sera girava in modo particolare e ha portato più lontano il profumo.
Fatto sta che quel profumo intenso e dolce, pur nella nostalgia della fanciullezza e nel rammarico di non riuscire a godere di più delle tiepide serate primaverili, mi ha regalato un po’ di serenità, che almeno per un attimo ha cancellato la stanchezza e la preoccupazione di una giornata intensa e difficile.

Postato da: ritarella a maggio 24, 2007 11:30 | link | commenti (1)
racconti, parlando di me, un mondo che non c è più

mercoledì, 23 maggio 2007
La realtà è testarda

La realtà è testarda: è più forte di noi nel metterci davanti le sue evidenze, proprio quando progettiamo in modo accurato la nostra vita.
La realtà è testarda: la dimentichiamo, la mettiamo da parte, la neghiamo, facciamo finta di non accorgercene, ma ad un certo punto essa riemerge nella sua pretesa.
La realtà è testarda: è anche paziente, e tende a sopravviverci.
La realtà è testarda: su di essa si può solo avere uno sguardo vero, senza ambiguità, senza fronzoli o vuoti ragionamenti, come diceva Carrel.
Non fare i conti con la realtà, forse è proprio questo il rischio: non prendere sul serio la realtà, così com’è e non come vorremmo che fosse.
Le conseguenze di questo non-realismo sono disastrose perché la realtà è testarda e non la si può evadere più di tanto: la mancanza di senso della realtà è ideologia.
Però è difficile abbracciare proprio tutta la realtà: come si può veramente accettare tutto? Non c’è un limite, una misura oltre la quale è giusto dire: adesso basta!?
Io non so se un limite c’è, e se ci fosse, qual è questo limite.
La mia esperienza è che alla realtà non si può sfuggire, né la si può cancellare.
La realtà può essere solo accettata: non è fatalismo – la realtà è quello che mi circonda, non è il mio destino – è realismo.

Postato da: ritarella a maggio 23, 2007 08:30 | link | commenti (1)
citazioni, riflessioni

martedì, 22 maggio 2007
Il bicchiere a metà

Un bicchiere riempito a metà lo puoi chiamare mezzo pieno o mezzo vuoto – guadagnandoti così l’etichetta di ottimista o di pessimista - ma sempre un bicchiere a metà resta.
La vita non può essere un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, la vita deve essere comunque piena: la vita ti è data, va presa e sfruttata per quello che è, cercandone comunque la pienezza.
Come Milosz faceva dire a Miguel Mañara: "…perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il cielo sia lodato!) non è la nostra"
PS: Ad essere precisi prima dei puntini ci sarebbe “ Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve”

Postato da: ritarella a maggio 22, 2007 08:22 | link | commenti (5)
citazioni, riflessioni

lunedì, 21 maggio 2007
Saudade

Qualcuno mi ha fatto notare che parlando della nostalgia ho attinto a piene mani da Andrej Tarkovskij.
Può darsi, ma non me ne sono resa conto.
Era una delle tante cose segnate sui miei famosi quaderni, probabilmente l’ho copiata chissà da dove.
Però anche se copiata per me è assolutamente vera, e condivisibile (altrimenti non l’avrei scritta, né sui quaderni, né qui).
E grazie al commentatore anonimo che anonimo non è per le sue considerazioni sulla saudade, ma anche e soprattutto per la sua amicizia ed attenzione.

Postato da: ritarella a maggio 21, 2007 19:45 | link | commenti (2)
riflessioni, parlando di me

domenica, 20 maggio 2007
La paura e la speranza

Talvolta, in questi giorni, sento il tempo scivolare, silenzioso e riservato, istante per istante.
Anche le giornate scivolano via, a volte tristi, senza entusiasmo, e mi sento addosso un po’ di rassegnazione, e anche di infelicità.
Talvolta sento gli occhi pieni di lacrime e il pianto che mi chiude la gola, specie quando sono da sola ed inevitabilmente il pensiero va lì, e la paura attanaglia la mente ed il cuore.
Ma non è disperazione, neanche quando mi sembra di essere in una palude infinita e monotona, di sprofondare lentamente, senza dolore, inconsciamente, e indifferente verso ciò che avviene intorno.
E’ paura, ma non è disperazione, almeno non ancora… solo due giorni.
Per fortuna c’è una linfa vitale che sostiene la mente ed il corpo: la speranza.

