Tra i ricordi più belli della mia infanzia ci sono i campi intorno a casa mia, movimentati da morbide alture illuminate dal sole e accarezzate dal vento, dove veniva coltivata l’erba medica, una pianta erbacea allora destinata esclusivamente a diventare foraggio per l’alimentazione animale (adesso ci fanno anche gli integratori alimentari), che in primavera è punteggiata da timidi fiorellini violetti.
Insieme ad altri ragazzini della mia stessa età percorrevamo in bicicletta le carrarecce che solcavano quei campi, poi a piedi nudi ci arrampicavamo su una delle collinette e dall’alto guardavamo incantati l’enorme distesa verde – limitata solo dagli alberi e dai canneti lungo i fossi – su cui il vento lieve disegnava delle morbide onde.
Poi la discesa: se c’era vento correvamo giù a perdifiato, quasi sempre a piedi nudi, respirando a bocca aperta quasi a voler riempire i polmoni di quell’aria fresca e profumata, lasciando che il vento giocasse con i capelli e l’erba alta sferzasse le gambe nude.
Oppure ci lasciavamo rotolare lungo il pendio, con la faccia che sfiorava la terra e le radici dell’erba a volte ancora bagnata dall’umidità della notte o dalla pioggia recente, finendo poi nel piccolo fosso che in fondo alla discesa separava il campo dalla stradicciola dove avevamo abbandonato le biciclette, ritrovandoci senza fiato con la faccia, i capelli ed i vestiti sporchi di erba e di terra, e magari anche qualche graffio.
Purtroppo quelle distese di erba vicino casa mia non esistono più – al loro posto c'è l'immensa periferia di Roma – ed è raro anche trovarle altrove: ormai gli animali sono nutriti con i mangimi industriali, le coltivazioni sono diventate intensive e comunque non puoi certo andarti a rotolare, da grande, sui campi altrui.
Eppure qualche volta capita, viaggiando in auto, di vedere le distese verdi mosse dal vento, e allora mi fermo a guardarle, incantata come allora, trattenendo a stento la voglia di correre e di rotolarmi nell’erba.
Qualche anno fa ero in vacanza con alcuni amici in una valle sperduta del Tirolo austriaco, e un giorno che rientravamo a valle dopo una lunga passeggiata in quota, uscendo dal bosco ci siamo improvvisamente trovati davanti ad un ripido pendio coltivato a foraggio e non ancora tagliato: mi sono fermata, stupita per quell’inaspettato spettacolo e ancora una volta incantata, mentre gli altri proseguivano lungo il sentiero che scendeva verso il paese.
Dopo un attimo d'incertezza mi sono tolta scarponi e calzini, ho abbandonato il sentiero e, come allora, ho camminato a piedi nudi nell’erba sotto gli occhi perplessi degli amici e di un montanaro locale: non sentivo e non vedevo nient’altro che quella distesa di erba nella quale stavo camminando, quasi correndo, con il viso sferzato dal vento e con gli occhi bagnati dalla nostalgia per un tempo ormai lontano ed insieme dalla gioia per quel breve attimo di felicità, però contenta di essere ancora capace di emozionarmi per una semplice passeggiata a piedi nudi nell'erba.
L’ingenua baldanza.... un'altra frase che mi ha sempre affascinato.
Immediatamente viene in mente Don Chisciotte.
Io penso all’ardore di chi tende all’ideale senza farsi condizionare dai se e dai ma, il che è certamente tanto più facile quanto più uno è giovane, ma mi spaventerebbe pensare che sia negata ad un adulto.
No, ne sono sicura: l'ingenua baldanza è una posizione del cuore davanti alla realtà che è naturale quando si è giovani, che non è facile mantenere quando si è adulti, ma che si può avere anche da vecchi.
“Non rinnegare mai gli ideali della tua gioventù” diceva il marchese di Puena a Carlo V adolescente.
La gioventù è tutta nell’infinità dei desideri e dei sogni, e non cessa mai.
