Il 24 giugno l’Unità ha avuto l’invidiabile fegato di uscire con questa citazione di Velina Rossa stampata sul fascione in prima pagina: «La Nazionale ha vinto nei tornei internazionali nel periodo di Pertini e Spadolini e poi con Romano Prodi, mentre ha sempre perso quando a Palazzo Chigi c’era il Cavaliere… Persino la Spagna che da decenni non vinceva con l’Italia è riuscita a superarci, nonostante i consigli sportivi che sarebbero venuti dal presidente del Consiglio sui giocatori da mettere in squadra».
La trovata dello storico quotidiano antifascista è ottima, non c’è che dire. Il suo fondatore, Antonio Gramsci, ne andrebbe certamente fierissimo. Trattasi di analisi politica tra le più sottili ed eleganti degli ultimi anni. In pratica i colleghi dell’Unità hanno voluto meritoriamente ricordare al popolo italiano, già parecchio abbacchiato dal caro vita, dal riscaldamento globale e dalla crisi dei mutui, che in fondo l’uscita della Nazionale dagli Europei non è poi la tragedia che dicono. Poteva andarci peggio: potevamo vincerli, gli Europei, se solo ci fossimo tenuti il governo Prodi.
(da Tempi del 3/7/2008)
Questo è un furto, mi approprio delle riflessioni di un amico.
Scena: Una cena tra amici che tra di loro si conoscono più o meno tutti, salvo uno, Claudio, che vive in Brasile e conosce solo un paio dei presenti.
Fatto: Uno dei convitati chiede a Claudio “Ma come mai ti sei trasferito in Brasile?” e lui risponde “Per vivere”; quello che ha fatto la domanda ma anche gli altri intorno rimangono per un attimo spiazzati, evidentemente si aspettavano una risposta diversa, tipo “Lavoro lì”.
Riflessioni: 1) ma perché quando conosciamo uno gli chiediamo “Che fai?” e ci aspettiamo una risposta del tipo sono un medico, oppure un ingegnere, oppure un impiegato, come se l’unica cosa che conta di una persona fosse la sua professione, tanto che se ci risponde una cosa diversa rimaniamo spiazzati? 2) la risposta “Per vivere” è bellissima, e la può dare solo uno che ha veramente a cuore la sua vita; 3) la domanda “Che fai?” non ha senso, si dovrebbe chiedere “Chi sei?”.
Qualche giorno fa un’amica ha paragonato la fede a un bambino che si addormenta nelle braccia di sua madre: all’inizio è ancora teso, poi il suo corpo diventa pesante e si affida totalmente.
Qualcuno degli amici che transitano da queste parti non sarà sicuramente d’accordo, ma questa immagine mi ha colpito perché al di là di tutti i discorsi teologici, filosofici o quant’altro, è talmente semplice da sembrare banale, eppure è bellissima, ed anche efficace.
Tutto il mondo intero aspira alla libertà, tuttavia ciascuna creatura è innamorata delle proprie catene. Tale è il primo paradosso ed il nodo inestricabile della nostra natura.
(Aurobindo)
Tenere la barra salda e ferma sulla vita.
(Cheval Rouge)
La vita di ognuno di noi è incontro e testimonianza. Lo è per i credenti, ma anche per coloro che, pur non credendo, tendono verso l’uomo con anelito comunitario e di condivisione. L’incontro salva. (…)
Rimangono punti oscuri e cadute verticali nei quali l’uomo perde completamente se stesso. A volte anche chi si fa incontro, chi allarga le braccia, chi vorrebbe accogliere e proteggere, rimane impigliato in reticolo troppo buio e stretto.
La salvezza è fare i conti pure con la morte. Anche quando è una graticola maleodorante, gratuita, una sfida irriverente alla vita. Viviamo in un’epoca nella quale la morte è stata cancellata dalla visibilità, eppure, per certi versi, è la morte che dà senso alla vita.
(Fabio Cavallari, in Volti e stupore)
Con un fortissimo abbraccio.
La settimana scorsa su tutti i giornali è esploso il caso di una clinica di Milano, dove a quanto pare succedevano cose che hanno meritato alla struttura il titolo di “Clinica degli orrori”.