Postato da: ritarella a maggio 20, 2007 08:36 | link | commenti (3)
parlando di me

sabato, 19 maggio 2007
La tana del riccio

La mia casa, che una volta era un casale in mezzo alla campagna, è miracolosamente sopravvissuta all’assalto del cemento, ma ormai ne è circondata: soltanto un giardino fortunatamente molto ampio la separa da caseggiati di varia altezza, comunque brutti e piuttosto anonimi – anche se qualcuno tenta di ingraziosirli con piante e fiori che stentano ad attecchire sugli striminziti balconi e sulle minuscole aiuole nei cortili – e da strade che con difficoltà accolgono tutte le auto che vi sono parcheggiate.
Il piano stradale, e quello delle costruzioni vicine, è più basso di qualche metro rispetto al livello del giardino, dove sono piantati alti alberi che conferiscono all'insieme una sorta di slancio, quasi di maestà, per cui la casa, di soli due piani, vista dalla strada sembra un minuscolo castello posto in cima ad un minuscolo colle, dal quale sembra voler competere con le costruzioni vicine ben più alte, quasi imponendo loro la sua presenza.
Lungo due lati il giardino è separato dai viali di accesso del confinante condominio da un alto muro di contenimento in cemento armato, per cui il giardino stesso si trova di fatto all’altezza delle finestre del primo piano dei caseggiati vicini, e affacciandosi oltre il muro quel viale di accesso sembra il fossato che circondava i castelli medioevali.
C'è un angolo del giardino che è a ridosso di questo muro, nascosto dietro un’alta siepe di alloro: è un angolo un po’ trascurato, soprattutto perchè molto scosceso, quasi una piccola scarpata, di difficile accesso, su cui crescono rigogliosi degli oleandri, e da dove qualche giorno fa sono sbucati fuori i micini partoriti da una delle gatte che frequentano il mio giardino; ogni tanto ci diciamo, in famiglia, che bisognerebbe dare una sfoltita a quella mini-foresta, potando gli oleandri e creando dei vialetti e delle scalette per rendere accessibile anche quell’angolo, ma si sa, il tempo è sempre tiranno, si va sempre di corsa, e le cose sono facili a dirsi ma molto meno a farsi.
Sugli altri due lati, tra la recinzione e la strada, c’è un ampio spazio lasciato incolto da anni dai proprietari del terreno: è pieno di arbusti ed erbacce, lievemente digradante, e stante la vicinanza delle altre costruzioni e della strada, sembra un angolo selvaggio dimenticato.
Tempo fa questo spazio incolto è stato recintato e sul cancello è comparso un cartello che informa dell’imminente costruzione di un autolavaggio.
Ieri mattina, uscendo di casa, ho visto una ruspa che stava lavorando per rendere pianeggiante il terreno, contemporaneamente ripulendolo dalle erbacce e dagli arbusti.
Mi è venuto in mente che tra quelle erbacce e quegli arbusti sicuramente si nascondeva la tana di qualche animale selvatico, come le talpe o i ricci (o porcospini che dir si voglia) così comuni nella zona ai tempi della mia infanzia, che nelle notti d’estate ogni tanto ancora trovavo a spasso nel mio giardino.
E me ne sono dispiaciuta, pensando che il nuovo autolavaggio stava facendo fuori, insieme agli istrici e alle loro tane, anche un altro pezzetto della mia infanzia.
E invece stanotte, rientrando a casa quando ormai intorno era tutto buio e silenzioso, con i fari della mia auto ho illuminato un piccolo riccio che, provenendo dal terreno vicino, rapido ha attraversato il giardino, fino ad infilarsi sotto la siepe d’alloro, verso la scarpata degli oleandri.
Io non so se il piccolo riccio fosse effettivamente in fuga in seguito alla distruzione della sua tana, e se l’abbia spostata nella scarpata del mio giardino, ma mi piace pensare che sia così.
Mi piace pensare che il mio giardino possa essere il rifugio degli ultimi animali selvatici ancora sopravvissuti al cemento che ha invaso la zona…. e allora la scarpata non è più un problema: stamattina stessa ne abbiamo parlato in famiglia, e abbiamo deciso di lasciarla così, nascosta dalla siepe di alloro, un po’ selvaggia e inaccessibile, dove (forse) i ricci possono ancora trovare riparo.

Postato da: ritarella a maggio 19, 2007 09:03 | link | commenti (3)
racconti, roma, parlando di me, un mondo che non c è più

venerdì, 18 maggio 2007
La libertà

La libertà è per l'uomo la possibilità, la capacità, la responsabilità di compiersi, cioè di raggiungere il proprio destino.
Il destino è una promessa.
Quanto brucia la ferita di una promessa insoddisfatta!