A suo tempo mi dicevano “E’ solo il fuoco della gioventù”: come mai ora è cresciuto?
Vivere pazzo – “matto” – con letizia.
(L. Giussani)
Ci sono al mondo persone insopportabili, tante.
Ma nonostante ciò andrebbero compatite.
Sì, perché hanno già la dannazione di doversi sopportare loro stesse: una persona insopportabile si può cercare di evitarla, ma una persona insopportabile come fa ad evitare sé stessa?
Ieri mi sono commossa per la gioia di uno che aveva appena saputo che una sua amica (non lui!) aspetta un bimbo.
Mi sono commossa perché ormai è raro vedere la gioia pura e semplice per una nuova vita in arrivo, senza i soliti corollari di discorsi tipo la fatica e la preoccupazione di fare e tirare su i figli.
E la cosa che più mi commuove e mi rallegra è che, in questi tempi in cui tanto si discute se un embrione o addirittura un feto possano considerarsi o meno un essere umano, noi continuiamo a dire, fin dal primo momento, "aspetto un bambino”.
Anch’io ho provato spesso questa gioia per tanti amici e parenti, purtroppo non mi è stato dato di provarla in prima persona. Forse è per questo che gli amici che frequento di più sono quelli che hanno figli, e più sono, meglio mi trovo!
....perché oggi mi hanno detto due cose che mi hanno fatto molto piacere.
La prima me l'ha scritta in chat un amico, subito dopo una telefonata: “Me fai ammazza' quando ridi. Me piace troppo come ridi”.
L’altra me l'ha detta mia cugina “Sei l’unica persona adulta ancora capace di entusiasmarsi”.
In effetti sono una che ride facilmente (mi incazzo altrettanto facilmente, ma mi passa subito) e che altrettanto facilmente si entusiasma (il che non sempre è un bene) e credo che questo sia in effetti un grande dono, che aiuta a vivere meglio, e che devo a mio padre.
Dice: "Visti dall'alto, gli altri sembrano tutti piccoli".
Vero, ed è altrettanto vero che a guardarli dal basso se ne vedono solo i piedi.
Quindi la posizione migliore è quella paritaria... mi chiedo se è una speranza o un'utopia.
Non fare del male mai a nessuno ma cerca di bere quanto più puoi dal calice traboccante della vita.
Ieri ho avuto una giornata infernale: una riunione di quasi sette ore con una massa di pazzi incompetenti, e soprattutto stupidi.
E mentre cercavo di sopravvivere al mare di scemenze che sono state dette mi è venuto in mente uno dei miei libri – mito: Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla, un professore di Storia Economica di fama mondiale (insegnava a Berkeley)
E’ un libro minuscolo, che si legge in un baleno, anche perché è piacevolissimo.
Contiene due saggi: ma attenzione, sono due saggi per modo di dire, perché sono spassosissimi.
Il primo saggio s’intitola: Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. In questo saggio Cipolla crea legami così logici e perfetti che la sua teoria si potrebbe prendere sul serio.... e forse è effettivamente seria. Comunque è uno spasso.
Il secondo saggio s’intitola: Le Leggi fondamentali della stupidità umana. Questo saggio in realtà può turbare, perché ognuno di noi, per la sua esperienza e per l’evidenza dei dati di fatto, non può che concordare con le cinque leggi fondamentali della stupidità umana enunciate da Cipolla, e cioè:
1) Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione
2) La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l'aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
3) Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
4) Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
5) La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.
La quinta legge ha anche un corollario: "Una persona stupida è più pericolosa di un bandito"
Ho regalato questo libro ad un sacco di amici, e io stessa l’ho riletto più volte, ogni volta con piacere e rendendomi sempre più conto di quanto la teoria della stupidità sia vera.
In rete ne sono riportati ampi brani, basta fare una ricerca con Google con le parole Cipolla e Stupidità: dopo averne lette poche righe, viene la voglia di leggere il libro.
Provare per credere...
Molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità.
Poca osservazione e molto ragionamento portano all'errore.