Però c’è stato anche qualche articolo fuori dal coro, con interviste a pazienti assolutamente soddisfatti di come sono stati curati nella clinica suddetta. Ad esempio, ieri, su un giornale ho letto questa affermazione di un passante intervistato davanti alla clinica: «Sei mesi fa si è operata qui mia figlia, non poteva avere bambini. Adesso ha un bel pargolo, Alessandro».
Ora mi chiedo: ma la figlia del signore intervistato è una pecora? O forse una leonessa, oppure una cagna? Perché in solo sei mesi operarsi, concepire un figlio e scodellare un nipotino al nonno non è una cosetta facile, per un essere umano. E se è un animale e l’hanno operata nella clinica, l’operazione è stata pagata dal Servizio Sanitario Nazionale?
Oppure il signore pensa che i figli li porta la cicogna, ma allora l’operazione a che serviva? Forse è una di quelle inutili per cui la clinica è sotto inchiesta?
Oppure la figlia quando è stata operata era già incinta, oppure il pargolo è nato molto ma molto prematuro, ma allora forse valeva la pena che la giornalista – donna, peraltro, quindi qualche nozione dovrà pure averla – ci spendesse due parole in più, così, tanto per non tirar fuori questa ridicolaggine.
Magari si è trattato di un banale refuso, ma se l’articolo voleva dare un’immagine diversa rispetto al resto della stampa, beh, almeno con me c’è riuscita: m’ha fatto ridere, ma con molta amarezza.
Ah, dimenticavo, l’articolo era intitolato “La clinica degli errori”: di chi? Dei medici, dei pazienti passanti (o passanti pazienti), o dei giornalisti?
Se l’Angelo decide di venire è perché l’hai convinto non con le tue lacrime, ma con la tua umile determinazione a ricominciare sempre dall’inizio, ad essere un principiante.
(Rainer Maria Rilke)
Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari.
Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza, la memoria e la fantasia.
(Gianni Rodari, in Grammatica della fantasia)
Dice un mio amico che lui non è affatto un pessimista, ma un ottimista con esperienza.
In pratica un realista. Uno che non si fa illusioni.
Non so perché ma non mi convince: un po’ di sogni nella vita ci vogliono...
Si è tanto parlato, descritto, divulgato l’allarme sulla nostra vita, sul nostro mondo, sulla nostra cultura, che vedere il sole, le nuvole, uscire in strada e trovare dell’erba, dei sassi, dei cani, commuove come una grande grazia, come un dono di Dio, come un sogno. Ma un sogno reale, che dura, che c’è.
(Cesare Pavese, in Il mestiere di vivere)
Stava male, quell’insofferenza, quel male dentro sbrigativamente liquidato come “Un po’ di depressione”, di cui nessuno si era accorto, anche perché era bravissima a mostrare a tutti il volto sereno e sorridente di sempre.
Ma era cambiata, e anche parecchio, soprattutto aveva cambiato la sua vita: lavoro, solo lavoro, non aveva voglia di vedere più neanche gli amici, voleva stare per conto suo.
Spesso il sabato o la domenica usciva in macchina, da sola, senza meta. Guidava per ore in città, oppure fuori, sul GRA (una volta ne fece il giro completo due volte di seguito, quasi 140 km) o sulle consolari, senza andare mai da nessuna parte, senza fermarsi, a vuoto: non voleva stare a casa ma neanche voleva andare da qualche parte in particolare.
A volte, specialmente d'inverno, andava al mare, alla spiaggia libera, che d'inverno è deserta (e anche un tantinello pericolosa): ore e ore a fissare l'orizzonte, senza neanche accorgersi che faceva buio, e rimanere lì al buio era sconsigliabile.
Di questi giri a vuoto per fortuna ora lei ricorda poco, anche se non dimentica l'angoscia che la prendeva e che la spingeva a guidare per ore. Però ricorda benissimo l'ultima volta che l'ha fatto. Era il pomeriggio di una domenica di gennaio, girando a vuoto era finita sotto casa di una coppia di amici, che conosceva fin dai tempi di scuola, ma che non vedeva se non di sfuggita da quasi 2 anni.
Tuttora lei non sa dire il perché quel giorno, in quella strada, abbia deciso di fermarsi, parcheggiare e suonare al loro citofono. Era quasi l'ora di cena, un'ora poco civile per presentarsi senza preavviso a casa di qualcuno, e infatti quando il marito ha risposto al citofono è rimasto per un attimo titubante, stupito, forse per l'ora o forse per il fatto che era un pezzo che lei era sparita. Ma è stato solo un secondo, ha aperto subito e le è andato incontro sulle scale, salutandola con un abbraccio. E un attimo dopo anche la moglie, che stava allattando la terza figlia nata da qualche settimana, l’ha salutata con un abbraccio. Non le hanno chiesto nulla, nemmeno "come mai qui?". Niente di niente.