Postato da: ritarella a maggio 18, 2007 07:11 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

giovedì, 17 maggio 2007
Il cielo è sempre blu

Dice: il cielo sopra le nuvole è sempre blu.
Vero, anzi bello.
Ma a volte le nuvole sono così basse ed incombenti, che è come se tutto il peso del cielo fosse sulle tue spalle, talmente pesante da piegare la tua schiena e da costringere a terra il tuo sguardo.
E allora è difficile ricordarsi che sopra le nuvole il cielo è sempre blu.
Almeno finché qualcuno non ti prende per mano, confortandoti se proprio non può prendersi un po’ del tuo peso, ma soprattutto aiutandoti a risollevare lo sguardo e a guardare il cielo.
Che sopra le nuvole è ancora, come sempre, blu.
Occorre imparare a sollevare lo sguardo, il che non è facile.
E a chiedere aiuto, il che, a volte, è proprio difficile.

Postato da: ritarella a maggio 17, 2007 07:21 | link | commenti (3)
riflessioni, parlando di me

mercoledì, 16 maggio 2007
La nostalgia

La nostalgia è il sentimento d'un bene assente.
Ognuno di noi lo sa bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E ti lasci andare, anzi trascinare dalle cose di tutti i giorni, inerte e apatico.
E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto.
E tutto diventa improvvisamente più semplice.

Postato da: ritarella a maggio 16, 2007 09:04 | link | commenti (3)
citazioni, riflessioni

martedì, 15 maggio 2007
Precisazione

In un precedente post avevo parlato della serenità davanti alle miserie del mondo.
A richiesta del commentatore anonimo, provo ad essere più chiara.
Mettiamola così: se uno riesce ad essere sereno anche davanti alle sue miserie oltre che davanti a quelle del mondo, è un grande.
Forse, per essere sereno, basta trovare qualcosa di bello anche nelle proprie miserie.

Postato da: ritarella a maggio 15, 2007 08:36 | link | commenti (2)
riflessioni

lunedì, 14 maggio 2007
La bellezza salverà il mondo

“La bellezza salverà il mondo” scrive Dostoevskij.
La bellezza!!!!
Ogni cosa a cui noi teniamo, ogni cosa che noi amiamo è bella, magari anche utile, giusta, ma prima di tutto bella.
La bellezza!!!
Mica la libertà, la politica, l’ideale o chissà che altro, sostanzialmente chiacchiere.
La bellezza!!!
Gli ideali possono essere molti, e diversi: perché il mio ideale deve essere migliore del tuo?
La politica, stesso discorso (se non altro perché – in teoria – la politica discende dagli ideali).
La libertà… e valla a definire, la libertà! Ci sono lingue che neanche lo contemplano questo termine, almeno non nel senso che intendiamo noi (ma qual è il senso che intendiamo noi?).
La bellezza è di più. Anzi, la bellezza racchiude in sé e dà un senso all’ideale, alla politica, alla stessa libertà.
La bellezza è il senso di pienezza, di compiutezza cui ognuno di noi tende.
Sì, solo la bellezza salverà il mondo.

Postato da: ritarella a maggio 14, 2007 09:16 | link | commenti (1)
citazioni, riflessioni

domenica, 13 maggio 2007
Genialità

C’è chi osserva e non vede nulla.
C’è bisogno di una intuizione, di una genialità umana che veda ciò che è davanti agli occhi, apparentemente ciechi, di tutti.
La persona geniale è quella che vede e fa vedere anche agli altri quello che c’è, ma che gli altri non riescono a vedere.
Io ho avuto la fortuna di incontrane più di una, di persone così.

Postato da: ritarella a maggio 13, 2007 21:52 | link | commenti (2)
riflessioni

sabato, 12 maggio 2007
Bisogno di essere amati

Chi ha il problema di togliere il bisogno della fame?
Chi non ha il cibo.
Chi ha il cibo ha il problema di avere il gusto per godere di un buon vino o di un buon cibo.
Il bisogno, qualsiasi bisogno, come il bisogno della fame, è al servizio di un’altra cosa.
Come il bisogno di essere amati.
Chi pensa, chi ha il problema di superare la tappa di essere amato?
Chi non ha incontrato la persona amata!
Perché chi ha incontrato la persona amata non sente l’urgenza di superare questa tappa.
Ha solo il desiderio costante di rivederla ancora e di andare a cercarla.
Non è che pensa: adesso superiamo questa tappa in modo che poi me ne frego del fatto che ci sia o non ci sia.
Sarebbe un’astrazione.
Io desidero per me che il desiderio non sia appagato, perché questo significherebbe che non ho incontrato niente di cui ho bisogno per vivere.
Per vivere!
Per alzarsi al mattino, per andare a lavorare, per guardare sé stessi, per guardare il proprio bisogno.
Il bisogno, quindi, è anche la condizione per godere della risposta.
NB: Scopiazzata…

Postato da: ritarella a maggio 12, 2007 11:28 | link | commenti
citazioni, riflessioni

venerdì, 11 maggio 2007
L'amicizia

L’amicizia è il rapporto gratuito di una persona affettivamente compiuta che non usa gli altri per riempire il vuoto che ancora resta.
Questo andrebbe tenuto presente ogni volta che si usa il termine "amico".