(Alexis Carrel)
Come dire: non facciamoci pippe mentali!
Sul vocabolario è freddamente definita come la fase di passaggio dalla notte al giorno.
Ma come si fa a definire lo spettacolo dei raggi del sole che illuminano dal basso le nuvole, creando nel cielo sprazzi di luce tra il grigio e il rosa che pian piano scacciano il buio della notte, anche dal cuore?
E mentre il giorno lentamente avanza, il cuore rasserenato si apre al mondo.
L'aurora è un cuore rasserenato che si apre al mondo.
L’amicizia è come andare in due sulla moto: quando si sta insieme sulla moto in corsa, per ottenere il massimo bisogna diventare una cosa sola (i due più la moto).
E se è vero che è quello che sta davanti che guida, quello che sta dietro non è meno importante: se nelle curve si butta dall’altra parte (come fanno i principianti, pensando di dover bilanciare) si rischia di cadere.
Poi, una volta scesi dalla moto, ognuno va dove vuole.
Un timido sguardo, una lieve carezza,
un tenero bacio che sfiora le labbra.
E un grande dolce sorriso che illumina il volto
e scaccia ogni incertezza dal cuore.
Un caldo abbraccio sostiene il passo
che finalmente diventa sicuro,
la strada ormai è tracciata,
ora non resta che andare.
Mettendo in ordine vecchie carte ho trovato alcuni scritti di mio padre, risalenti a decine di anni fa. Sono dei vecchi quaderni, di quelli con la copertina nera e il bordo rosso, di una volta. Si potrebbero forse definire diari, ma insieme ad annotazioni di fatti e pensieri, ci sono anche poesie, piccoli racconti, disegni. Insomma, una specie di blog ante litteram, cartaceo. Esattamente come i miei quadernini (ma va? chissà da dove ho preso l'idea)
Nel leggerli provo un po’ di pudore, mi sembra quasi di violare la sua intimità, e infatti non ho pensato neanche per un momento di rendere in qualche modo pubblici quegli scritti, anche se lo meriterebbero: mio padre era un uomo assolutamente concreto, ma anche un poeta, e sempre in qualche modo poetiche sono le sue annotazioni, che non sconfinano mai nell’astrazione, ma conducono magistralmente al concreto dei fatti.
Da quegli scritti traspare un’inquietudine, e al tempo stesso una serenità sconvolgente, anche davanti ai fatti ed alle situazioni critiche, anche nei brevi racconti, che a volte sembrano un viaggio nell’ignoto che in qualche modo vuole compensare le miserie di quello reale.
In quegli scritti ritrovo quello stesso sguardo che sapeva farsi quasi tattile, e che ha affascinato chiunque lo ha conosciuto, me per prima, e rimpiango di averlo capito troppo tardi.
Stamattina la radio della mia auto ha deciso di non funzionare, probabilmente si è staccata l’antenna.
A malincuore, dovendo rinunciare alle notizie del GR che mi tengono attaccata al mondo, ho spinto il tasto CD, non avendo la più pallida idea di cosa avrei ascoltato, di quali CD ci fossero dentro, abbandonati lì da non so nemmeno quanto tempo.
Parte una vecchia compilation della Nannini, e mi viene in mente un tizio che ho conosciuto tempo fa in un forum; l’ho incontrato di persona una sola una volta peraltro per motivi professionali, ma da un po’ di tempo ci scambiamo mail e chattiamo quasi quotidianamente.
Che c’entra la Nannini? Beh, a me la Nannini piace perché appare dura e ruvida come si conviene a una rockettara, ma è capace di scrivere canzoni d’amore da cui traspare una tenerezza infinita.
Il tizio di cui sopra funziona alla stessa maniera.
Tizio... no, direi che è già un amico, quasi.
Ovvero il saper guardare con occhi puliti tutto quello che di bello ci passa sotto il naso, con la capacità di entusiasmarsi, emozionarsi. E anche commuoversi.
Per tanti anni ho avuto paura del mio cuore, lo sentivo il mio cuore, ma non sapevo come trattarlo, mi faceva paura.