Lei si sorprende a sorridere, guardando i suoi amici e la loro piccola, come se entrare in quella casa l’avesse finalmente liberata dall’angoscia, come se incrociare il loro sguardo sereno l’avesse finalmente confortata, rinfrancata, il tutto nel giro di una manciata di minuti. E parlando di banalità tipo il tempo aiuta a cambiare la piccola Claudia e a preparare la cena per gli altri due figli che arrivano da lì a poco, dopo aver trascorso il pomeriggio con i nonni. Paolo, di 3 anni, entrando in casa non sembra affatto turbato dalla sconosciuta e le fa "Ciao, io sono Paolo, e tu chi sei?"; invece Francesca, 5 anni, la guarda con sospetto per un bel po', prima di farsi scappare un sorrisetto. E' come uno schiaffo in piena faccia: li ha praticamente visti nascere tutti e due, anzi Francesca le ha fatto passare notti insonni quando andavano in vacanza insieme e la mamma aspettava il secondo figlio, ma ora per loro è un’estranea, e d’altra parte sono passati 2 anni dall'ultima volta che li ha visti.
Due anni… eppure in quella casa è stata accolta con un abbraccio, di quelli che implicano accoglienza, dedizione e difesa, direbbe un suo amico, di quelli come un punto esclamativo, dice lei. Il sorriso disarmante dei figli le fa riconoscere come dono quell'abbraccio dei suoi amici, un abbraccio muto, che non chiede quelle spiegazioni che lei non vuol dare, un dono che la commuove fino a farle spuntare le lacrime, che nasconde chiudendosi in bagno.
Poco dopo saluta e va via, anche se i suoi amici insistono perché si fermi a cena. Tornando a casa, in macchina, piange per tutto il tragitto. Di quella sera non ha più parlato con i suoi amici, solo parecchi anni dopo, parlando di altro insieme ad altre persone, lei ha accennato a quella sera come l'inizio della rinascita, quando nel tunnel cominci ad intravedere, seppure lontanissima, la luce dell'uscita.
Inutile dire che quei due sono tra le persone a lei più care, la gratuità di quell'abbraccio le torna in mente tutte le volte che va a casa loro.
Altro che Prozac: amici, anzi Amici così sono il vero antidepressivo. Un'amicizia vera e per sempre.
La vita è solo la realizzazione del sogno della giovinezza.
(Giovanni Paolo II)
Nel tempo dell’infanzia e della giovinezza c’è già tutto l’evolversi della vita di un uomo? Io credo di si, anzi ne sono certa.
Più o meno un anno fa, qui, su queste stesse pagine, molto prima dell’infuriare delle polemiche legate alla sua conversione, ho parlato di Magdi Allam, ora Magdi Cristiano Allam.
E’ di appena due giorni fa l’ultimo attacco, in cui è stato definito “Un morto che cammina”, e ancora una volta la gran parte della stampa (e di conseguenza anche le persone che incontri per strada) non hanno trovato di meglio che ritirar fuori il discorso della sua conversione, del battesimo impartito dal Papa durante la Veglia Pasquale in s. Pietro, come se tutto il problema fosse il convertirsi privatamente oppure pubblicamente.
Il voler considerare la religione un fatto esclusivamente privato (e anche questo, mi vien da dire, a seconda dei casi…) è una vittoria del laicismo, e una sconfitta della vera laicità; e non lo dico io, lo dicono persone molto più autorevoli di me, e non alti prelati di curia, lo dice per fortuna anche buona parte del mondo così detto laico, amici di Magdi Cristiano (come Fabio Cavallari) e non.
Ma quel che mi preme ribadire è che la condanna a morte che pende sulla testa di Magdi Cristiano Allam è stata pronunciata molto prima che Magdi diventasse Magdi Cristiano, cioè molto prima che dichiarasse pubblicamente la sua conversione.