Postato da: ritarella a maggio 11, 2007 08:23 | link | commenti (4)
riflessioni

giovedì, 10 maggio 2007
Un bellissimo regalo

L’altro ieri ho incontrato una delle persone a cui voglio più bene e a cui tengo di più, per strada, sotto il mio ufficio; ci siamo presi un caffè, due chiacchiere di corsa sui tempi ormai andati, quando ci vedevamo tutti i giorni, e io mi facevo scarrozzare di continuo, in moto (adoro farmi portare in moto….), da lui.
Poi come al solito ci siamo salutati di corsa, e me ne sono tornata in ufficio.
Verso le 18 mi chiama e mi fa: “Che ne dici se stasera ce ne andiamo a mangiare il pesce a Fiumicino?”
E perchè no?
Anzi è proprio una gran bella idea, è tanto che non ci vediamo in santa pace, è tanto che non mi faccio una mangiata di pesce.
Appuntamento alle 20.30 al solito parcheggione dell’EUR, che tanto a quell’ora è deserto, così andiamo con una macchina sola.
Arrivo con qualche minuto di ritardo, mi guardo intorno, il parcheggio è quasi vuoto, ma non vedo la sua macchina, strano, è sempre puntualissimo.
In un angolo c’è una grossa moto, bella (mi piacciono le moto, si era capito?), e il centauro che la cavalca, in giacca e cravatta e con il casco integrale, sta mettendo in moto – che bello il rombo della moto –  parte, e io la seguo (invidiosa e vogliosa) con gli occhi; però non esce dal parcheggio, fa un ampio giro, poi viene verso di me (oddio, mo’ che vole, questo?) e si ferma a meno di un metro.
E adesso che faccio, metto in moto e me ne vado?
Il centauro si leva il casco, e... 
“Che sorpresa!!!! E da quando ti sei ricomprato una moto, che sono almeno 10 anni che giri solo in macchina?”
“Non è la mia, me la sono fatta prestare”
“Ah, e come mai? Ti si è rotta la macchina?”
“No, me la sono fatta prestare per portare te a cena, se ti va, altrimenti andiamo con la tua macchina”
“Non se ne parla nemmeno, di andare con la mia macchina… dov’è il casco?”
L’altro ieri ho passato una bellissima serata con una delle persone a cui voglio più bene e a cui tengo di più.
Era tantissimo tempo che non trovavamo il modo di stare un po’ insieme, a quattrocchi.
Ci vediamo anche abbastanza spesso, per lavoro o per diletto, però sempre di corsa, oppure insieme ad altre persone.
Da soli erano settimane, forse anche mesi, che non ci si vedeva.
Mi ha fatto tanto piacere, ne avevo bisogno ed anche voglia.
Non è solo un pensiero carino il fatto che si sia fatto prestare la moto sapendo quanto adoro farmi scarrozzare, ancor di più da lui: in un secondo ho dimenticato tutte le volte che lo avrei volentieri sbattuto al muro, ultimamente.
Bella serata, cena ottima, passeggiatona lungo il porto, e poi una corsa in moto verso Fregene, e passeggiatina in riva al mare.
Accidenti quanto abbiamo chiacchierato (a quanta gente abbiamo fatto fischiare le orecchie?), fino a notte fonda.
Certo abbiamo preso tanto freddo e tanta umidità, non siamo mica più due ragazzini, e l’abbigliamento da ufficio non era il massimo, né per l’umidità né per la moto, per nessuno dei due.
Raffreddore, ovviamente, e anche la schiena ha qualcosa da dire (belle le corse in moto, ma non siamo più abituati), per non parlare del sonno il giorno dopo.
Però veramente una bella serata.
Grazie, amico caro, mi hai fatto un bellissimo regalo (e lo sai), ti voglio bene (e anche questo lo sai).
PS: E con questo post, dedicato tutto a te, ho pareggiato i conti. Ma guarda che non è solo qui che si parla di te…