Adesso posso guardare a uno che non ha paura del mio cuore e posso finalmente trattarmi in modo diverso, senza censurare e nascondere i sentimenti, incominciando a dire io con tutta me stessa.
Questo non mi toglie la difficoltà o la paura, ma posso guardare una strada certa, che ora viene indicata e offerta alla mia libertà, e che porta alla bellezza.
La bellezza strappa fuori il mio cuore dall'accomodamento al quotidiano, dal decadere nel niente, dal non essere presente a me stessa.
La bellezza ferisce l'anima, e in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l'anima, a partire dall'esperienza, ha dei criteri di giudizio con cui può affrontare il mondo, con la letizia nel cuore.
Non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo l’avvenire, come se fosse troppo lento a venire, come per affrettare il suo corso; oppure affermiamo il passato come per fermarlo, come se fosse troppo veloce: tanto imprudenti da vagare nei tempi che non sono i nostri e da non pensare minimamente al solo che ci appartiene; tanto vani, da pensare a quelli che non sono più nulla e da fuggire senza riflessione il solo che è. Il fatto è che, di solito, il presente ci ferisce.
Noi lo nascondiamo alla nostra vista perché ci tormenta e se ci dà gioia noi ci affliggiamo di vederlo fuggire […]. Ognuno esamini i suoi pensieri: li troverà completamente tesi al passato o all’avvenire. Noi non pensiamo mai al presente; e, se ci pensiamo, non lo facciamo che per prenderne la luce per disporre dell’avvenire. In tal modo noi non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.
(Pascal, in Pensieri).
Però così ci accontentiamo, e così la vita diventa molto più faticosa da vivere.
Cioè Alzati e guarda.
Oggi ho riascoltato, dopo tanto tempo, un CD di canzoni napoletane che mi hanno regalato anni fa. Non è la solita compilation di canzoni napoletane, e lo si capisce già dalla presentazione:
"Noi cantiamo un amore che non chiude gli occhi. Cantiamo un desiderio incolmabile, un cuore spalancato alla realtà. Cantiamo il volto bello di una donna; cantiamo il mare, la luna, le stelle, il dolore per una finestra che non si apre. Cantiamo un grido: scétate! Cantiamo un invito: guarda!...».
La scaletta delle canzoni poi ne è la conferma, fino all'ultima: Tangando, scétate e guarda.
Vale la pena.
La letizia del cuore: questa frase mi ha sempre affascinato, non so perché, forse solo perché suona bene, ma non sono sicura di saper descrivere cos'è , ammesso che esista.
La letizia è facile vederla negli occhi sereni di un bambino mentre è in braccio a sua madre.
Ecco, forse la letizia del cuore è quella stessa serenità mantenuta anche da adulto, quando la vita ti mette davanti alle responsabilità, quando la vita non è più un gioco, quando pur senza dimenticare che ormai sei grande, sei ancora capace di giocare, ridere, amare, insomma quando il mondo con tutto il suo male non ti soffoca.
Il cuore dell'uomo è desiderio di verità e di pienezza e questo desiderio segna un cammino drammatico per ciascuno quando, cosciente del proprio niente, non vuole arrendersi alla menzogna, ma sceglie di vivere quella tensione al proprio destino che diventa misura ed espressione della statura umana.
Sei dura come un selcio e tenera come un peluche, razionale come un matematico e romantica come una quattordicenne, quadrata come un ragioniere e matta come un cavallo... una continua sorpresa perchè sei imprevedibile, ma anche uno stress perché con te non si sa mai cosa aspettarsi.