Quindi se è vero che in ballo c’è la libertà di religione, è altrettanto vero che c’è in ballo anche la libertà di parola. E’ da tempo che si tenta di chiudere la bocca a Magdi Allam, il fatto che Magdi ora sia Cristiano è solo un elemento in più, quello che ora “giustifica” la sua condanna in quanto ha abiurato la sua precedente appartenenza alla fede islamica.
L’ennesimo attacco frontale a Magdi Cristiano Allam è quindi l’ennesimo tentativo di impedirgli di parlare, ed allora è giusto che, come ho già avuto modo di scrivere commentando l’appello dell’amico Fabio Cavallari, la nostra voce si debba fare forte e chiara, non solo per lui, Magdi Cristiano Allam, ma per tutti noi.
Nessuno che abbia minimamente a cuore la sua vita, il futuro suo e quello dei suoi figli, può in coscienza tirarsi indietro. Neppure io, seppure da questo miserrimo blog.
A proposito di gioia: intorno ai dodici anni frequentavo una scuola ebraica religiosa per ragazzi, molto puritana, vittoriana sino allo spasimo – a parte il fatto che nessuno aveva idea di chi fosse la regina Vittoria. Un giorno l’infermiera della scuola, la donna più coraggiosa ch’io abbia mai conosciuto in vita mia, convocò tutti i ragazzi, saremo stati trentacinque fors’anche quaranta, in un’aula. Sprangò le finestre, chiuse la porta e nel corso delle due ore che seguirono ci svelò tutti i segreti della vita. Meccanismi e congegni misteriosi compresi, e quel che entra e dove entra, senza trascurare trombe e tube e tutto il resto. Ricordo che la ascoltavamo pallidi e sbigottiti e scioccati, perché dopo aver descritto tutti questi terribili meccanismi, ci parlò anche dei due famigerati mostri, gli Al Qaeda e gli Hezbollah della vita sessuale: la gravidanza indesiderata e le malattie veneree. Ci sentimmo quasi venir meno. Ora rammento un piccolo me uscire dall’aula domandandomi: "D’accordo, ho capito la dinamica. Ma chi mai, in possesso delle proprie facoltà mentali, si getterebbe in un guaio del genere?". Evidentemente, l’intrepida infermiera che tutto aveva descritto, s’era scordata di dirci che secondo alcuni la faccenda implica un certo qual godimento.
(Amos Oz, in Contro il fanatismo)
“C’è un buco dentro di me. Come un vuoto. Non so se resisto a questa mancanza”. Questo mi diceva un paziente disintossicato ospite di una clinica da tempo. E io ho pensato… forse è un handicap, un difetto funzionale, questo ragazzo ha le gambe, ha le braccia, ci vede, eppure non ha l’organo della felicità.
Ci sono ancora operatori che si comportano come l’infermiera di Oz, rimuovono l’idea che “farsi” implichi la dimensione del piacere: si omette in questo modo l’aspetto fondamentale della tossicodipendenza. Ma se l’idea del godimento non entra nella cura, come si può ottenere qualche risultato perlomeno accettabile?
“E’ fatto per te, per la tua felicità” questo mi dicevano. Ma come? Come sarebbe a dire? Non è forse la felicità una sensazione di appagamento superiore al normale? Se è così, allora l’unica cosa che finora mi ha reso felice è proprio ciò che dovrei smettere di fare per essere felice. (Vito)
Sia il brano di Oz che i tre brani successivi, che le autrici chiamano “suggestioni dell’esperienza”, sono tratti dal libro che ho già citato qui alcuni giorni fa, e sono compresi sotto la voce “Felice”. Mi hanno colpito perché offrono una visione particolare, diversa rispetto a quello che a noi viene immediatamente in mente con la parola “felice” o “felicità”.
Mi ha incuriosito il titolo del libro, “RInTRACCIARE PAROLE”, scritto proprio così, tutto maiuscolo eccetto la “n” scritta in minuscolo e in rosso. Un gioco di parole che definisce come meglio non si potrebbe questo libro, che a mio avviso è anche il racconto affascinante di un viaggio, quello che le autrici fanno nella loro esperienza di educatrici ed assistenti sociali delle ASL dell’Emilia Romagna. Da leggere.
Grazie Simo.
Credo che ormai sia un problema comune il correre sempre, avendo difficoltà a trovare un po’ di tempo per godersi le cose piacevoli.