Postato da: ritarella a maggio 10, 2007 08:17 | link | commenti (2)
gli altri importanti

mercoledì, 09 maggio 2007
Passato, presente, futuro

Un po' di mesi fa sono incappata in un blog su cui ho trovato una riflessione che mi ha colpito.
Ho letto quelle righe non so più quante volte, e ogni volta mi sembra che lascino trasparire qualcosa di diverso, né più chiaro né più confuso… solo diverso.
Ho letto quelle righe quando ancora non conoscevo colui che le ha scritte, e anzi ero curiosa, volevo capire che cavolo di tipo fosse.
Poi l’ho conosciuto, anzi siamo diventati (quasi?) amici, e allora tutto è stato più… come dire… ancora più confuso.
Non che abbia rinunciato a capire, ma mi rendo conto che mica è facile, venire a capo di un tipo così. E allora semplicemente smetto di dannarmi l’anima, a cercare di capire.
Però queste righe sono state per me una provocazione.
Io non riesco, neanche con l’aiuto di Minerva, Venere (o Afrodite, che è lo stesso) e Giunone, a dividere nettamente il passato, il futuro ed il presente.
Posso essere d’accordo sul fatto che il passato sia condizionato dalla memoria e che il futuro possa essere potenzialmente perfetto, ma la vita è una, scorre nel tempo, e quel che un attimo fa era futuro, ora è presente e fra un attimo sarà passato. Banalmente.
E io sono io, il mio presente discende dal mio passato e condizionerà il mio futuro.
Non come destino ineluttabile (rivendico la mia libertà) ma come flusso continuo, come un fiume che dal monte discende verso il mare: l’acqua che oggi scorre nella valle ieri era neve in cima al monte, e domani sarà acqua salata nel mare, è la stessa acqua, eppure diversa, e soprattutto indietro non può tornare, e nemmeno può fermarsi. Ma che ha senso perché è parte dell’Infinito senza tempo.
E’ evidente che quel che sono adesso lo devo a quel che sono stata nel passato, come dovrò a quel che sono ora quello che sarò nel futuro: prescindere da questo è come vivere in un limbo, puoi godere sì il tuo presente, ma non puoi ignorarlo (ci sei dentro) come non puoi ignorare il passato né il futuro, come non puoi ignorare l’Infinito (senza tempo) che è intorno a te.
Tra le parole riportate sopra a momenti sembra trasparire del cinismo, ma secondo me non è così, non resterebbe la Speranza (con la “S” maiuscola) che lui definisce grande, rotonda, capitale, e aggiunge “Personale. Mia”.
Ecco, non ho capito, continuo a non capire il senso di quelle righe (chissà se lui leggendo questo post si degnerà di spiegarmele) ma mi stupisce e mi commuove uno che tra l’indeterminatezza del passato e la perfezione del futuro, sceglie di godere il presente, sì ignorandolo, ma lasciandolo illuminare dalla Speranza, che è sete di Infinito.
E non è cinico uno che non si lascia stritolare dal passato e dal futuro, e nemmeno dal presente, semplicemente tenendo alto lo sguardo.
Probabilmente continuo a non capire, probabilmente ho travisato tutto, ma non era mia intenzione interpretare uno scritto altrui (ho smesso di dannarmi l'anima, appunto), ma solo dire quello che penso io…
Noi, l’uomo, ha bisogno dell’Infinito per vivere.

Postato da: ritarella a maggio 09, 2007 08:32 | link | commenti (3)
riflessioni, gli altri importanti

martedì, 08 maggio 2007
La compiutezza della vita

Io credo di essere stata fortunata: la vita mi ha regalato tante cose positive, mi ha fatto incontrare persone talmente belle che le pur abbondanti negatività non mi hanno mai fatto chiedere (seriamente), anche nei momenti di maggior sconforto, che cosa diavolo ci stessi a fare in questo mondo, o che senso avesse la mia vita.
Nel dolore e nello sconforto, che inevitabilmente hanno costellato la mia esistenza – come quella di tutti – la forza di tirare avanti l’ho dovuta trovare in me stessa, ma la presenza, la faccia (di carne!) di chi mi è stato accanto e mi ha voluto bene è stata un appiglio, come un corrimano, che non mi ha impedito di sbagliare, non mi ha tolto la fatica del procedere, non mi ha evitato di inciampare, ma mi ha offerto un appoggio che ha reso più saldo e sicuro il mio passo, nel duro cammino della vita.
La vita è un cammino, una tensione, una lotta... è un camminare bestiali, carnali, egoisti come sempre, eppure sempre in lotta, mai seguendo un’altra via che la ricerca della propria felicità, e quindi in definitiva della compiutezza della vita, della propria compiutezza.

Postato da: ritarella a maggio 08, 2007 08:54 | link | commenti (2)
citazioni, riflessioni

lunedì, 07 maggio 2007
Altro che McDonald's!