M., io lo so bene quanto è difficile stare con me... io ci sto sempre!
r. scrive:
piccola confessione: io ho una decina di quaderni pieni di miei scritti, appunti, pensieri, storie, ricordi, compresi tanti aneddoti che mi raccontava mio padre quando andavamo in giro per Roma. Peccato che al tempo non esistevano, o meglio non erano così diffusi i PC: se non fossero su carta o avessi il tempo per trascriverli, ci sarebbe materiale per 20 blog
v. scrive:
ti dissi: inizia a scrivere su un blog. vedrai che ti dà soddisfazione.
r. scrive:
per anni, fin da quando ne avevo 11 o 12, ho sempre avuto un quaderno nella borsa, e appena mi saltava qualcosa in testa la scrivevo
r. scrive:
la cosa buffa che salta agli occhi è l'evoluzione della mia calligrafia....
v. scrive:
è l'occasione per raccogliere l'informazione sparsa in un luogo unico, sicuro e soprattutto condiviso
r. scrive:
giusto, ma se trascrivo (e c'ho provato) cambio e censuro molte cose, e secondo me si perde molto
v. scrive:
forzati a non cambiare niente
r. scrive:
poi tra le righe ci trovi un po' la mia storia, amicizie e amori compresi: anche se non ne parlo mai (non era un diario, e non ci sono nomi), ma io ci ritrovo attraverso quello che scrivo tutte le persone che sono state importanti per me
v. scrive:
ci sono le date?
r. scrive:
si, sempre
v. scrive:
per farlo, fallo fare a uno schiavetto
r. scrive:
non do in pasto i miei pensieri ad uno qualunque...
v. scrive:
ah, na roba
Io sono una che con le persone va d'istinto, nel bene e nel male.
Ogni tanto prendo le fregature, ma quasi sempre c'azzecco.
Quando ero una ragazzina, tanti anni fa, per andare a scuola e poi all'università, dovevo alzarmi prima dell'alba, e quando aprivo la finestra fuori le stelle e la luna non erano oscurate dalle luci della città, e la campagna intorno a casa mia, ancora buia e silenziosa, mi regalava i suoi profumi , quello della terra bagnata d'inverno, o del fieno appena tagliato d'estate.
Adesso casa mia (sempre la stessa) è circondata da palazzoni, e quell'atmosfera fuori dalla finestra ovviamente non c'è più.
Però io me la vado a cercare: specialmente quando mi capita di uscire presto o tornare tardi, quasi sempre, invece che lo stradone ampio, diritto e perfettamente illuminato che attraversa il quartiere, scelgo un'altra strada, quella vecchia, che durante la mia infanzia era l'unico collegamento con la "città": è un po' più lunga, stretta e poco illuminata, piena di curve e saliscendi, però attraversa un lungo tratto di campagna, rimasto immutato grazie alla vicinanza all'Appia Antica, del cui parco fa parte.
Tengo sempre aperto il finestrino, anche d'inverno, e insieme all'aria fredda e all'umidità entrano quei profumi di terra bagnata e di fieno appena tagliato che mi riportano indietro nel tempo.
E a volte, la sera tardi, specie a luglio ed agosto quando le città si svuotano, capita di scorgere un movimento repentino tra le siepi, o addirittura una volpe o un riccio che attraversano veloci la strada, e sempre mi meraviglio perché la città con i suoi palazzoni è lì a poche centinaia di metri.
Però quei piccoli segnali li cerco con gli occhi mentre guido, e quando non li vedo mi preoccupo, mi dico che forse è ancora troppo presto, quindi la strada è ancora troppo frequentata e giustamente gli animali selvatici se ne tengono alla larga, però temo che invece non incontrerò più la volpe o il riccio, perché la città continua ad avvicinarsi minacciosamente costringendo gli animali a spostare le loro tane più in là.
A volte sorrido pensando che mi dispiacerebbe non incontrare più la volpe, e invece tanti anni fa, quando si sentivano le galline starnazzare di notte nel pollaio, mio nonno usciva in pigiama con il fucile e noi dalla finestra lo vedevamo dare la caccia alla volpe (e ovviamente facevamo il tifo per il nonno e le galline, non certo per la volpe).