A me è sempre piaciuto leggere, ho sempre letto moltissimo, di tutto, dappertutto. Mi sono rovinata gli occhi per leggere: ricordo che da bambina, d’estate, ci costringevano al riposino pomeridiano (il riposino in realtà lo volevano fare gli adulti, ma l’unico modo per star tranquilli era costringere a letto anche noi) ed io, che non avevo né sonno né voglia di perdere tempo, leggevo di nascosto, praticamente al buio.
Più grande leggevo sull’autobus andando e venendo prima da scuola, poi dall’università, indi dal lavoro. Poi ho comprato l’automobile, la usosempre e non prendo più l’autobus, ma se lo prendessi sarebbe lo stesso: saranno gli orari diversi rispetto ai tempi della scuola, ma si viaggia talmente pressati ed in equilibrio precario che mettersi a leggere è impensabile.
Poi le incombenze famiglia-lavoro, poi sei a pezzi e se ti siedi e ti rilassi dopo neanche due minuti ti si chiudono , poi se hai un attimo dai un’occhiata al giornale, che compri ogni mattina ma raramente riesci ad andare oltre i titoli, poi...
Insomma finisce che non leggi quasi più, che leggere diventa un piacere praticamente dimenticato, ma proprio per questo è ancor più gradito quando riesci a trovare lo spazio per farlo.
Stante la mia vita incasinata di norma evito di iniziare corposi romanzi che non riuscirei a terminare se non nell’arco di molti mesi, e preferisco libri che, per la loro struttura (ad esempio brevi racconti) riesco ad apprezzare anche se ho solo mezz'ora di tempo, non dovendo impiegare 25 minuti per ricordarmi cosa diamine è successo nelle pagine già lette.
Io leggo molto solo quando sono in ferie, ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare la lettura durante le vacanze non è affatto più proficua: divoro letteralmente i libri, e proprio per questo finisce che non li gusto.
Mi è successo spesso, negli anni. E mi è successo ultimamente con il libro Volti e Stupore, di cui ho parlato più volte, perché forse il libro più bello che mi è capitato tra le mani negli ultimi tempi. Quando l'ho letto, l'estate scorsa, in ferie, l'ho letteralmente divorato, pagina dopo pagina, ma alla fine non l'ho gustato. Però l’ho riscoperto negli ultimi mesi: nei ritagli di tempo lo riprendo in mano, e visto che la struttura lo consente, me lo gusto pagina per pagina, peraltro con un approccio diverso, con lo sguardo trasformato dall'aver conosciuto i due autori.
Insomma il piacere della lettura (o, volendo, il tempo libero) è un po’ come il piacere del gusto (il che, detto da me….), quando c’è abbondanza, se non ti sai controllare è come quando ti trovi ad un banchetto pantagruelico: mangi di tutto, tanto, troppo, e alla fine non gusti nulla, neanche ti ricordi cos'hai mangiato. Invece quando l'abbondanza non c'è cerchi di sfruttare al meglio il poco che hai: scegli con cura il boccone, lo metti in bocca con attenzione, lo mastichi lentamente e piano piano lo assapori e lo gusti.
E soprattutto lo apprezzi.
Ciclicamente rispuntano fuori le battute del tipo qual è il nome del trasportatore cinese o della cuoca russa: alcune sono vecchissime, altre appena diverse rispetto a quelle note, ma ogni tanto ne spunta qualcuna nuova.
Una l’ha – involontariamente? – suggerita il diretto interessato, proprio in commento di qualche giorno fa.
Il nome del più simpatico enogastronomo italiano? Mai-sobrio.
Ho sentito poco fa per telefono una cara amica, che vive lontano.
Sono anni ormai che non ci vediamo, e anche se le mail hanno accorciato i tempi dei nostri contatti, e i costi telefonici più accessibili hanno reso più frequenti e meno affannate le rare telefonate (che peraltro, per anni, hanno dovuto anche fare i conti con i fusi orari) la mancanza di un contatto diretto, fisico si sente.
In questi anni le nostre vite sono scorse parallelamente, in ambienti diversi, con amici diversi, in situazioni diverse. Eppure mi sento di dire che la nostra è un’amicizia di quelle vere, che tra alti e bassi ha attraversato gli anni, i lustri, ormai i decenni.
E’ una storia viva, dove l’abbraccio è totale, ma nonostante ciò la lontananza è un distacco che fa male.