Ieri sono capitata per caso in uno sperduto e microscopico paese arrampicato sugli Appennini.
Mentre camminavo in uno stretto vicolo immerso nel silenzio della domenica, davanti ad una finestra socchiusa le mie narici sono state colpite da un profumo che avevo quasi dimenticato, quello del sugo messo a bollire fin dal primo mattino.
Improvvisamente sono tornata indietro di tanti anni, alla mia infanzia, ai riti della domenica, tra i quali c’era appunto quello del sugo messo sul fornello la mattina presto, perché cuocesse lentamente per essere pronto, denso e saporito, per l’ora di pranzo.
Una fetta di pane con sopra un po’ di sugo, la domenica, era la nostra merenda di metà mattina, che nella bella stagione consumavamo seduti sui gradini davanti alla porta di casa.
E mi sono tornati in mente tanti altri sapori semplici di quei tempi (quando le merendine erano praticamente sconosciute a noi ragazzini cresciuti in campagna): il pane con l’olio di oliva oppure con il burro appena fatto, e sopra un po’ di sale oppure di zucchero, la cotognata, le pannocchie di mais arrostite, le patate cotte sotto la brace, i ritagli della sfoglia della pasta all’uovo, la pastella, le croste del parmigiano, le schiacciate di pasta di pane, messe a cuocere ed abbrustolire sul ripiano in ghisa della cucina economica.
Altro che McDonald’s!

Postato da: ritarella a maggio 07, 2007 15:33 | link | commenti (2)
racconti, parlando di me, un mondo che non c è più

domenica, 06 maggio 2007
Bisogno di amare

Non occorre ragionare, basta guardare l'esperienza: quanto più uno ama, tanto più è sé stesso, tanto più si dona all’altro, e allora si rende conto che in questo donarsi non ci perde ma ci guadagna.
Perché più si ama, più si dona sé all’altro, e più pienezza di vita si sperimenta.
L’uomo è bisognoso di amare.
Peggio di essere bisognosi è essere soli, con la presunzione di bastare a sé stessi.