E penso che quando non incontrerò più volpi e ricci, in quel tratto di strada non si sentirà più neanche l'odore della terra bagnata e del fieno appena tagliato, e allora non varrà più la pena di fare la strada stretta, piena di curve e poco illuminata, e come tutti cederò alla fretta scegliendo lo stradone ampio, dritto e perfettamente illuminato.
ALIAE MENTULAE, NATES EADEM.
Le fate dei fiori sono spiriti di giovanette che non vogliono diventare donne.
Ancora bambine ma già prorompenti nella loro sensualità di donne adulte, non vogliono lasciare il loro fiore e i sogni per andare nel mondo degli Uomini.
C'è un periodo nella vita della donna, quando da bambina è passata a fanciulla e da fanciulla sta per aprirsi al mondo, che è come un attimo sull'eterno: ha ancora l'innocenza ma anche la malizia della bambina, la voglia di scoprire della ragazzetta, le sensazioni nuove della fanciulla che scopre diversi sé stessa e il mondo.
Per un attimo il mondo le si trasfigura davanti ed intorno e vorrebbe essere madre e figlia, moglie e amante della realtà.
E' un momento bello ma anche drammatico, perché la fatina non sa ancora chi è e come è sé stessa.
E' un momento a cavallo tra il reale e il sogno e l'illusione, perché non c'è differenza per la fatina.
Tutto è reale, tutto è sogno.
In questo breve periodo le donne diventano le fate dei fiori ed abitano nei loro fiori, accapigliandosi per poter tutte andare in quelli più belli e profumati come vestiti meravigliosi e specchi ancor più belli.
Può durare pochi giorni, può essere molto di più, e può darsi che qualcuna rifiuti per sempre di lasciare il suo fiore.
Non che rinunci a diventare donna ed andare nel mondo, ma lo farà come fata dei fiori, restando per sempre un essere magico.
E' bello e pericoloso per la fatina, perché avrà il potere infinito ma anche la fragilità del fiore.
Cosa c'è di più bello ed inaspettato di un fiore che si rivela ma anche di più fragile che ha paura della pioggia e del vento, soffre la sete ed il caldo?
Ma soprattutto, non devono essere recise, mai, perché il fiore reciso muore.
Possono essere trapiantate, con il loro fiore?
Forse qualcuno ha già risposto a questa domanda, ma a me non l'ha raccontato.
Questa storia è la storia di una fata dei fiori.
Sono passati tanti anni, il foglietto su cui è scritta è ormai ingiallito e spiegazzato, ma lo conservo ancora. E ancora non ho deciso come va interpretata la frase finale. "Storia" che è una parola ambivalente, può indicare la cronaca di fatti avvenuti nel passato, ma può essere anche sinonimo di fiaba ("Ti racconto una storia"), cioè può indicare sia fatti reali che inventati. Quando lo chiesi all'autore, allora, mi rispose: "Questa è una storia: sta a te decidere se è una favola o il racconto di un fatto reale." Non ho ancora deciso, ma credo di sapere chi è la fata dei fiori.
Sono convinta che ognuno di noi è o appare a seconda dei tipi che frequenta: alcuni hanno un effetto stimolante, ti fanno sentire più vivo, altri ti appannano.
Però è importante capire come sei tu veramente, indipendentemente da chi hai vicino, altrimenti le conseguenze possono essere devastanti.
Per esempio può capitare di essere convinti di amare una persona perché ci stai bene, poi ti accorgi che, in realtà, quella persona ti piace solo perché ti piaci tu come sei quando siete insieme.... non basta, l'amore è un'altra cosa. L'importante è accorgersene prima di fare troppi danni.
Gli altruisti sono degli egoisti di animo così delicato da non reggere la sofferenza da loro procurata.
(Non è farina del mio sacco, non mi ricordo dove l'ho letta, però mi era piaciuta e me la sono appuntata).
Qualche giorno fa sfogliavo un libro di storia delle scuole medie, e c'era la famosa foto, che è su tutti i libri, della breccia aperta a Porta Pia, a Roma, il 20 settembre 1870.
Per l'ennesima volta mi sono girate le scatole, perché la storia della breccia di Porta Pia è un'autentica balla, storica quanto volete, ma una balla.