Si fa presto a dire birra... tanto per dire: c’è una bella differenza tra una birra artigianale e una birra industriale, anche di buon livello.
Senza scendere nel tecnico, una birra artigianale la riconosci subito: per quanto t’impegni nel versarla fa una schiuma abbondante (come deve essere! La birra senza schiuma è una bestemmia), profumata e consistente, che quasi si mastica, e in bocca senti fragranze che mai immagineresti, un carosello di aromi e profumi che si rincorrono e si trasformano in una fantasia degustativa inaspettata.
Sono uniche, sorprendenti, emozionanti (nel senso letterale del termine), sembrano vive, esuberanti mi verrebbe da dire, tanto è vero che di norma sono in bottiglie pesanti e solide, tipo quelle dello spumante e dello champagne. Ed evitiamo facili battute sul prezzo, ne vale sempre la pena, perché sono comunque preziose: dopo aver assaggiato una birra artigianale, una normale birra industriale ti fa l’effetto del vino in brick rispetto ad un barolo.
L’amico Massobrio perdonerà la terminologia poco tecnica, ma questo scritto non voleva essere un trattato sulle birre artigianali – su certi temi non mi addentro, lascio volentieri a lui l’incombenza – era solo per dire che ci sono persone che se hai la fortuna d'incontrarle, ti fanno l’effetto di una birra artigianale: sono uniche, ti sorprendono e ti emozionano, e lasciano il segno, tanto che, dopo, tutte le altre le riconsideri con altri occhi.
A me è successo.
P.S. Il paragone mi è venuto in mente, ovviamente, bevendo una spettacolare birra artigianale, quella dei monaci della Cascinazza, che mi ha fatto assaggiare in anteprima l'amico Massobrio di cui sopra.
Non c'è nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti. Questa è la prima cosa da evitare. Niente c'invischia di più in mali peggiori che l'adeguarci al costume del volgo, ritenendo ottimo ciò che approva la maggioranza, e il copiare l'esempio dei molti, vivendo non secondo ragione ma secondo la corrente.
(Seneca)
Non che ultimamente mi sia data alla lettura di Seneca… questa perla l’ho trovata sul bellissimo libro Rintracciare parole che mi ha fatto avere l’amica Simona Sarti, che è una delle autrici. Sarà un caso, ma mi risulta che qualcuno (il loro capo) le chiamava "le mie Perle".
Miliardi di uomini per un solo fine:
scorgere ogni giorno
l’alba
del proprio io.
(Enzo Sarrubbi)
L’amico Fabio mi scuserà, ma non è che mi sia proprio chiara. Ma notoriamente io ho la testa un po' dura.
La vigna per l’uomo ha sempre significato la fine del pellegrinare e l’inizio della costruzione, proprio come una casa, proprio come una civiltà. Ci vogliono tre anni perché dia frutto e molti altri ancora perché le uve offrano il meglio di sé. La vigna era una certezza. (…)
Ogni vigna aveva una sua lettura, i suoi segreti e fa impressione, oggi, sentire parlare di ettari impiantati a cabernet o merlot, con un automatismo impensabile solo trent’anni fa.
(Paolo Massobrio, in Il tempo del Vino – Diario di vigna e di passioni)
A cena con l’amico Paolo parlavamo della vigna, che i padri o i nonni hanno piantato e i figli o i nipoti hanno espiantato.
Sarà la sindrome del lunedì, ma leggendo il giornale stamattina non ho potuto fare a meno di pensare che Alessandro Manzoni aveva ragione quando diceva: " Non sempre ciò che vien dopo è progresso".
Un amico mi ha girato questa frase, che aveva appena ricevuto con un sms: “La gratitudine è il sussulto dei semplici di fronte alla Bellezza della realtà”. Così, senza nessuna aggiunta, senza nessun commento, solo questa frase.
Bella, suona bene, ma il mio amico si chiede – giustamente – cosa significhi. Non mi sento di dargli torto: forse in un dato tempo e in un dato contesto si capirebbe di più, ma così…
Piccola riflessione: prendere qua e là frasi ad effetto, che suonano bene, magari anche vere, è un conto, ed in fondo è quello che faccio anch’io nei famosi quadernini, ma inviarle – foss’anche ad un amico – tramite un sms decontestualizzato e a-temporale (“ad minchiam”, dice il mio amico) che senso ha?
Verrebbe da dire: “Parla come mangi” (oppure “Cambia pusher”).