Postato da: ritarella a maggio 06, 2007 19:58 | link | commenti (2)
riflessioni

venerdì, 04 maggio 2007
Il patriarca e la sua casa

Fino a quando è stato vivo mio nonno, tutte le feste comandate, Natale, Capodanno e Pasqua in primis, ma anche S. Giuseppe – che allora era festivo ed era l’onomastico di mio nonno (noi festeggiavamo più gli onomastici che i compleanni) – si trascorrevano a casa dei nonni, tutti insieme.
Cadevano tutte in inverno o in primavera, quindi non si poteva mangiare all'aperto, sotto il pergolato, come si faceva nella bella stagione, tutti i giorni. Allora si mangiava in cucina - se non altro perché la sala da pranzo era più piccola, e ci si mangiava solo quando c’erano ospiti di riguardo - dove c’era un tavolo enorme, di quelli con il piano in marmo, al quale per queste occasioni si aggiungevano due prolunghe di legno, talché ospitava comodamente gli adulti e i ragazzi più grandi, quattordici persone in tutto, più un tavolino per i quattro ragazzini più piccoli, in totale diciotto persone. Più tutto lo spazio intorno necessario per muoversi, cucinare, servire a tavola eccetera. E un camino dove si sarebbe potuto arrostire un maiale intero. Insomma uno stanzone talmente grosso che adesso ci farebbero due mini appartamenti.
Accanto alla cucina c’era la dispensa, stretta (si fa per dire) e lunga quanto la cucina: la madia per il pane era talmente grande che noi ragazzini c’entravamo dentro anche in due o tre. E poi scaffali con conserve di ogni tipo, marmellate, formaggi, e dal soffitto penzolavano prosciutti, salami, caciocavalli, pomodori secchi e quant’altro, e in fondo la scala che portava alla cantina, scavata nel tufo sotto la casa, dove veniva conservato il vino e l’olio.
Tornando alle feste comandate: mia nonna, coadiuvata da figlie e nuore, iniziava a preparare le cose fin da un paio di giorni prima, tutto rigorosamente fatto in casa, e noi ragazzini capivamo che si avvicinava la festa non tanto dal calendario quanto dalla pasta all’uovo messa ad asciugare su candide tovaglie stese sul tavolo e sulle sedie della sala da pranzo (che ovviamente in quei giorni era off limits), dalle cose deperibili tipo la carne messa nei posti freschi come appunto la dispensa perché il frigorifero non era abbastanza capiente.
Quando, finalmente, arrivava il giorno della festa, noi ragazzini eravamo incaricati di apparecchiare, i più piccoli posate e tovaglioli, i più grandi piatti e bicchieri, e poi il pane, le brocche con l'acqua, le bottiglie di vino e le sedie intorno al tavolo. Intanto sui fornelli c'erano i pentoloni con l’acqua per la pasta, il sugo e tutto il resto e dai coperchi usciva il vapore che appannava i vetri delle finestre, mentre il calore rendeva inutile il riscaldamento, che infatti in cucina non c’era.
Poi man mano, entrando dalla porta della cucina che dava direttamente sul giardino, arrivava il resto della tribù, e il vociare era tale che non si sarebbe sentito l’acuto di un tenore; mancava solo il nonno, che se ne stava sulla sua poltrona in sala, immobile, davanti al caminetto, come se tutto quel chiasso non lo sentisse nemmeno. E quando nonno era seduto sulla sua poltrona, nessuno osava avvicinarsi, quasi fosse un asceta in meditazione, neanche per salutarlo.
Dava le spalle alla porta, quindi non poteva vedere cosa succedeva in cucina, che peraltro era separata dalla sala da un enorme androne. Eppure sapeva perfettamente quando erano arrivati tutti, e quando ormai il pasto era pronto da mettere in tavola, e allora lentamente si alzava dalla poltrona e poggiandosi sul suo bastone si avviava verso la cucina, dove entrava accolto come si conviene ad un patriarca: i primi a salutarlo eravamo noi bambini, poi i nipoti più grandi ed infine i figli con i rispettivi coniugi.
Poi si dirigeva a capotavola, e improvvisamente nell’enorme cucina, senza che nessuno l’avesse ordinato, calava il silenzio: tutti in piedi intorno al tavolo, ognuno davanti al suo posto che era da sempre lo stesso, nonna dal capo opposto, in silenzio. Il nonno allora alzava il suo sguardo severo ma insieme dolce, lo posava per un attimo su ognuno di noi quasi a far l’appello per controllare che ci fossimo tutti (ma lui lo sapeva benissimo che non mancava nessuno), poi allungava la mano sulla pagnotta di pane, ci faceva sopra il segno della croce e poi finalmente si sedeva, e in un attimo riscoppiava il vocio, mentre mia madre e le mie zie riempivano i piatti.
Lui era il primo ad essere servito, ovviamente, ma non iniziava a mangiare prima che tutti fossero serviti e seduti, e nessuno iniziava a mangiare, nemmeno noi più piccoli, se non iniziava lui.
Parlava poco (quasi non ricordo la sua voce) ma ascoltava tutto e dal suo sguardo si poteva capire quale fosse la sua opinione, e quando ti fulminava con gli occhi capivi subito che bisognava cambiare argomento.
Io me lo ricordo così, sempre silenzioso e severo, quasi austero se non fosse stato per il tremore del Parkinson, tremore che però riusciva a controllare quando benediva il pane. Non ricordo nessuna sua sfuriata, nessuna discussione, ma credo che non fosse necessaria: parlava poco, ma la sua volontà era sempre chiara e non servivano chiacchiere, anche perché quello che decideva lui era sempre la cosa migliore per tutti. E tutti di lui avevano il massimo rispetto, per non dire una sorta di sacro terrore.
Qualcuno racconta che l’unica persona in grado di farlo sorridere fossi io, che a quanto pare ero la sua nipote preferita, tanto è vero che dagli altri nipoti aspettava il saluto come se fosse dovuto, mentre quando mi avvicinavo io perdeva la sua aria severa e con un ampio sorriso mi diceva “Ciao, bionda”. In tutte le foto ha sempre l’aria severa del patriarca, solo in una foto s’intravede il sorriso, mentre mi abbraccia, il giorno della mia Prima Comunione: però le cronache raccontano che quella foto fu scattata senza che lui se ne accorgesse, e probabilmente non l’ha mai vista.
Noi nipoti trascorrevamo molte delle nostre giornate nella casa dei nonni: abitavamo tutti nelle vicinanze, ma specie durante le vacanze passavamo l'intera giornata a casa dei nonni, dove potevamo giocare insieme. Allora la tavolata era di "sole" dodici persone, noi dieci nipoti più i nonni, ma il rito era lo stesso: silenzio assoluto quando ci si metteva a tavola, fino a quando il nonno non si sedeva.
Qualche anno dopo il nonno fu costretto ad abbandonare quella casa, costruita da suo nonno e dove erano nati sia lui che suo padre: il Piano Regolatore di Roma, al posto di quella casa e dei campi intorno, prevedeva ampie strade, un centro commerciale e degli uffici. Si trasferì in un’altra casa, sempre in campagna, nuova e comoda, costruita apposta dai suoi figli, e ci morì dopo neanche tre mesi: nella nuova casa non abbiamo mai festeggiato nulla, per cui il ricordo delle feste e delle grandi tavolate è tutt'uno con la vecchia casa e con il nonno.
La vecchia casa, per vari ritardi nei cantieri, rimase in piedi ancora per qualche anno, e si vedeva dalle finestre di casa mia, che era a poche centinaia di metri; mia nonna, quando veniva a trovarci, non guardava mai dalla finestra la sua vecchia casa, dove era andata sposa e dove aveva partorito i suoi figli. Anch’io, per quanto ero un’adolescente spensierata, provavo una certa tristezza a guardare quella casa ormai buia e con le finestre serrate.
Ci sono tornata solo una volta, pochi minuti prima che l’abbattessero: entrai dalla porta della cucina, come facevo sempre quando c’erano i nonni, ma oltre quella stanzone buio e ormai pieno solo di polvere e di ricordi non sono riuscita ad andare, perché le lacrime mi offuscavano la vista più del buio. Sono uscita subito e scappata via, per non sentire il rumore delle ruspe.
Ora al posto della casa dei nonni c’è una centrale della Telecom, l’unica cosa che si è salvata del grande giardino è una palma che mio nonno piantò quando nacque mia mamma, ormai oltre 80 anni fa. Io ci passo davanti tutti i giorni, ma quasi automaticamente volgo lo sguardo dall’altra parte, e mi sale sempre un groppo alla gola: i ricordi sono belli, ma qualche volta fanno stringere il cuore.