Però non si può dire.... perché se no ci cascano i miti (i piemontesi c.d. liberatori, Garibaldi ecc.) e rischiamo di dover riconoscere che Pio IX non è stato poi così fetente e che, per esempio, la faccenda del brigantaggio è un po' diversa da quello che ci insegnano a scuola.
Non si può dire, tanto è vero che quando qualcuno ha cercato di "sollevare" il velo dell'omertà (è successo per esempio in occasione della beatificazione di Pio IX nel 2000) viene giù un putiferio, perché certe cose non si toccano, nel bene e nel male: il Risorgimento, Mazzini e Garibaldi i buoni, Pio IX e tutti i papalini, e anche i briganti, i cattivi.
Tornando alla foto: peccato che sia falsa, e si vede lontano un miglio, basta provare a ricostruire mentalmente la scena: ci dicono che le mura vengono prese a cannonate per aprire, come viene aperta, la famosa breccia, mentre dall'altra parte (si immaginano, perché non si vedono) i papalini cercano di resistere e sparano contro i bersaglieri che però alla fine hanno la meglio e riescono ad entrare.
Beh, se si guarda la foto, si nota che non c'è un filo di polvere (come mai? ma non hanno appena tirato giù a cannonate un bel pezzo di muro.... anche piuttosto alto e spesso?), i bersaglieri sono sopra al mucchio di sassi (il muro sbriciolato), in piedi, con la divisa pulita e senza neanche una piuma (del cappello) fuori posto, con il fucile spianato... praticamente ci si può fare il tiro al bersaglio... un ragazzino mediamente sveglio fa subito tre semplici domande:
1) perché il mucchio di sassi formato dalle rovine del muro sbriciolato, è fuori del perimetro del muro, come se le cannonate venissero da dentro?
2) perché hanno sparato sul muro e non sulla porta che era lì accanto?
3) perché i bersaglieri stanno in piedi a mo' di bersaglio e non riparati, avanzando strisciando come si vede pure nei film?
Semplice: perché la foto fu scattata dopo, anche perché, ai tempi, per fare le foto bisognava stare fermi in posa, le istantanee non erano tanto instantanee. Amen, contenti loro...
Però, sui libri, non sarebbe stato più corretto piazzare un disegno, oppure la riproduzione di una stampa o di un dipinto dell'epoca (anche se, quasi tutti, essendo ispirati a quella foto, sono altrettanto illogici)?
No, meglio la foto, che seppur palesemente falsa, ispira (o almeno dovrebbe) più credibilità.
Invece le cose sono andate in maniera un tantinello diversa: è storicamente provato che Pio IX, che aveva ben chiaro che non era possibile resistere a lungo, diede ordine di aprire le porte sia per evitare inutili spargimenti di sangue anche e soprattutto tra i romani, sia per scongiurare un assedio che sarebbe costato parecchi morti per fame.
E questa versione dei fatti, assente praticamente da tutti i libri di storia in uso nelle scuole, è stata tramandata a voce perfino a gente della mia generazione.
Mi ricordo che mio nonno (sicuramente non di parte: era un anarchico di idee ma sostanzialmente inoffensivo nei fatti, che ai tempi del Fascismo veniva arrestato un giorno sì e l'altro pure, finché mia nonna, una marchigiana a dir poco energica, non lo chiuse in casa a badare ai figli mentre a lavorare ci andava lei) raccontava che suo padre (anche lui una testa calda e allergico alle regole) poco più che ventenne all'epoca dei fatti, era alquanto irritato: la c. d. liberazione di Roma fu una faccenda talmente tranquilla che lui e i suoi amici, che erano pronti a dare manforte ai piemontesi dall'interno della città, rimasero praticamente con le mani in mano.
Talmente tranquilla che neanche si sognò di inventarsi atti eroici (a Roma lo sapevano tutti com'era andata veramente) e anni e anni dopo ancora gli rodeva.... peccato che non abbia potuto vedere i nostri libri storia, sarebbe stato contento di farsi passare da eroe.