Te la risparmieresti volentieri, ma devi andare ad una cena, non proprio di lavoro, ma neanche di diletto. Insomma una di quelle cose né piacevoli né utili a qualcosa, ma che non puoi evitare, un po’ come i matrimoni dei parenti.
E mentre esci dalla doccia il primo pensiero va all’ultima cosa che indosserai prima di uscire: le scarpe! Hai passato una giornata seduta con le gambe intrecciate sotto la sedia, hai i piedi gonfi per il caldo (i piedi si gonfiano pure a star sempre seduti), per quale cavolo di motivo ti devi mettere la scarpetta carina, magari anche con un po' di tacco? Perché con un tailleur vagamente elegante ci vuole la scarpetta carina. E allora non ti mettere il tailleur, mettiti un paio di jeans o simili, e scarpa bassa e comoda. Non si può: hai un ruolo, ed anche una certa età, non puoi conciarti come una ventenne. Tra l'altro saresti ridicola.
OK, vada per la scarpetta carina, in linea con l'abbigliamento consono al ruolo e all'età, ma scomoda; se potessero, i piedi voterebbero contro, ma non si vota, quindi si limitano a mugugnare, ma lì, giù in basso, non se li fila nessuno, almeno fino a quando non inizieranno a protestare sul serio, dolorosamente sul serio.
Passiamo oltre, tanto le scarpe le infili un attimo prima di uscire. L'abbigliamento consono, appunto. Consono è sinonimo di scomodo, non solo per la faccenda delle scarpe. Tanto per dirne una: mai notato che indossando il così detto abbigliamento consono, d'inverno muori di freddo, e d'estate ti schianti di caldo? E ci sarebbe ben altro da dire, al riguardo. Ma tant'è, vada anche per l'abbigliamento consono.
Con l’abbigliamento consono ci vuole la borsa consona, che è sempre troppo piccola per tutto quello che di norma le donne si portano dietro: fai mente locale, perché sai che sicuramente dimenticherai qualcosa, e quindi ci infili subito il telefonino, le sigarette, le chiavi di casa… il portafoglio no, non c’entra, e allora sfili qualche banconota e la infili nella microscopica tasca interna della borsa. Beh, tanto c’è ancora tempo prima di uscire, se stai dimenticando qualcosa ti verrà in mente. Almeno così speri.
E andiamo con i capelli: fa un caldo che levati, c'è un'umidità pazzesca, praticamente impossibile cercare di dargli una forma o tenerli a bada. Hai tentato anche la via del parrucchiere: mera illusione, non se ne viene a capo, sia se hai i capelli ricci sia se sono lisci; hai passato due ore dal parrucchiere e dopo 10 minuti che ne sei uscita, alleggerita anche di un bel po' di euro, ti sei accorta che ne potevi fare tranquillamente a meno, risparmiando tempo e denaro, e soprattutto evitando la sauna sotto il phon. Ma ormai è andata, tenti di salvare il salvabile (ben poco) della messa in piega, e passi al trucco.
Ma perché co 'sto caldo ti devi pure truccare? Perché altrimenti sembri un cadavere. E poi con l'abbigliamento così detto consono, la scarpetta carina, il capello parrucchierato, mica puoi andare con la faccia lavata. E poi, diciamocelo, il trucco aiuta, e l'età lo richiede.
E mentre ti metti sulla faccia una poltiglia che assomiglia tanto allo stucco, tappando i pori del viso (e il sudore si vendica, uscendo copioso dai pori limitrofi rimasti aperti, tipo la nuca) guardandoti allo specchio il dubbio radicale ti coglie, e non puoi non porti la fatidica domanda: ma chi me lo fa fare?
Non c’è risposta, e allora infili le scarpe, raccatti la borsa, e con il passo di chi va al patibolo, esci, cominciando a contare mentalmente i minuti che mancano a quando potrai finalmente ributtarti sotto la doccia e poi a letto.
E quando sei già in macchina e pure in ritardo, ti accorgi che la patente è rimasta nel portafoglio, a casa.