Postato da: ritarella a maggio 04, 2007 08:06 | link | commenti (1)
racconti, roma, parlando di me, ritratti, un mondo che non c è più

giovedì, 03 maggio 2007
Essere uno

Poiché ero due prima d’esser uno:
essere uno significa soffrirne.
Poiché ero tre prima d’esser uno:
essere uno significa morirne.
Poiché ero mille prima d’esser uno:
essere uno, dopo morto, vuole
dire essere Dio.
Poiché – dimenticavo – io ero zero,
felice e libero prima d’esser uno.
Poiché – dimenticavo – prima d’essere
uno, ero avena, fiume,
diviso, molto multiplo,
uccello, nube:
essere uno vuol dire sentirsi
insopportabilmente responsabile.
(Alain Bosquet)

Postato da: ritarella a maggio 03, 2007 09:22 | link | commenti (1)
poesie, antologia

mercoledì, 02 maggio 2007
La malinconia

La parola malinconia nel comune parlare non evoca certo una positività.
Se si fa una ricerca con Google e per bene che vada ci si imbatte in depressione, tristezza, sofferenza e quant’altro.
Come citazioni non va meglio:
-          È uno strano destino quello della malinconia. Prende anche se hai tutto. Il viso non mostra segni di sofferenza: è meglio una febbre che costringe a rimanere a letto malati. Se sei triste e stai soffrendo, dentro, nessuno capisce, nessuno ti crede; tutti pensano che sia un posa, uno strano modo di mettersi in mostra. (Romano Battaglia)
-          La malinconia dagli oscuri occhi, triste compagna. (William Shakespeare)
-          La malinconia è la felicità di essere triste. (Victor Hugo)
-          Il lato diabolico della malinconia è quello non solo di far ammalare le sue vittime, ma anche di renderle presuntuose e miopi, addirittura quasi superbe. Si crede di essere come Atlante che da solo deve reggere sulle proprie spalle tutti i dolori e gli enigmi del mondo, come se mille altri non sopportassero gli stessi dolori e non vagassero nello stesso labirinto. (Hermann Hesse)
-          La malinconia, sempre inseparabile dal sentimento del bello. (Charles Baudelaire)
-          Un desiderio di desideri: la malinconia. (Lev Nikolaevic Tolstoj)
Personalmente non mi sento di condividerne nessuna, di queste definizioni.
Soltanto le ultime due mi sembra che lascino aperto uno spiraglio di positività, almeno per come la vedo io: non sono sicura che il sentimento del bello comporti necessariamente la malinconia, come sembra affermare Baudelaire, ma il bello è comunque bello, positivo, e anche ammettendo che dal bello discenda la malinconia, questa non può essere una negatività assoluta; stesso discorso per l’affermazione di Tolstoj: un uomo che desidera è comunque un uomo vivo, che cerca, e non si abbandona inerte facendosi sballottolare dalla vita.
Per me la malinconia non è sinonimo di tristezza, non è uno stato d’animo necessariamente negativo.
Per me la malinconia è un sentimento dolce, in cui cullarsi, come un bel ricordo. 

Postato da: ritarella a maggio 02, 2007 21:51 | link | commenti (1)
riflessioni

Serenità, contentezza, libertà

Ovvero: se la tua posizione davanti al dolore e alle miserie del mondo è di serenità, non puoi che essere contento, e quindi libero.
PS: Questo post è dedicato a Marco, nella speranza che possa aiutarlo ad affrontare con serenità il suo dolore.

Postato da: ritarella a maggio 02, 2007 16:14 | link | commenti (4)
riflessioni