E Pio IX, tanto odiato dai romani?
Beh, i massoni avevano giurato di buttarlo nel Tevere, e non essendo riusciti a farlo mentre era vivo, volevano farlo anche quando ormai era morto. Lui aveva chiesto di essere sepolto nella chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura, al Verano (tra l'altro a poche centinaia di metri, in linea d'aria, da Porta Pia), accanto alle spoglie appunto di s. Lorenzo.
Ovviamente, quando morì, la cosa non si potè fare; solo parecchio tempo dopo si ottenne il permesso di traslare la salma, ma fu imposto che il trasporto avvenisse di notte, in segreto, senza fasto e soprattutto non in processione, quindi senza preghiere: i romani (che tanto lo odiavano?) lo seppero e decisero di partecipare in massa, ma fu loro raccomandato (da quelli che avevano ottenuto il permesso di organizzare il trasporto) di rimanere in silenzio e soprattutto di non reagire alle prevedibili provocazioni.
A notte fonda il feretro uscì da s. Pietro, e i romani, in silenzio, circondarono il carro. I provocatori (che erano stati invece avvisati, chissà da chi...) ovviamente rimasero spiazzati dal numero di persone, e si resero conto che non sarebbe stato facile impadronirsi della bara e farla volare nel Tevere, che peraltro era lì vicino; tentarono di organizzarsi chiamando rinforzi, ma ci misero del tempo, e quindi il feretro attraversò il ponte, scortato dalle migliaia di fedeli, più o meno senza problemi, a parte le ingiurie, le bestemmie rabbiose e qualche spintone.
Il corteo proseguì, continuando ad ingrossarsi: quelli che, più paurosi, ne erano rimasti fuori, vedendo che tutto sommato la cosa filava liscia, uscirono dalle loro case e si unirono al corteo strada facendo.
Arrivati a s. Lorenzo il feretro fu trasferito nella chiesa, sotto l'altare, dove tuttora riposa, e il corteo iniziò a sciogliersi, ma arrivarono i provocatori che intanto avevano trovato rinforzi, ed erano convinti che - visto che i fedeli avevano ricevuto l'invito a non reagire come infatti non avevano reagito - sarebbero riusciti a sistemare la cosa velocemente.
Però i fedeli, che fino a quel momento avevano rispettato l'invito, una volta che la salma di Pio IX aveva raggiunto s. Lorenzo, si sentirono liberati dall'obbligo e reagirono (d'accordo la storia di porgere l'altra guancia, ma per fortuna le guance sono solo due), anche piuttosto vivacemente, della serie "quando ce vo' ce vo'", mettendo in fuga i provocatori.
Ah, dimenticavo: al corteo che scortò il feretro partecipò anche il mio bisnonno (sempre quello che si era rammaricato perché la "liberazione" di Roma era andata un po' troppo tranquilla): era una testa calda e ma anche, nonostante tutto, profondamente cristiano, e a suo figlio (mio nonno) che non capiva come mai, dopo aver sperato di schierarsi al fianco dei piemontesi per "liberare" Roma (ma da cosa?), si fosse schierato invece dalla parte del Papa, lui rispondeva che bisogna lasciare stare i morti, che ormai non possono più far danni in terra ma possono raccomandarti in cielo.
Però, secondo me, lui aveva già capito che non è tutto oro quel che luccica e che per i poveracci come lui era cambiato poco, forse nulla, e da quella testa calda che era non si era voluto perdere l'occasione di dare quattro sberle ai nuovi potenti, che alla fin fine erano anche peggio di quelli precedenti.
Mi piacerebbe riportare qui una bellissima poesia che ovviamente non ho scritto io, ma non so se posso, non tanto per questioni tipo diritti d'autore, ma perchè non so quale possa essere la reazione dell'autore, appunto.
Ci penso un attimo, magari nel frattempo si fa vivo e mi toglie il dubbio.... e se non si fa vivo, procedo!