Una volta non esistevano quelle pompe d'irrigazione potentissime che ora permettono d’irrigare con facilità grandi superfici coltivate. Una volta per le colture estensive si contava sulla pioggia, e per le colture da orto si utilizzava la c.d. irrigazione a scorrimento, o a zappa: una rete di piccoli canali d’irrigazione larghi tra i 15 e 30 cm e profondi al massimo un palmo o due, alimentati dai canali più grandi che scorrono ai bordi dei campi. Tanti piccoli canali (praticamente dei solchi) che seguono l’andamento del terreno per sfruttare al meglio le piccole pendenze: in questo modo l’acqua viene portata direttamente alla base delle piante, sulle radici e non sul fusto e sui frutti (che potrebbero essere rovinati dall’acqua), peraltro riducendo di molto la crescita delle erbe infestanti.
Questi piccoli canali vanno nella stessa direzione seguendo, cercando le pendenze del terreno, quindi non sono mai paralleli: ogni tanto s'incontrano, hanno punti di contatto, di scambio. E i punti di contatto servono anche per arricchire, per scambiare reciprocamente l'acqua che scorre nei solchi: infatti la portata di questi canali cambia in continuazione, perché a monte sono alimentati da fonti diverse - per esempio pozzi artesiani o sorgenti - situate in punti diversi del territorio, e la quantità d’acqua che viene immessa in un canale o in un altro varia a seconda delle necessità.
Però è un sistema molto faticoso da mantenere, perché i canali e i solchi vanno tenuti puliti dalle erbacce, vanno continuamente appianati i piccoli ostacoli che si formano, per fare in modo che l’acqua scorra il più facilmente possibile e non si disperda. Insomma ci vuole un gran lavoro di zappa.
Noi ragazzini di campagna capaci di inventarci i giochi con poco, eravamo affascinati da questi canali: ci mettevamo dentro dei tappi di sughero sormontati da una piccola bandierina sorretta da uno stecchino, e poi scommettevamo su dove il tappo andava a finire, e i punti di arrivo erano sempre diversi, perché le micro-correnti che si creavano nei solchi cambiavano in continuazione al variare dell’apporto iniziale, alla fonte.
Mi sono tornati in mente, questi canali, pochi giorni fa scrivendo ad un amico. Ho paragonato i punti di contatto, di scambio che notavo nelle nostre chiacchierate a quei piccoli canali, che appunto scorrono, si intersecano e si scambiano in un arricchimento continuo.
Eccessivo dire che l’amicizia funziona come l’irrigazione a scorrimento? Probabile. Però, forse anche per l’amicizia occorre lavorare di zappa.
Era il senso della bellezza che la liberava di colpo dall’angoscia e la riempiva di un nuovo desiderio di vivere.
(M. Kundera)
Ci sono anime che vagano sul cratere della Città.
Sono angeli per chi li sa vedere.
Forse è solo il sogno di un poeta lontano
che azzera tempo e spazio col pensiero.
Forse è la poesia di un sogno vicino
che tempo e spazio ha già azzerato.
E il postino va ignaro
a recapitare lettere tra sogno e poesia.
(Enzo Sarrubbi)
Non avevo mai pensato che i leghisti avessero la fantasia tra le loro doti, ma con il gadget che girava ieri al raduno di Pontida certo non si può dire che si siano smentiti.
Vero che delle magliette con la faccia del Che non se ne poteva proprio più, ma a vedere quelle con la faccia di Bossi e sotto la scritta “EL GH'E’ quasi le rimpiango.
Ma non è che c’entra qualcosa con il fatto che la Lega da quelle parti ha incamerato i voti della Sinistra più a sinistra?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa un amico mio, che ha il Comandante nel cuore e i leghisti tra i piedi…
PS: Avevo inizialmente intitolato "Il comandante Bossi" ma poi ho pensato che il mio amico non me l'avrebbe perdonata.
Nello scrivere, nel ricordare, si può provare emozione, ma anche dolore.
Il post di ieri viene da lontano. Era settimane, anzi mesi che era li, poco più di un’idea, un insieme di frasi lasciate a metà, ma non riuscivo a concludere: come se i fatti e le parole mi dessero un senso di disagio, di dolore, e di insoddisfazione. Ed infatti quando l’ho terminato non ne ero soddisfatta, non mi piaceva.
Però alla fine l’ho tirato fuori, l’ho messo qui ed è stata una sorta di liberazione: finalmente un distacco da quei fatti, che pure rimangono impressi nella carne come piaghe.
Ecco, scrivere e ricordare è anche questo: riuscire a distaccarsi, a guardare da fuori un qualcosa che comunque, è dentro di me.